I giudici legalizzano il divorzio islamico
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In Italia sta diventando legale il ripudio islamico? Sembra proprio così. E abbiamo i documenti che lo dimostrano. Due documenti choc. Uno è dell’altro giorno, presentato al Comune di Monfalcone, da un pakistano. L’altro è una sentenza di qualche anno fa, cui però si potrebbero appellare gli islamici per avere ragione in tribunale.

Risultato: uno dei tasselli fondamentali della sharia, la legge basata sul Corano e contraria alla nostra Costituzione e alla nostra civiltà, viene già applicata nelle nostre istituzioni. Senza che nessuno lo sappia.

Come funziona il «divorzio islamico»

Cominciamo dall’inizio. Per la legge islamica non esiste il divorzio, esiste il ripudio, che si chiama talaq. Funziona così: l’uomo pronuncia tre volte la parola «talaq» e il matrimonio è sciolto, senza chiedere l’assenso della donna, anzi di più: senza sentire nemmeno il suo parere, anzi ancora di più: senza nemmeno bisogno della sua presenza.

Si tratta, ovviamente, di una pratica che non può essere accettata in Italia. E, infatti, il ministero dell’Interno dice che «il procedimento indicato come atto di ripudio rappresenta una fattispecie contraria all’ordine pubblico» e dunque che quando viene richiesta la trascrizione di un divorzio attuata in un Paese straniero con il talaq «si dovrà opporre rifiuto».

Ma sentite cosa succede a Monfalcone. Nei giorni scorsi al Comune si presenta un pakistano, cittadino italiano, residente per l’appunto nella città del Friuli Venezia Giulia, che mostra un documento ufficiale del governo del Punjab una delle regioni più popolose del Pakistan.

Il documento certifica che il divorzio è avvenuto in Pakistan secondo la legge islamica, attraverso il talaq. Con quel documento il pakistano, cittadino italiano, chiede che l’atto venga registrato in Italia, in modo che lui risulti a tutti gli effetti divorziato tramite talaq. Cioè tramite ripudio.

Il pakistano ha accettato le leggi italiane (e deve seguirle)

I funzionari del municipio di Monfalcone, che conoscono bene la materia perché (ricordiamolo) questo è uno dei comuni a più alta densità di popolazione straniera, e per lo più di religione islamica, fanno un salto sulla sedia e dicono all’uomo che non è possibile effettuare la registrazione perché la legge italiana non ammette il ripudio.

Il pakistano rimane sorpreso. Come se fosse un’abitudine ottenere questa registrazione. Scoppia una lite al termine della quale l’immigrato se ne va dicendo: «Io comunque la seconda moglie me la porto in Italia». Ottimo: oltre al ripudio, dunque, stiamo importando anche la poligamia?

«Questo pakistano è un cittadino italiano e quindi, in teoria, ha accettato i principi della nostra Costituzione», s’indigna Anna Maria Cisint, ex sindaco di Monfalcone, europarlamentare della Lega e autrice del libro La minaccia di Allah, che da anni denuncia i rischi dell’estremismo islamico e per questo vive sotto scorta. «Chiedendo l’applicazione in Italia del talaq dimostra invece di non aver accettato un bel nulla. Rimane legato alla sharia, alla legge islamica. E dunque gli dev’essere revocata la cittadinanza. Noi abbiamo proposto una legge perché di fronte a casi come questo la revoca della cittadinanza sia automatica. Così ci potremo difendere da chi viene in Italia non per rispettare le nostre leggi ma per imporci le sue, cioè quelle dell’islam».

Il precedenti legati al divorzio islamico

In effetti, la circolazione di questi documenti emessi delle autorità pakistane, la naturalezza con cui vengono presentati e la sorpresa dell’immigrato di fronte al diniego sono preoccupanti. Fanno pensare che in Italia sia diffusa l’abitudine di chiedere la registrazione di divorzi praticati attraverso il talaq (ripudio). E in quanti Comuni, dove magari i funzionari sono meno preparati, o meno rigorosi, che a Monfalcone questi documenti vengono accettati senza nulla eccepire?

Ma c’è di più. Dagli approfondimenti effettuati in terra friulana è emerso infatti che, nonostante le chiare indicazioni del ministero, ci sono casi in cui il Comune che respinge il divorzio mediante ripudio viene addirittura condannato in tribunale. Proprio così: condannato per non aver accettato (e trascritto) il ripudio.

Prendete per esempio la sentenza 198 del 24 maggio 2008 della Corte d’Appello di Cagliari. Il caso è molto simile a quello di Monfalcone, ma anziché di un pakistano, qui si tratta di un egiziano.

Anche lui, come spiega il giudice nella sentenza, ha divorziato secondo la legge islamica, pronunciando tre volte la formula «in assenza della moglie». «Si tratta», aggiunge, «della procedura del talaq, la più diffusa forma di dissoluzione del matrimonio secondo la legge egiziana». Eppure il giudice conclude che «non può ritenersi sussista alcuna incompatibilità con l’ordine pubblico italiano» e ordina al Comune di Cagliari «la trascrizione del provvedimento egiziano».

Dunque, come è evidente, il ripudio di fatto è già entrato nelle nostre istituzioni, con il timbro della Corte d’Appello di Cagliari.

Le domande che sorgono spontanee

Andremo naturalmente alla ricerca di altri casi in cui il ripudio sia stato accettato direttamente dai Comuni (in molte città c’è l’abitudine di registrare anche i matrimoni celebrati all’estero con le regole del rito islamico senza nulla eccepire) e di altre sentenze come quella della Corte d’Appello di Cagliari.

Nel frattempo ci chiediamo: dove sono le femministe? Dove sono le donne che s’indignano contro il patriarcato? È possibile che un istituto barbaro come il ripudio entri nelle nostre istituzioni senza che nessuno dica niente? Perché accettiamo che vengano applicate leggi inaccettabili? Perché lasciamo che la sharia entri, poco a poco, goccia dopo goccia, nel nostro Paese? E Perché nessuno si ribella? Dove sono i difensori della Costituzione più bella del mondo? Si sono già sottomessi, pure loro, al Corano?

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