Modello Riace sgominato. Mimmo Lucano finisce ai domiciliari
ANSA
  • Il sindaco del Comune calabrese, dal 2004 a oggi è divenuto un simbolo dell’accoglienza. Ma il suo sistema si è da tempo rivelato fallimentare.
  • La Procura di Locri accusa il primo cittadino di aver lucrato sui profughi e si scontra con il gip, che convalida la detenzione per favoreggiamento dell’immigrazione illegale e per frodi sulla gestione dei rifiuti. Tra i 30 indagati anche la sua compagna.
  • Il primo cittadino intercettato: «Al governo adesso c’è Marco Minniti, una brutta persona».
  • Roberto Saviano e soci all’attacco dei giudici. Da Beppe Fiorello a Laura Boldrini, dalla Cecile Kyenge a Gad Lerner, la sinistra italiana ha già assolto il suo eroe. L’autore di «Gomorra» spara: «Inchiesta da Stato autoritario».

Lo speciale contiene quattro articoli

Che sarebbe finita così qualcuno lo aveva previsto. Certo, non si erano immaginati i dettagli, e cioè che il sindaco di Riace, Domenico Lucano detto Mimmo (o Mimì Capatosta) venisse arrestato dalla Guardia di finanza e finisse ai domiciliari. Ma il quadro d’insieme era abbastanza chiaro da tempo. In un libro del 2016 (Riace, il paese dell’accoglienza, Imprimatur editore),Antonio Rinaldis intervistò un uomo di nome Renzo. Si trattava con tutta probabilità di Renzo Valilà, ex assessore di Riace uscito dalla giunta nel 2016. «Non vorrei essere scambiato per un cattivo profeta», diceva l’intervistato, «ma ho motivo di credere che a breve ci sarà uno scandalo enorme e l’epilogo sarà drammatico». Poi aggiungeva: «Domenico soffre la burocrazia. Secondo lui è un ostacolo che blocca i processi, ma io penso che le leggi e i regolamenti siano fatti per essere rispettati e non si debbano mai eludere».

Già, Lucano la pensava diversamente. Nel suo piccolo Comune – 2.300 abitanti, oltre 400 immigrati – si comportava come l’uomo della provvidenza. Difficile, del resto, non farsi rapire dall’ambizione quando i giornali di mezzo mondo ti portano in palmo di mano. A un certo punto, pensi di essere una specie di sovrano. Lucano, stando a quanto emerge dalle carte, combinava matrimoni, gestiva i rapporti con le cooperative un po’ come gli pareva, si muoveva al limite della legge e ne era orgoglioso: «Sono un fuorilegge», ripeteva al telefono. A quanto pare, gli inquirenti lo hanno preso sul serio.

L’arresto del sindaco è praticamente un ricorso storico. Arriva a vent’anni (quasi) esatti dallo sbarco dei migranti curdi in Calabria, avvenuto nel luglio del 1998. Secondo la leggenda, fu in quei giorni che Lucano scoprì la sua vocazione all’accoglienza. Allora Mimmo – un passato a sinistra – aveva da poco compiuto 40 anni (è nato il 31 maggio del 1958) e faceva l’insegnante di chimica. Quando giunsero i curdi, fu folgorato: «Sono diventato amico di molti di loro e mi sono converti alla causa del Pkk». Sì, perché alcuni dei profughi fuggiaschi erano militanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan guidato da Abdullah Öcalan, e considerato da molti un gruppo terroristico.

In quel periodo, Lucano partecipa alla creazione dell’associazione Città futura, da cui poi nascerà la coop che si occupa di accoglienza nel Comune calabro. Entra in politica, e passa alcuni anni all’opposizione. Poi, nel 2004, la svolta. Viene eletto sindaco per la prima volta, con il 35,4% dei voti. Un patrimonio di consensi che crescerà ulteriormente per le due successive rielezioni (nel 2009, con il 51,7% e nel 2014, con il 54,48%).

La fama internazionale, tuttavia, arriva soltanto nel 2010, quando arriva terzo nella classifica del World Mayor Prize, riconoscimento attribuito ai migliori sindaci del mondo. Da quel momento, è tutto in discesa. Nella cittadina calabrese cominciano a piovere giornalisti da tutto il pianeta.

