Quella parola era già nelle carte: «Mappatura». La usavano con una certa nonchalance nelle chat finite agli atti per indicare il conteggio delle non idoneità ai Cpr rilasciate a Ravenna e la raccolta delle relative certificazioni.
L’inchiesta si allarga: perquisizioni negli ospedali italiani
Due anni dopo quella mappa ha cambiato scala. E le bandierine, questa volta, le ha messe la polizia di Stato. L’inchiesta coordinata dalla Procura di Ravenna è uscita dal Santa Maria delle Croci ed è entrata in altri ospedali italiani.
Ben 23 professionisti (21 infettivologi e due psichiatri) sono stati raggiunti da decreti di perquisizione locale, personale e informatica: sette a Bari, sei a Ferrara, due a Bologna, due a Rimini e due a Matera (che lavorano però a Bari), uno a Biella, uno a Roma, uno a Livorno e uno a Milano.
«Hanno trattato dei non indagati come dei criminali», lamenta l’avvocato Fabio Anselmo, che assiste cinque dei medici perquisiti. E per «le modalità» addossa delle «responsabilità alla Procura». Telefoni, computer e documenti, però, serviranno ora a capire se dietro i singoli certificati ci sia una rete più larga. E per ricostruirla gli investigatori sono tornati proprio alle chat, ai contatti tra medici e a quella singolare «mappatura» delle non idoneità.
La rete dei medici e l’ipotesi di associazione a delinquere
La prima traccia risale al 19 giugno 2024. «Altre due non idoneità da Ravenna». La risposta arriva poco dopo: «Grandissim* (con tanto di asterisco al posto della desinenza, ndr)». Ma è il messaggio successivo quello che oggi vale la pena rileggere: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura».
È il 19 giugno 2024 e al telefono con Elisa Vanino, infettivologa dell’ospedale di Ravenna indagata, c’è Nicola Cocco. Infettivologo pure lui, esponente della Società italiana di medicina delle migrazioni e, soprattutto, l’uomo che adesso si ritrova al centro del nuovo capitolo dell’inchiesta sui certificati anti Cpr.
La Procura di Ravenna, come anticipato dalla Verità, ha allargato il raggio d’azione. Gli investigatori dello Sco e quelli della Squadra mobile di Ravenna ieri mattina hanno bussato alla porta di 23 medici sparsi per l’Italia: 22 non risultano indagati. Uno sì. Ed è proprio il dottor Cocco, in concorso con tre persone già indagate e altre da identificare. L’ipotesi contestata è «associazione a delinquere» finalizzata, secondo l’accusa, «alla formazione di falsi certificati utilizzati per impedire i rimpatri».
Il primo fascicolo e i contatti nelle chat intercettate
Il primo fascicolo aveva messo sotto indagine otto medici, all’epoca tutti in servizio alle Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna. L’accusa era di falso e riguardava 34 certificati. Per Anastasia Zoffoli, Elisa Vanino e Marta Zatti il gip Federica Lipovscek aveva disposto dieci mesi di interdizione dall’esercizio della professione sanitaria. Per gli altri cinque il divieto, sempre per dieci mesi, era stato circoscritto alle attività di certificazione relative ai Cpr.
Cocco, però, era già entrato nelle carte. Non come indagato. Ma come interlocutore della Vanino. Negli atti investigativi viene segnalata una «pluralità di contatti». Vanino e Cocco, però, non avrebbero condiviso soltanto «orientamenti e idee», ma anche «azioni». E tra queste vengono indicati l’invio di «report aggiornati» sulle dichiarazioni d’inidoneità rilasciate dai medici delle Malattie infettive e la trasmissione di copie delle certificazioni. Le chat intercettate permettono persino di seguire il conteggio.
Il movimento “No Cpr” e la questione etica
Ma il dottor Cocco torna nelle carte anche quando l’indagine comincia a fare paura. Il 10 luglio 2025, quando la dottoressa Zoffoli viene chiamata in Questura per una delle certificazioni d’inidoneità rilasciate nei confronti di uno straniero, la Vanino passa alla collega proprio il contatto di Cocco. I due si sentono. Poco dopo lui informa la collega: «L’ho sentita», riferendosi alla Zoffoli. Poi aggiunge: «Gli facciamo il culo a ’sti sbirri maledetti». La Vanino risponde con un pollice alzato.
Proprio la Vanino, secondo quanto hanno raccolto gli investigatori, avrebbe aderito a un «vasto movimento» contrario al collocamento degli stranieri nei Cpr e avrebbe svolto attività tra i colleghi, iscrivendosi e promuovendo l’iscrizione a «chat e incontri online», diffondendo articoli e soprattutto «modelli» destinati a «orientare i sanitari nell’emissione dei certificati di idoneità/inidoneità».
Ed è qui che lo smartphone comincia a riempirsi di nomi. C’è Valentina Lussana, memorizzata come «Scippa». Il 10 luglio 2025 la Zoffoli le racconta: «La polizia mi vuole fare un verbale», perché non aveva concesso l’idoneità a una persona che si voleva espellere dall’Italia. «Ma perché, se non sta bene?», domanda la Lussana. La risposta sposta la conversazione sul terreno delle convinzioni personali: «È una questione etica per me», afferma la Zoffoli. E aggiunge: «È in corso una campagna di Geraci (Salvatore, medico romano, da oltre 35 anni impegnato nel settore della medicina delle migrazioni, ndr) al riguardo che alcuni di noi abbracciano». Poi: «No dai Vale non posso validare il mandare là un essere umano».
“Piuttosto che mandare uno in un Cpr mi faccio radiare”
Qualche mese prima, il 12 aprile, la Zoffoli aveva parlato con la Vanino: «Io sostengo la campagna, avevo seguito anche Geraci, la Bondini & Co nelle loro riflessioni a riguardo, totale supporto al No Cpr». Sempre il 10 luglio la Zoffoli scrive all’utenza memorizzata come «Ardigma» che gli investigatori riconducono a Martino Ardigó, attualmente direttore del distretto Ausl di Riccione. Gli racconta: «Oggi ho negato l’idoneità a inviare un ragazzo al Cpr». Subito dopo: «Mi sono ritrovata Squadra mobile, ispettori e poliziotti in reparto». Ardigó replica: «Chi certifica sei tu, si attaccano».
Infine c’è un messaggio di Marta Zatti. Il 19 settembre 2025 in chat usa un plurale che deve aver fatto drizzare le antenne a chi indaga: «Tutti noi siamo per non firmare quando ci portano le persone per il Cpr… piuttosto che mandare uno in un Cpr mi faccio radiare».
Il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini ha definito «molto grave» quanto sta emergendo e ha chiesto, nel caso in cui le accuse venissero accertate, proprio la «radiazione dall’albo dei medici». Oltre al pagamento personale dei danni provocati dalle mancate espulsioni.
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