Il gip: «L’assassino di don Roberto è lucido, aggressivo e provocatorio»
  • Ridha Mahmoudi studiò il delitto nei dettagli. Riteneva il prete complice di un complotto per rimandarlo in Tunisia: «Doveva morire come un cane». E Konrad Krajewski, noto come don Bolletta, gli regala un rosario: «Uomo sfortunato che sta in carcere».
  • Allarme in quattro strutture di Palermo. Gli extracomunitari contagiati si rifiutano di andare in isolamento in hotel e Nello Musumeci blinda i centri. Proteste da chi vuol uscire.

Lo speciale contiene due articoli.

Tre caratteristiche precise vengono sottolineate dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Como, Laura De Gregorio, che ha confermato l’arresto di Ridha Mahmoudi, il tunisino di 53 anni accusato di aver ucciso, martedì mattina, quello che chiamava «il prete di San Rocco», don Roberto Malgesini: una «forte capacità criminale», una «indole aggressiva, che denota una violenza non comune», e uno status «evasivo, contraddittorio e provocatorio». Il tunisino, durante l’interrogatorio di garanzia, dopo aver sostenuto che con il gip non avrebbe parlato, perché era una «donna», ha cercato di ritrattare, solo due giorni dopo, il verbale con la confessione resa in questura (che non voleva firmare), negando in seconda battuta di aver ucciso don Roberto. Ma è risultato, secondo il gip, «non credibile». In questura, invece, aveva fornito dettagli e motivazioni.

Don Roberto, nella versione originale, sarebbe stato colpevole di un complotto organizzato per rimandarlo in Tunisia: ragion per cui avrebbe dovuto pagare con la vita. Il tunisino avrebbe usato queste parole: doveva «essere ucciso come un cane». Il tunisino, però, ha una ferita a una mano, che per gli investigatori si sarebbe procurato durante l’accoltellamento del sacerdote. Lui, stando a quanto riporta il quotidiano il Giorno, però, avrebbe sostenuto di essersela causata «da solo». Nell’esposizione, comunque, riporta ancora il Giorno, sarebbe stato «lucido, preciso e dettagliato». Nella seconda versione, insomma, ad armargli la mano sarebbero state le istituzioni e il prefetto, colpevole di averlo espulso dall’Italia (il provvedimento era al momento sospeso perché il tunisino l’aveva impugnato). Mahmoudi, stando a quanto hanno ricostruito gli investigatori, era ossessionato dall’espulsione. E vedeva nemici ovunque: tra le forze di polizia, i giudici e finanche il medico che lo aveva visitato. Il giorno dell’udienza per discutere della sua espulsione riteneva di essere certo che le forze dell’ordine lo avrebbero portato in aeroporto. E allora ha atteso don Roberto alle 7, orario in cui tutti i giorni il sacerdote portava in auto la colazione da distribuire ai senzatetto, si è avvicinato e ha chiesto al prete di aiutarlo. E quando il religioso, dopo avergli detto che sarebbe stato a sua disposizione dopo il giro delle colazioni, si è girato di spalle, lo ha accoltellato.

Il gip valuta anche la condizione psichica dell’indagato: «Non pare allo stato discutibile l’imputabilità dell’indagato, considerato che le ragioni addotte, pur lasciando ipotizzare connotazioni persecutorie del pensiero», non farebbero emergere «un dubbio in ordine alla capacità di intendere e volere». Il giudice ricava queste valutazioni dalla modalità con la quale il tunisino ha commesso il delitto: «La scelta del momento in cui commettere il delitto non è stata accidentale». L’indagato, infatti, avrebbe cercato le «condizioni più propizie»: di primo mattino, con poca gente in giro. In più, l’accusato, avrebbe «atteso il giorno del suo processo», presentandosi con un coltello. Il gip, quindi, ritiene che il tunisino sia stato freddo e «determinato». E dal carcere del Bassone di Como, dove è stato interrogato, è stato poi trasferito, per ragioni di sicurezza, al penitenziario di Opera a Milano. Si ritiene che, siccome don Roberto era molto apprezzato dai detenuti che sosteneva spiritualmente e materialmente in carcere, qualcuno potesse aver in mente di fargliela pagare, nonostante fosse in isolamento. Il legale del tunisino, Davide Giudici, aveva fatto sapere che stava valutando la richiesta di una perizia psichiatrica: «Faremo una valutazione sulla base della convalida e se necessario presenterò istanze ai giudici». Dopo le valutazioni del gip, però, potrebbe aver cambiato idea. Il difensore era stato assegnato d’ufficio, dopo il rifiuto dell’indagato a nominare un avvocato di fiducia. In precedenza Mahmoudi è stato assistito da altri due legali, i fratelli Carlo e Vittorio Rusconi, che avrebbero revocato il mandato dopo le dichiarazioni rese martedì da Mahmoudi, che ha indicato loro come primo obiettivo, sostenendo di averli cercati fuori dal palazzo di giustizia. Anche loro, secondo l’indagato, avrebbero fatto parte del complottone per rimandarlo a casa. Nel frattempo, l’elemosiniere di papa Francesco, il cardinale Konrad Krajewski, meglio conosciuto come don Bolletta, al termine della commemorazione del sacerdote di strada nella cattedrale di Como (che si è tenuta ieri), ha fatto sapere di aver portato un rosario per Mahmoudi, «l’uomo sfortunato che ucciso don Roberto e che sta in carcere». E ha concluso, chiedendo alle autorità di portarglielo.


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