Aldo Barba e Massimo Pivetti hanno davvero un fegato invidiabile. Il primo è professore associato di Politica economica all’Università di Napoli Federico II. Il secondo è stato ordinario di Economia politica all’Università di Roma La Sapienza. Sono entrambi «di sinistra», ammesso che questa parola abbia ancora un senso. Anzi, sono molto di sinistra, eppure hanno scritto un libro sull’immigrazione di una lucidità impressionante. Si intitola Il lavoro importato. Immigrazione, salari e Stato sociale e lo pubblica Meltemi.
I due studiosi trattano l’argomento con estremo rigore, eppure il solo fatto di averlo affrontato con un piglio diverso dal solito li mette a rischio. Rischiano, cioè, di essere etichettati come pericolosi rossobruni o addirittura come criptofascisti se non razzisti. Tutto perché osano scodellare alcune verità cristalline. Sono loro i primi a rendersene conto, del resto. Nell’introduzione al volume scrivono: «“I problemi sono altri, non è la pressione migratoria la causa dei nostri mali”. È questa, in sintesi, la reazione delle “persone colte” a ogni istanza di regolamentazione severa dei flussi migratori che viene avanzata. Chiunque sostenga la necessità di porre dei limiti alla libera circolazione delle persone», proseguono Barba e Pivetti, «viene oggi sospettato di simpatie verso la destra estrema, o viene almeno accusato di contribuire alla tendenza a servirsi dell’immigrazione come di un capro espiatorio al fine di distogliere l’attenzione dalle vere cause dell’accresciuto malessere sociale».
Che cosa sostengono, in breve, i due professori? Beh, sostanzialmente che l’immigrazione serve a costruire un esercito industriale di riserva, ad abbassare i salari dei lavoratori autoctoni, a colpire i ceti medi e popolari, a creare una lotta spietata fra gli ultimi della fila a beneficio delle élite. Ovviamente riassumiamo un po’ con l’accetta, perché lo spazio è poco, e soprattutto perché il libro vale la pena di essere compulsato. Barba e Pivetti spiegano, tra le tante cose, che «i flussi migratori possono contrastare l’invecchiamento demografico in misura molto più limitata di quanto comunemente si crede». E che «la crescita delle forze di lavoro registrata grazie all’apporto degli immigrati avrebbe potuto verificarsi anche senza questo apporto, semplicemente attingendo dalle forze di lavoro potenziali costituite dai lavoratori nativi scoraggiati e da quelli impiegati involontariamente a tempo parziale». Inoltre, criticano «la tesi secondo cui, per l’invecchiamento della popolazione, gli immigrati e i loro figli svolgerebbero in un Paese come l’Italia il ruolo indispensabile di contribuire a finanziare le nostre pensioni e la nostra sanità», oltre a ribadire che «l’immigrazione comporta rilevanti costi sociali, tra i quali vanno inclusi il degrado stesso della coesione sociale, insieme a quello delle condizioni generali di vita dei ceti popolari». Nel loro saggio – a tratti anche ostico – non c’è un grammo di razzismo né di ostilità verso il diverso. Anzi, i due studiosi mostrano di avere a cuore tanto la sorte degli italiani quanto quella degli stranieri. Sono capaci, però, di vincere i pregiudizi. Pur collocati stabilmente a sinistra, non hanno timore a dialogare con chi sta sul fronte opposto.
A un certo punto, esprimono un’idea discutibile. «Una forza politica “di destra” che si battesse per il recupero della sovranità nazionale in campo economico in funzione della tutela del benessere della maggioranza della popolazione e della riduzione delle diseguaglianze, dunque che fosse favorevole a limitare anche la libera circolazione internazionale dei capitali e delle merci, oltre che quella delle persone, non sarebbe, di fatto, una forza politica di destra», scrivono. Ma sbagliano. Una forza come quella che hanno descritto è per definizione «di destra». Di forze simili oggi ne esistono varie, e infatti fanno infuriare i progressisti che si vedono sottratto terreno politico da sotto il nasino.
Ma il passaggio più emozionante del libro di Barba e Pivetti è forse quello che segue: «Una vera sinistra di classe, capace di rimettere al centro della sua azione la difesa dei salariati e dei ceti popolari attraverso il rilancio dello Stato e del pubblico», scrivono, «non avrebbe sicuramente alcuna remora a cercare di formare con una tale “destra” un ampio fronte popolare in grado di imporre una decisa svolta antiliberista alla politica economica». Una splendida idea. Basta solo metterla in pratica.
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