• Stephen Smith, già firma di Libération e Le Monde, ha scritto un saggio citato dal presidente francese nel quale, dati alla mano, prevede un’invasione biblica. E punge: «I neri? Non avevano neanche la ruota…».
  • Intanto, i governi di Ungheria, Croazia, Bulgaria e Slovenia, capeggiati dall’Austria, sfidano Bruxelles: riveda Dublino o ci arrangiamo.
  • Negli ultimi 10 anni, l’Unione europea ha visto un numero enorme di richieste d’asilo bocciate. Tante, sulla carta, le espulsioni. Ma sono meno della metà quelle davvero eseguite.

Lo speciale contiene tre articoli.

Nella bibliografia di base sull’Africa che i dottorandi della School of advanced international studies dell’università Johns Hopkins di Washington D.C. devono padroneggiare per diventare futuri africanisti di vaglia, si contano 212 studi economici, 63 opere sulle questioni etniche, 34 sulle religioni del continente e solo due titoli sui problemi demografici.

Quello che per gli accademici sembra essere l’ultimo dei problemi relativi all’Africa, per il resto del mondo è invece il primo. Si calcola infatti che, nel 2050, su un totale di 10 miliardi di abitanti della terra, almeno il 25% sarà africano. Nel 2100, su un totale di 11 miliardi, gli abitanti del Continente nero saranno il 40%. Numeri che fanno spavento.

Ce ne sono tantissimi, e di agghiaccianti, nel volume che sta facendo molto parlare in Francia: La ruée vers l’Europe, di Stephen Smith. Per capire l’ampiezza del dibattito, basti pensare che il saggio è stato citato persino da Emmanuel Macron, mentre Le Monde, all’atto di recensirlo, ha titolato: «Fino a che punto l’Europa può accogliere i migranti africani senza perdere la sua identità?». Un interrogativo che è già una vittoria, vista la linea editoriale del quotidiano transalpino. Tanta capacità persuasiva verso il mondo progressista deriverà forse dal fatto che Smith è uno di quell’ambiente: ex responsabile per l’Africa di Libération tra il 1988 e il 2000, il giornalista francofono americano ha poi svolto la stessa mansione proprio a Le Monde tra il 2000 e il 2005. Il pedigree, insomma, è democratico a 24 carati. Ma si sa, non esiste peggior reazionario del progressista che ha toccato con mano le illusioni del progresso. E sull’Africa, l’Occidente ha propalato teorie illusorie a vagonate, per secoli. Oggi, tuttavia, gli africani ci presentano il conto.

«La giovane Africa», scrive Smith, «sta correndo verso il Vecchio continente, è scritto nell’ordine delle cose così come lo era, verso la fine del XIX secolo, la “corsa verso l’Africa” dell’Europa. Solamente che questa volta è il popolo a prendere l’iniziativa, il dèmos che ridisegna la cartina del mondo, così come l’imperialismo europeo fu innanzitutto il progetto di una minoranza influente che seppe trascinare con sé lo Stato e la società». Nel 1930, il numero di europei dei quattro principali Paesi coloniali – Gran Bretagna, Francia, Portogallo e Belgio -presenti sul territorio africano, era di 2 milioni di individui: il 2% della popolazione di quegli Stati e l’1% della popolazione africana. Sempre alla fatidica data del 2050, invece, si conteranno tra i 150 e i 200 milioni di «afroeuropei», cioè migranti e loro eredi.

Il rapporto tra le due masse umane separate fra loro dal Mediterraneo, del resto, è eloquente: oggi 510 milioni di europei osservano impotenti 1,3 miliardi di africani che scalpitano. Tra 35 anni, saremo in 450 contro 2,5 miliardi. In tutto il continente, del resto, il 40% della popolazione ha meno di 15 anni. Insomma, se pensate che i flussi di questi anni siano un esodo biblico, avete completamente sbagliato le proporzioni del fenomeno: la verità è che l’Africa non ha ancora cominciato a muoversi. Soprattutto quella subsahariana. La popolazione di questa parte del Continente nero è passata da 230 milioni nel 1960 a un miliardo nel 2015. Nella stessa zona, fino a qualche anno fa troppo povera per partire (che gli immigrati siano spinti dalla miseria ormai lo credono solo i gonzi, la verità è che si sposta chi se lo può permettere), sta ora crescendo una classe media che ha le conoscenze, l’ambizione e i fondi per decidere di rifarsi una vita nel «primo mondo».

Smith non è comunque nuovo a provocazioni politicamente scorrette. Nel 2003 aveva pubblicato un saggio che aveva fatto molto rumore, dal significativo titolo di Négrologie: pourquoi l’Afrique meurt. Già, perché l’Africa muore? «In gran parte», rispondeva il giornalista, «perché si suicida. È come se, a bordo di una piroga già sbattuta di qua e di là dalla tormenta, i passeggeri, anziché remare per arrivare alla terra ferma, si impegnassero a perforare lo scafo della loro già fragile imbarcazione». Altro che buon selvaggio africano, quindi. Ma Smith va pure oltre, fino ad affermare che, «dall’epoca della decolonizzazione, l’Africa lavora alla propria ricolonizzazione». Per poi affondare il colpo: «È tempo di mettere fine a una doppia ipocrisia: quella degli occidentali che, per la loro colpevolezza storica o per disinteresse smidollato, non dicono la verità agli africani che sanno di essere condannati, a meno che non cessino la loro opera collettiva di autodistruzione; e quella degli africani, ben coscienti dei loro limiti, ma che, arroccati sulla loro “dignità dell’uomo nero” e, in questo, razzisti quanto certi coloni, rifiutano ogni critica radicale per non perdere la pensione alimentare che traggono dalla colpa dell’Occidente». Per poi chiedersi polemicamente: «Su un continente che non ha inventato né la ruota né l’aratro, che ignorava la trazione animale e tarda ancor oggi a praticare la coltivazione irrigata, anche nei bacini fluviali, i cooperanti devono mordersi il labbro se, discutendo con i loro “omologhi” africani, hanno avuto la sfortuna di evocare il “ritardo” dell’Africa?».

Ma ovviamente possiamo far finta di ignorare tutto ciò, in nome di quella che Paul Collier, professore di Oxford e autore del saggio Exodus, definisce «the stuff of teenage dreams», la materia di cui sono fatti i sogni degli adolescenti, ovvero l’illusione che chiunque possa scegliere di vivere ovunque. A parte se sei un bianco che vuole trasferirsi in Africa: quello, infatti, è bieco colonialismo.

Adriano Scianca


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