- L’Ucoii assicura che matrimonio forzato e violenza sulle donne non hanno a che fare con gli usi pachistani. E i casi di cronaca? «Femminicidi molto diffusi anche in Italia».
- Un’indagine di Bruxelles scopre elogi del terrorismo e «parabole» antisemite nei testi scolastici dei bimbi arabi pagati con i fondi che provengono dall’Unione.
Lo speciale contiene due articoli.
Nei giorni scorsi l’Ucoii (Unione delle comunità islamiche italiane) ha voluto farsi bella sui giornali mostrando di condannare il «matrimonio forzato», la pratica abominevole a cui la povera Saman Abbas voleva sfuggire (cosa che con tutta probabilità le è costata la vita). Sul tema è stata emessa una fatwa, una condanna religiosa, che molti hanno interpretato come un segnale positivo da parte dell’associazione islamica. Finalmente, si è detto, i musulmani italiani prendono realmente le distanze da certe usanze inaccettabili. In realtà, però, le cose stanno in maniera leggermente diversa.
Già il fatto che si sia utilizzata una fatwa quando sarebbe bastato invitare al rispetto delle leggi italiane è piuttosto discutibile. Ma a far sorgere ulteriori dubbi sulla posizione dell’Ucoii sono le dichiarazioni che va rilasciando da alcuni giorni Nadia Bouzekri, vicepresidente dell’associazione. In due interviste, concesse al Manifesto e al Corriere della Sera, la signora ha ribadito concetti che lasciano molto perplessi e che, purtroppo, sembrano essere condivisi anche da buona parte della sinistra italiana di governo, a partire da Laura Boldrini. Parlando dell’orribile storia di Saman, la Bouzekri sembra avere un’unica preoccupazione: far passare l’idea che l’islam non c’entri nulla. «La religione non c’entra e nemmeno la cultura», dice al Corriere della Sera. «In Pakistan i matrimoni forzati sono illegali». Il ritornello lo conosciamo bene: da quanto tempo ci sentiamo ripetere che l’islam è solo e soltanto una «religione di pace»? Quante volte i buonisti di casa nostra hanno evitato di affrontare l’argomento islamico per timore di «offendere le minoranze»?
Siamo stati i primi, su queste pagine, a spiegare che non tutte le comunità islamiche sono uguali. La pratica del matrimonio forzato non è presente dappertutto (in Senegal, ad esempio, non ve ne sono tracce consistenti). Ma è pur vero che troppo spesso, per giustificare le nozze tra uomini adulti e ragazzine (o addirittura bambine) viene utilizzato dai capi religiosi l’esempio di Maometto e della sua giovanissima sposa Aisha. In ogni caso, affermare che la religione e persino la cultura non c’entrino nulla è semplicemente ridicolo, quasi offensivo dell’intelligenza.
Il Pakistan avrà pure ufficialmente vietato i matrimoni forzati, ma è un fatto che nella comunità pakistana questa pratica continui a sopravvivere e produca mostruosità. Possiamo citare il caso di Hina Saleem, uccisa a 20 anni nel 2006. Quello di Sana Cheema, 25 anni, bresciana uccisa in Pakistan nel 2018. E adesso Saman. Come si può sostenere che non esista un problema culturale? La sensazione è che il giochino di alcune associazioni islamiche sia sempre il medesimo. Da un lato fingono di essere collaborative, chiedono accordi con lo Stato che per anni hanno evitato. Dall’altro ripetono gli stessi slogan, e cioè che l’islam non c’entra nulla e che il vero problema è la discriminazione subita dai musulmani. Sentite la Bouzekri: «Qui la religione non c’entra», ribadisce, «siamo nell’ambito del femminicidio, molto diffuso anche in Italia».
Capito? Il problema – come in fondo ha affermato pure la Boldrini – è il patriarcato, è la violenza maschile. Non esiste una «questione islamica», perché pakistani e italiani sono uguali da questo punto di vista. Anzi, i poveri musulmani «qui in Italia sono vittime degli stereotipi, gli uomini vengono rappresentati con la barba e con la sciabola. […] Da alcuni anni la discriminazione è aumentata, proprio per quella parte politica che ha fatto della lotta agli stranieri la sua battaglia». Encomiabile: invece di parlare di Saman probabilmente uccisa, la rappresentante dell’Ucoii parla dei suoi fratelli molestati dalle destre cattive.
Come dicevamo, tuttavia, siamo abituati a questi discorsi. Continuiamo però a stupirci della superficialità con cui vengono recepiti in Italia. Ci viene detto continuamente che la violenza sulle donne è appunto un «problema culturale» italiano, ma allora perché lo stesso discorso non dovrebbe valere per gli stranieri di fede musulmana? Forse fra gli italiani prevale la «mascolinità tossica» mentre i migranti ne sono immuni?
Possiamo far finta di non vedere, come no. Ma il problema non soltanto si pone oggi con assoluta gravità, ma è destinato a peggiorare. Basta dare un’occhiata ai dati che riportiamo in queste pagine riguardo la provenienza e il sesso (anzi, il genere, come va di moda dire) degli stranieri giunti in Italia negli ultimi anni. Sono per lo più giovani, maschi e provenienti da Stati a maggioranza musulmana. Credete che non si portino appresso la cultura e la fede di appartenenza? Credete che il solo fatto di mettere piede qui cambierà la loro concezione della donna?
Sì, fingiamo che il problema non ci sia, che il guaio siano i maschi a prescindere dalla nazionalità e dalla provenienza. Poi, però, la prossima volta che troveremo una ventenne uccisa e sepolta dai familiari per aver rifiutato le nozze imposte, toccherà avere almeno la decenza di non scandalizzarsi.
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