Chi paga Ankara poi si indigna per Tripoli
ANSA
  • L’Unione europea ha ricoperto di milioni Recep Tayyip Erdogan per fermare i flussi, passando sopra alle violazioni turche dei diritti umani. Se però il nostro governo cerca di trattare con il Paese nordafricano (che alza la posta), spuntano le critiche e gli scrupoli etici.
  • Il ministro dell’Interno Matteo Salvini incontra il suo omologo e annuncia nuovi centri di raccolta per migranti in Nordafrica. Gelo quando le autorità locali smentiscono, poi il chiarimento: «Totale condivisione su tre o quattro punti».
  • Arrestato gambiano legato all’Isis. Era arrivato in Italia su un barcone: addestratosi in Libia, dichiarava di sentire la voce di Allah ed era pronto a colpire.

Lo speciale contiene tre articoli

Il giorno dopo le elezioni in Turchia, i giornali di mezzo mondo sono pieni di commenti allarmati a proposito del sultano Recep Tayyip Erdogan e delle sue tentazioni autoritarie. Ankara viene descritta come la capitale di un Paese in cui l’islam radicale prende piede, i diritti vengono calpestati e gli oppositori politici hanno vita difficile. In effetti, tale quadro è abbastanza realistico, e anche parecchio inquietante.

Conviene tenersi bene a mente le numerose descrizioni della situazione turca. Già, dobbiamo stamparci a fuoco nel cervello l’immagine di Erdogan, e richiamarla ogni volta che sentiamo parlare di accordi con la Libia. Che cosa c’entrano le due cose? Spieghiamo.

Con l’autocrate turco, nel marzo del 2016, l’Unione europea ha siglato un accordo per la gestione dei rifugiati. A stringere il patto fu Angela Merkel, allora sulla cresta dell’onda, con l’obiettivo di contenere i flussi di migranti in arrivo in Germania. Lo scorso aprile, l’Ue ha rinnovato il legame con Erdogan. Jean Claude Juncker ha celebrato il «dialogo franco e aperto» con il leader turco. E l’Europa ha, per l’ennesima volta, allargato i cordoni della borsa. Dal 2016 a oggi, ai turchi sono stati versati circa 6 miliardi di euro. A questi pagamenti ha contribuito anche l’Italia, pur non ricavandone alcun beneficio. Gli stranieri fermati dai turchi, infatti, non hanno mai considerato il nostro Paese come destinazione finale. Semmai, mirano a raggiungere il territorio tedesco o i Paesi del Nord.

Tra l’altro, queste persone sono in gran parte provenienti dalla Siria, dunque effettivamente in fuga da un conflitto. Stando alle cifre riportate un paio di mesi fa dall’Espresso, la Turchia ospita più o meno 3.700.000 profughi. Solo che il modo in cui li gestisce non è esattamente trasparente. Ha ricevuto decine di milioni di euro per creare ospedali e infrastrutture ad hoc; altre decine per edificare scuole e distribuire cibo. Ma, stando a un’inchiesta realizzata dai giornalisti di The black sea, una parte di questi finanziamenti non si capisce bene dove sia finita.

Riassumendo: abbiamo pagato una enorme quantità di denaro a un signore che promuove politiche discutibili e non è certo un campione di diritti umani. Abbiamo aperto il portafogli affinché Erdogan facesse il lavoro sporco e proteggesse gli interessi della Germania in materia di immigrazione. Ed è a partire da questa consapevolezza che bisogna guardare all’azione di Matteo Salvini e del governo italiano in Libia.

Ieri il ministro dell’Interno, in visita a Tripoli, ha proposto di creare «hotspot per migranti nel sud del Paese». Il vicepresidente libico, Ahmed Maitig, ha subito fatto capire quale sia il livello dello scontro: «Rifiutiamo categoricamente», ha detto, «l’idea di realizzare campi per migranti in Libia: non è consentito dalla legge libica». Insomma, il signore fa il difficile. Alza il prezzo, batte cassa. Esattamente come ha fatto Muammar Gheddafi prima di lui. I detrattori dell’attuale governo già ieri ne approfittavano per sparare a palle incatenate contro Salvini, uno sport piuttosto facile e piuttosto in voga, negli ultimi tempi.

Ecco, è proprio in casi come questi che bisogna ricordarsi di Erdogan. Anche il turco ha alzato il prezzo parecchie volte. Ha ricattato, ha fatto lo smargiasso. Di recente ha minacciato perfino quei furbastri dei francesi («Spero non chiedano il nostro aiuto quando i terroristi troveranno rifugio sul loro territorio», ha detto). Ogni volta, però, il sultano è stato accontentato. Tutto, purché facesse il suo sordido mestiere. E allora perché dovremmo scandalizzarci se i libici si comportano come se gestissero la bancarella di un suk? Le trattative con loro non saranno brevi, e non saranno facili. A settembre, ha detto Salvini, si organizzerà una grande conferenza sull’immigrazione proprio in Libia. In questi mesi estivi, dunque, procederanno i negoziati. A tale riguardo, va considerato che trattare con un sol uomo – magari un mezzo dittatore come Erdogan o Gheddafi – è decisamente più facile che rapportarsi a una miriade di tribù, funzionari e politici diversi, come tocca fare nell’attuale scenario libico.

Toccherà pagare, e pure abbastanza caro. Ma è necessario, almeno per adesso. Se l’Europa ha pagato (anche con soldi nostri) il caro amico turco, perché non dovrebbe fare lo stesso con i libici? Forse perché sono accusati di violare i diritti umani? Beh, questa è bella… Forse qualcuno si è premurato di «formare» il personale turco nel modo in cui l’Italia sta formando, ormai da mesi, la Guardia costiera libica? Certo che no. Eppure, non abbiamo assistito a grandi levate di scudi contro la Merkel crudele che fa affari con gli spietati turchi…

È giunto il momento di farla finita con l’ipocrisia. In questa fase, se vogliamo fermare le partenze dei gommoni della morte, accordarsi con i libici è necessario. Sarà complesso, forse anche costoso. Ma se abbiamo firmato accordi con il diavolaccio Erdogan, possiamo accordarci anche con i diavoletti di Tripoli e dintorni.

Francesco Borgonovo


Da non perdere

I «buoni» tifano per gli espatri in Ruanda
Cronache dell'invasione

I «buoni» tifano per gli espatri in Ruanda

Dopo aver strillato contro il modello Albania del governo, la sinistra deve fare i conti con la volontà europea di spedire gli irregolari in Paesi terzi. Alcuni Stati, tra cui le «venerate» Danimarca e Olanda, valutano i trasferimenti nel territorio africano o in Uzbekistan.