«Un sindaco italiano salva il suo paese accogliendo i rifugiati», titola la Bbc nel 2011. «Il piccolo paesino italiano che ha aperto le porte ai migranti», scrive il Guardian nel 2013. Nel 2016, la consacrazione definitiva: la rivista Fortune piazza Lucano al quarantesimo posto fra i 50 più influenti leader mondiali. È il tripudio: in piena emergenza migratoria, Riace diventa – per la sinistra – il simbolo dell’accoglienza, l’esempio che tutta l’Italia dovrebbe seguire. I flash abbronzano Mimmo più del sole della sua terra, lo premiano a Dresda, gli dedicano reportage ed elogi un po’ ovunque, persino varie agiografie. E lui si comporta di conseguenza, sembra un re greco. Arriva persino a battere moneta.

«La moneta locale è un’utopia concreta», spiega. «È la nostra utopia che si è realizzata. Dal 2011 Riace è diventata una “repubblica indipendente”». Invece di distribuire ai migranti che ospita (6.000 in tutto nel corso degli anni, con una presenza stabile di 300-500 stranieri) quel che resta dei 35 euro statali per l’accoglienza, Lucano offre banconote con i volti di Che Guevara, Berlinguer, Gramsci, Gandhi. «Volevamo che i rifugiati avessero libertà di spendere, almeno per i bisogni essenziali, e abbiamo creato una moneta solidale». Oltre allo pseudo denaro, il primo cittadino appronta un meccanismo basato su bonus e «borse» di cui beneficiano gli stranieri.

Qualcuno, però, i soldi veri ce li deve mettere. Ed è qui la falla del modello Riace. Senza i fondi pubblici per l’accoglienza, il celebratissimo «modello» non sta in piedi. Servono oltre milioni di euro dello Stato per mandare avanti la baracca. Gli insegnanti, i 70 mediatori culturali e operatori dell’accoglienza che lavorano nella cittadina hanno bisogno di quei soldi, che passano attraverso associazioni e coop, così come il sindaco dispone.

Non tutti gradiscono, come prevedibile. Mimmo dice che a lamentarsi sono coloro che non hanno goduto dei vantaggi portati dall’accoglienza («Sono rimaste escluse dall’accoglienza poche famiglie di orientamento razzista, mentre per il resto tutti sono coinvolti e costretti a riconoscere la mia onestà», dichiara). Ma persino il figlio di Lucano, Roberto, scrive un manifesto contro di lui contestando il sistema dell’accoglienza.

I guai grossi, però, cominciano alle fine del 2016. Arrivano le commissioni della Prefettura di Reggio Calabria, e trovano una situazione poco chiara. La gestione del sindaco è, per lo meno, poco trasparente. Nel novembre 2017, parte l’inchiesta della Procura di Locri. Lucano è indagato per «concorso in truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche ai danni dello Stato e dell’Ue, concussione e abuso d’ufficio». È il disastro I fondi pubblici smettono di arrivare, il fallimento è prossimo. Il sindaco sbraita, passa il 2018 a rilasciare interviste, a maledire il governo e l’italica ingratitudine. Nell’agosto di quest’anno annuncia lo sciopero della fame. Ieri il triste epilogo di tutta la vicenda: Comune ridotto sull’orlo del baratro, primo cittadino ai domiciliari, 30 indagati per accuse molto pesante.

Nel frattempo, come se tutto ciò non bastasse, sono accadute cose grottesche. La Rai, prima delle inchieste, ha realizzato una fiction intitolata Tutto il mondo è paese, protagonista Beppe Fiorello, per celebrare la figura di questo sindaco che, pur di accogliere, ha perso la famiglia. È vero: la moglie di Lucano , ha lasciato Riace anni fa. Lui, però, ha trovato un nuovo amore: l’etiope Tesfahun Lemlem, sbarcata qui nel 2004.

La fiction, anche grazie all’intervento di Maurizio Gasparri, non è mai stata trasmessa. Fiorello tuttavia non l’ha presa bene, e ha espresso il suo sdegno sui social. Chissà, magari potrebbero mandarla in onda nei prossimi giorni. Così Lucano, dai domiciliari, potrebbe godersi la visione, e tirarsi su di morale.

Se lo merita, in fondo: grazie a lui, Riace non è più il Paese dei bronzi, ma quello delle inchieste sulla cattiva accoglienza.

Francesco Borgonovo

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