- Non è stato un commando, ma un solo jihadista a compiere il massacro di Vienna. Aperto il fuoco tra i tavoli dei locali: uccisi due anziani, un agente e una cameriera.
- Al momento nessun segnale specifico di allarme nel nostro Paese, ma allerta massima su tutto il territorio. Riunione d’urgenza al Viminale, intensificati i controlli ai confini settentrionali. Resta il nodo Lampedusa.
Lo speciale contiene due articoli.
Con il fucile ancora fumante e il terrorista freddato a terra, il centro cittadino di Vienna si è trasformato in una «zona rossa».
Dove non è riuscito il Covid, che per la propaganda jihadista altro non è che «un soldato di Allah», è arrivata la mano del combattente: tra i tavolini del centro occupati dagli ultimi coraggiosi che sfidavano il pre lockdown ci è passato con il suo fucile automatico Fejzulai Kujtim, viennese con doppia cittadinanza austriaca e macedone (in quanto figlio di albanesi immigrati in Austria dalla Macedonia del Nord), precedenti penali e nel curriculum anche storie di terrorismo. Ha ucciso quattro persone (due anziani, un poliziotto e una cameriera) e ne ha ferite 22. Sette di loro sono in gravi condizioni in ospedali. L’Isis in serata ha rivendicato l’attentato. A riferirlo è stata la direttrice del Site, Rita Katz. In una dichiarazione sui propri mezzi di propaganda, l’Isis avrebbe affermato che «Abu Dujana al Albani (forse il nome di battaglia dell’attentatore, ndr)» ha effettuato l’attacco con pistole e coltelli come soldato del Califfato». Parole difficili da equivocare e che rendono la situazione ancora più preoccupante di quanto si sospettasse.
Passamontagna nero e tuta bianca, Kujtim si è trasformato nella nera mietitrice falciando vittime in sei punti diversi del centro urbano, un’area che la stampa tedesca ha definito «il Triangolo delle Bermude», cominciando alle 20 in punto davanti a Stadttempel, la principale sinagoga (in quel momento chiusa, teatro 40 anni fa di un attentato con due morti), e ripreso in almeno 20.000 video amatoriali, molti dei quali finiti sul web, nonostante gli inviti della polizia a tenerli riservanti perché utili alle indagini. Il primo uomo è entrato nel mirino davanti a un negozio. Ha cercato di abbassarsi, ma è stato colpito ed è finito al suolo. Per un attimo l’attentatore è sfuggito all’inquadratura. Poi è tornato indietro e, ricomparso nell’obiettivo, si è riavvicinato all’uomo a terra e gli ha sparato ancora. In un altro video ci sono quattro uomini fermi con le mani in alto, in atteggiamento di resa. Al momento non si sa chi di loro si sia salvato e chi, invece, è finito in ospedale. Gli altri filmati riprendono passanti in fuga o riparati dietro alle pensiline dei bus per schivare i colpi.
«Sembravano petardi, poi ci siamo resi conto che erano colpi d’arma da fuoco», ha spiegato un testimone alla tv di Stato, la Orf. Il panico ha cominciato a dilagare. Ai clienti dei bar e dei ristoranti è stato chiesto di restare all’interno, a luci spente, mentre all’esterno le sirene delle ambulanze e delle auto della polizia si alternavano ai colpi di fucile. Elicotteri si sono alzati in volo e sono stati istituiti posti di blocco militari alle uscite della città e alla fine delle strade principali.
Per un attimo le strade del centro di Vienna sembravano essersi trasformate in un campo di battaglia. La strategia del terrore jiahdista sembra aver funzionato, anche per il valore simbolico che la città austriaca porta con sé sin dal 1863, anno in cui l’impero ottomano tentò l’espansione in Europa (che ebbe il suo momento più alto con l’assedio di Vienna). Dopo una serie di minacce alle autorità (attribuite all’estrema destra) con delle lettere bomba e dopo gli attentati bombaroli contro le chiese, quello dell’altra sera è il primo vero colpo terroristico ispirato con molta probabilità dalla milizia dello Stato islamico.
Il rabbino della comunità ebraica viennese, Schlomo Hofmeister, è stato testimone oculare di uno dei momenti dell’attacco terroristico e ha seguito la scena dalla finestra del suo appartamento. Afferma di aver visto «uno o più autori» che hanno preso di mira «in particolare» le persone «nei giardini di un ristorante». Dalle autorità, infatti, nessuno ha finora confermato che l’obiettivo principale dell’attacco fosse il luogo di culto ebraico. I tavoli erano pieni, complice il tempo mite. «Sono stati sparati almeno cento colpi», ha raccontato il rabbino.
La polizia austriaca ha inizialmente detto che il commando era composto almeno da quattro uomini. Per molte ore più di 250 agenti delle forze speciali hanno dato la caccia agli altri terroristi, setacciando ogni angolo dell’area delimitata. «Almeno un sospetto è in fuga», aveva detto nel pomeriggio il ministro degli Interni austriaco Karl Nehammer. Poi, però, le autorità hanno ridimensionato l’azione, sostenendo che probabilmente Kujtim si sia mosso da solo.
La situazione, insomma, è ancora poco chiara perfino alle autorità austriache. E anche sulla stampa locale le notizie si rincorrono. Ma le conferme sono poche.
In Svizzera, comunque, due giovani (18 e 24 anni), sono stati individuati e arrestati a Winterthur, città dell’area metropolitana di Zurigo, perché sospettati di aver avuto un ruolo nell’organizzazione dell’attentato. In totale i fermi temporanei di polizia sono 14 e sono stati disposti dopo 18 perquisizioni domiciliari effettuate dalle forze di polizia.
L’unico caduto tra gli jihadisti è Kujtim (che nella borsa ben visibile nei video aveva anche una pistola e un machete. Inoltre indossava anche una finta cintura esplosiva), accerchiato davanti alla chiesa di San Ruprecht da sette agenti di polizia pochi minuti dopo la prima vittima innocente finita sotto i colpi del suo fucile. «Nove minuti dal primo scontro a fuoco», rivendica Nehammer. Ma per gli austriaci di certo non è un motivo valido per cantar vittoria.
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