Vigili accusati di tortura e razzismo sul trans
Imagoeconomica
  • Il brasiliano manganellato a Milano ha sporto denuncia e la Procura procede anche per discriminazione, reato che pare lunare ma serve a sostenere la narrazione del Paese intollerante. Infatti «Bruna» è già diventato l’eroe dei progressisti.
  • Dopo le violenze del 2022, l’annunciato raduno di giovani fa paura: aumentati i controlli.

Lo speciale contiene due articoli.

Tutti denunciati. «Bruna», il transgender di 42 anni che lo scorso 24 maggio, in zona Università Bocconi, era stata percossa da alcuni agenti della polizia locale di Milano – un episodio divenuto virale grazie al video dell’arresto girato da un testimone -, è passato al contrattacco sporgendo denuncia, appunto, contro chi l’ha preso a manganellate. La denuncia è stata depositata ieri mattina in Procura a Milano dal legale di «Bruna», l’avvocato Debora Piazza, che è in contatto anche col consolato brasiliano. I reati ipotizzati sono: lesioni personali aggravate dall’abuso della funzione pubblica, minacce aggravate, tortura aggravata e discriminazione razziale.

In questo modo, l’inchiesta aperta dal procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e dal pm Giancarla Serafini potrà proseguire; in caso di mancata denuncia, infatti, per effetto della riforma Cartabia, per questo tipo di reato non si sarebbe potuto procedere d’ufficio. Conseguentemente, almeno tre dei quattro agenti della Locale intervenuti dovrebbero essere iscritti nel registro degli indagati, mentre potrebbe non essere così per il quarto agente – una donna – che, stando alle stesse dichiarazioni del quarantaduenne, non avrebbe infierito su di lui.

Sempre di queste ore è la novità della comparsa d’un altro filmato delle fasi dell’arresto; si vedono gli agenti mentre caricano «Bruna» sull’auto, rimproverati dall’autore del video stesso, che chiede: «Noi abbiamo visto che l’avete picchiata, vi chiediamo di presentarvi, cosa è successo?». Un filmato che non aggiunge nulla alla vicenda, ma che ieri è stato presentato come se immortalasse violenze da macelleria messicana.

Al centro delle ipotesi di reato ci sono più aspetti da approfondire. Anzitutto, per quanto riguarda le minacce gravi, ci si basa sulle presunte frasi urlate dai vigili prima di raggiungere il transessuale: frasi come «Ti ammazziamo». Va però detto che gli agenti affermano di essere stati loro a subire minacce. Di più: secondo la relazione degli agenti, una volta fermato, «Bruna» avrebbe iniziato ad aggredirli, arrivando a mordere la mano di uno di essi e non risparmiandosi, verso un paio di vigili, parole minacciose: «Voi due non arrivate vivi a stasera, io sono pazza».

La vittima dell’aggressione e il suo legale contestano, inoltre, l’aggravante prevista dall’articolo 604 ter del codice penale – che punisce i reati commessi «con le finalità di discriminazione etnica, razziale e religiosa» – perché ci si sarebbe accaniti su di lui in quanto trans. Un particolare che dovrà naturalmente essere verificato e che, come si accennava poc’anzi, si somma alle differenti interpretazioni già circolate sull’accaduto. Una prima ricostruzione, infatti, parlava di agenti arrivati sul posto dopo essere stati richiamati da alcuni genitori perché la donna-uomo avrebbe esibito le proprie parti intime, pochi istanti prima, nei pressi di una scuola elementare; tale ricostruzione è, però, stata smentita dai pm, secondo cui l’intervento ora sotto le lenti degli inquirenti, sarebbe stato originato dalla segnalazione di schiamazzi da parte del transessuale – e non, quindi, per atti osceni.

Per quanto riguarda, invece, il reato di tortura, secondo quanto dichiarato dall’avvocato Piazza a LaPresse, esso è stato contestato perché, dopo il presunto pestaggio, il transessuale sarebbe stato «tenuto chiuso dentro l’auto dei vigili almeno 20 minuti» dopo che gli agenti avevano utilizzato su di lui «lo spray al peperoncino». Fin qui gli ultimi sviluppi sulla vicenda che presenta profili di indubbia gravità. Le immagini circolate in rete paiono eloquenti ed è fuor di dubbio che, se la persona arrestata è stata poi stata portata venerdì scorso al Pronto soccorso del Policlinico di Milano, oltre 48 ore dopo i fatti e dimessa con 5 giorni di prognosi a causa delle percosse, ecco, sull’episodio urga far luce al più presto.

Per quanto ora la palla sia nelle mani della magistratura, quella dell’ipotesi del reato di tortura è una posizione legittima su un tema scivoloso e difficile da dimostrare; così come pare discutibile – pur senza negare, repetita iuvant, la gravità dell’accaduto – un richiamo alla discriminazione razziale che, più che a una ricostruzione dell’episodio (banalmente, nei filmati resi pubblici, non si sente alcun insulto razziale pronunciato dai ghisa milanesi), sembra funzionale a una politicizzazione dello stesso. Che nelle scorse ore, in realtà, è già stata avviata col ritrovo a Milano, alla presenza del consigliere comunale meneghino transgenderMonica Romano, di una manifestazione di solidarietà a «Bruna» dov’erano presenti striscioni – tipo «Trans lives matter» – che lasciavano intendere che ciò che ha avuto luogo sia stato addirittura un tentato omicidio. Come strumentalizza la sinistra, non lo fa nessuno. E la giustizia sembra seguire il flusso di una certa narrazione dei fatti. Al di là dei fatti stessi.

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