Immigrazione e aiuti alla Tunisia. Prove di alleanza tra governo e Colle
Il premier Giorgia Meloni alla Camera e il capo dello Stato Sergio Mattarella in Kenya utilizzano parole simili per coinvolgere gli altri Stati Ue nel contrasto dei clandestini: «Intervento congiunto e sistemico». Se Tunisi collassa, russi più liberi nel Sahel.

Interessante convergenza di vedute tra il governo e il Colle. I temi sono quelli dell’immigrazione clandestina e degli sbarchi provenienti dal Sud del Mediterraneo e dal Sahel. «L’esecutivo non intende piegarsi alle molte e potenti pressioni di chi vorrebbe imporre una visione ideologica di un mondo privo di confini. L’azione del governo», ha detto Giorgia Meloni in occasione del «question time» di ieri, «sarà centrata sul rispetto della legge nazionale e internazionale, mettendo fine alle anomalie che hanno caratterizzato l’approccio italiano al tema migratorio», per poi aggiungere: «Questo vuol dire contrastare con fermezza i flussi illegali, il tutto in un quadro di responsabilità che deve coinvolgere anche gli altri Stati europei». Emerge in modo chiaro il concetto di intervento congiunto e sistemico. Due aggettivi usati a migliaia di chilometri di distanza da Sergio Mattarella in visita ufficiale in Kenya.

«L’Italia cerca un rapporto di collaborazione con i Paesi di origine e transito dei flussi, ma sappiamo che la dimensione epocale di questo fenomeno non è affrontabile a livello bilaterale, è affrontabile soltanto con una congiunta, lucida, ben organizzata azione europea, che affronti in maniera sistemica questo grande problema epocale, che si presenta attraverso il Mediterraneo», ha spiegato il presidente in una breve conferenza stampa. «Si tratta di due aspetti che intersecano i buoni rapporti collaborativi bilaterali e un’azione consapevole, organica che l’Unione europea possa svolgere su tutti i tavoli, compreso quello delle migrazioni», ha aggiunto dopo l’incontro alla State House di Nairobi con il presidente, William Ruto con cui il Colle ha affrontato i temi della cooperazione bilaterale e dello spazio. Nella rimanente parte del discorsi, Mattarella ha toccato anche i temi della siccità e della crisi alimentare, allineando la posizione del Quirinale con quella espressa dalla Meloni in Aula. «Nelle prossime settimane chiederemo risposte immediate di sostegno in favore degli Stati del Nord Africa, Tunisia in testa», ha sentenziato il premier. «Tunisi sta vivendo una crisi profonda, con conseguenze che possono essere preoccupanti per l’Italia e non solo». Non sarà semplice, ma è chiaro che ogni giorno che passa diventa sempre più urgente e importante poter fornire aiuti alimentari e finanziari al governo di Tunisi. Indipendentemente dalla posizione ideologica che ricopre. Per certi versi la scelta del governo di puntare il dito su Wagner, i mercenari russi, quali fautori della destabilizzazione dell’intero Sahel potrà aiutare anche sul fronte tunisino.

Alzare il velo sulla guerra ibrida dei russi in Africa significa ribadire alla Nato concetti che i vertici delle nostre Forze Armate fanno in modo eccellente da tempo. Cioè l’importanza di presidiare fisicamente con la cooperazione e la capacity building l’area per rafforzare il fianco Sud. Stavolta il concetto dovrà arrivare anche a Bruxelles che è concentrato sul fianco Est della nato, alias Ucraina. Un modo per far capire sempre a Bruxelles che il rischio è a pochi chilometri dal Mediterraneo e magari cercare di ottenere lo sblocco degli aiuti alla Tunisia. Se crolla il Paese maghrebino l’ondata di flussi migratori sarà così imponente e travolgente che si potrà rischia di sguarnire ancor di più le altre aeree del Sahel, lasciando ai russi di Wagner campo libero per rafforzarsi ulteriormente, In questo momento i militari francesi sono al loro livello minimo nella presenza in Sahel. Praticamente cacciati dai russi dal Mali, dal Burkina Faso e dalla Repubblica Centrafricana dovranno concentrarsi (probabilmente con l’aiuto congiunto Ue e italiano) sui Paesi rivieraschi del Golfo di Guinea che a loro volta sono sotto schiaffo dei movimenti terroristici che premono da Nord. Dall’altro lato, i mercenari di Vladimir Putin da qualche settimana si muovono con estrema disinvoltura a Port Sudan. Da lì, dalle acque del Mar Rosso, la longa manus del Cremlino può far arrivare rifornimenti e infilarsi in profondità nel Sahel. In questo senso la loro presenza è indice e segno di crescente capacità di destabilizzazione e rende il presidio militare italiano in Niger ancor più importante. Non sappiamo se la presa di posizione del governo contro Wagner sia prodromica di una rafforzamento della missione, ma se lo fosse sarebbe una buona scelta.

Negli ultimi sette mesi la Misin, sigla che sta per Missione italiana bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger, ha portato avanti la formazione di circa 8.200 militari condotta nei centri di addestramento di Niamey, Agadez e Arlit.

Nel campo della sanità e dell’educazione, Misin ha avviato e finalizzato molteplici progetti con le istituzioni civili, per un totale di oltre 560.000 euro. «Tra questi, la costruzione del Centre d’expertise de médecine aéronautique du Niger, centro deputato agli accertamenti sanitari volti al rilascio delle idoneità medico-legali per il personale pilota e tecnico dell’Armée de l’Air», si legge in in recente comunicato. «Si tratta di una capacità che potrà essere rivolta anche alle nazioni partner del Niger, rendendo il Paese un centro di riferimento internazionale». Chiaramente servono più fondi da destinare alla Difesa per creare legami di lungo termine. Un modo per stabilizzare il Paese, tappare buchi politici ed evitare debolezze geopolitiche. Adesso che Roma ha ben presente la missione che ci spetta, dovrà capirlo pure l’Ue. Se i buchi non li tappiamo noi, lo faranno i russi.

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