- Stampa scatenata contro Matteo Salvini per le frasi sull’immigrazione e gli spari di San Calogero In Europa l’aria sembra essere cambiata: segno che, a volte, anche alzare la voce serve a qualcosa.
- Il Trattato non piace a nessuno, anche se manca ancora l’accordo per cambiarlo Roma si schiera con Visegrad e Austria, ma anche Berlino «aggancia» i populisti.
- Lo scorso anno, il Paese nordafricano ha liberato 1645 carcerati in un’occasione e altri 1027 in un secondo indulto Era stata la loro intelligence ad avvertirci di soggetti pericolosi pronti a partire,
Lo speciale contiene tre articoli
Lo sport nazionale, negli ultimi giorni, è il tiro al Salvini. Non che prima i giornali ci andassero leggeri con il segretario della Lega. Ma da quando è diventato ministro dell’Interno l’assalto è totale e continuo. In particolare, gli viene rimproverato di essere sopra le righe, di utilizzare toni che non si addicono (a un rappresentante delle istituzioni italiane. Poi, ovviamente, c’è il consueto corollario di insulti pavloviani: fascista, razzista, estremista eccetera. Farsi largo nella montagna di sterco che i media hanno riversato su Salvini non è semplice, ma vale la pena tentare di fare un po’ di chiarezza.
Tanto per cominciare, il neo inquilino del Viminale un primo successo l’ha ottenuto. «La riforma del regolamento di Dublino è morta», ha dovuto ammettere ieri, a Lussemburgo, il segretario di stato all’Asilo belga Theo Francken. Salvini non si è presentato di persona al vertice di ministri europei, ma ha fatto sapere chiaramente quale fosse la posizione dell’Italia. Nonostante le insistenze di Francia e Germania nelle settimane passate, la linea italiana ha trovato parecchi riscontri positivi. Spagna, Austria, Romania, Ungheria, Slovenia e Slovacchia si sono opposte al nuovo trattato. Persino la Germania – per motivi diversi dai nostri – ha dato parere contrario. Dunque è saltata una modifica che avrebbe parecchio danneggiato il nostro Paese, costringendolo a farsi carico per ben dieci anni di tutti gli stranieri arrivati via mare.
Certo, la questione non è ancora risolta. Bisognerà tornare ai tavoli europei e riprendere i negoziati. Ma un primo passo avanti è stato compiuto. L’atteggiamento è cambiato rispetto agli anni passati, quando i governi si limitavano a fare la voce grossa in patria e poi, in sede Ue, firmavano qualunque carta si trovassero sotto il naso.
Segno che, a volte, fare la voce grossa serve. Anche perché, in questi anni, i sorrisi, le pacche sulle spalle e i «rapporti cordiali» con gli alti papaveri europei non ha portato grandissimi risultati. Abbiamo assistito a una sfilza infinita di vertici da cui usciva sempre lo stesso invito rivolto agli italiani: arrangiatevi.
Adesso la musica deve cambiare, se non altro perché l’Italia, una volta tanto, non è da sola. Può contare sugli alleati del blocco di Visegrad e su un paio di altri Paesi non del tutto irrilevanti. E ciò è vitale, visto che, in Europa, chi non fa massa viene trattato a martellate nei denti.
Salvini è stato ferocemente attaccato anche per via delle parole pronunciate sulla Tunisia. «È un Paese libero e democratico», ha detto giorni fa, «che non sta esportando gentiluomini ma spesso e volentieri esporta galeotti». A leggere i giornali di ieri, sembrava che queste parole avrebbero scatenato la terza guerra mondiale. Cosa che, con tutta evidenza, non è accaduta. Il Corriere della Sera si disperava, spiegando che la scarsa diplomazia salviniana avrebbe causato «nuovi sbarchi» e avrebbe indotto i tunisini a rifiutare i circa 80 rimpatri settimanali che vengono attualmente effettuati. Beh, sinceramente tutto questo sono un po’ strano. Forse, tra Italia e Tunisia, dovrebbe essere il nostro Paese a trovarsi in posizione di forza. Non dovremmo subire i ricatti dei nordafricani, semmai imporre la nostra linea.
Anche perché non risulta che i rapporti di amicizia costruiti dai precedenti governi abbiano fermato gli arrivi. Anzi, negli ultimi mesi i tunisini sono in cima alla lista degli immigrati giunti qui. Per la precisione, dall’inizio dell’anno a ieri ne sono arrivati 2.889. Magari è ora di far capire al governo tunisino che qualcosa non va, non credete? Tra l’altro, a dire che sulle coste italiane sarebbero giunti ex galeotti e perfino jihadisti sono state proprio, nell’ottobre scorso, le autorità tunisine. Le stesse che adesso simulano indignazione.
Infine, vale la pena di soffermarsi un momento su un’altra vicenda. Ovvero la morte di Soumayla Sacko, il ventinovenne bracciante del Mali ucciso a colpi di fucile sabato sera a San Calogero, in Calabria. C’è chi ha dato la colpa al «clima di odio» scatenato da questo governo. C’è chi ha crocifisso il solito Salvini, colpevole di avere detto che per i clandestini è finita la pacchia. In realtà, il ministro ha fatto bene a parlare a ragion veduta, poiché la situazione era decisamente poco chiara. Ora si sa che il razzismo non c’entra nulla. Gli investigatori stanno indagando su un calabrese di 43 anni, ma sembra che la pista da seguire non sia quella della criminalità organizzata. Sono mesi che i «barbari populisti» spiegano quanto l’immigrazione di massa stia arricchendo le mafie e stia creando un esercito di schiavi. Adesso ne abbiamo l’ennesima prova. «Gli ammassi, le baraccopoli e i ghetti portano inevitabilmente allo scontro sociale», ha detto Salvini, e ha ragione.
È per eliminare situazioni di questo tipo che servono, per esempio, i rimpatri, sui quali – come prevedibile – si è scatenata un’ulteriore bagarre. Forse nessuno ricorda che è stata l’Unione Europea a intimarci più volte di rimandare a casa loro gli immigrati irregolari. Persino il già citato belga Theo Francken, ieri, ha invitato il nostro esecutivo a «smettere di accettare le imbarcazioni di migranti» onde non favorire il traffico di esseri umani e impedire alle mafie «di arricchirsi».
Certo, accusare i nuovi governanti di essere schifosi razzisti – come fanno Vauro, Roberto Saviano e soci – è molto semplice. Ma la realtà dice che la famigerata «linea dura» salviniana può portare benefici non solo agli italiani, ma anche a quei migranti che lavorano come bestie nei campi. Solo che, per alcuni, ammetterlo è difficile: ci vuole troppa dignità per riconoscere di aver sbagliato.
Francesco Borgonovo
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