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Migranti al porto di Dover (Getty Images)

C’è un momento esatto in cui la logica del welfare umanitario si avvita su se stessa, trasformandosi in una farsa grottesca che flirta con la tragedia. Questo momento si consuma ogni giorno sulle banchine di Dover, nel Regno Unito, dove la burocrazia britannica ha trovato la formula perfetta per ripulirsi la coscienza collettiva: non potendo – o non volendo – proteggere le donne dall’orrore assoluto, si premura almeno di accoglierle con il guardaroba culturalmente corretto.

A squarciare il velo di una narrazione ipocrita ci ha pensato, paradossalmente, lo stesso ministro laburista della giustizia britannica, Shabana Mahmood, che ha messo a verbale una verità agghiacciante: «Si può quasi garantire che ogni donna sia stata probabilmente violentata lungo il viaggio».

Non una possibilità: una certezza, una macabra tassa di transito pagata alle bande criminali e ai trafficanti di esseri umani che gestiscono i gommoni nella Manica. La dichiarazione fotografa l’ennesimo cortocircuito ideologico del governo socialista di Andy Burnham: da un lato, dichiarano di voler azzerare gli sbarchi, dall’altro inseguono l’utopia di voler espandere a dismisura le rotte umanitarie legali e controllate.

Mahmood ammette: «Non abbiamo il controllo dei confini» e denuncia gli stupri sulla rotta

La stessa Mahmood ha candidamente ammesso che «al momento non abbiamo il controllo dei confini». Fin qui, la cronaca del dramma. Ma è stringendo l’obiettivo sulla sponda inglese che il quadro si tinge di un paradosso raggelante: mentre il governo certifica che il viaggio verso il Regno Unito è un calvario di abusi, la macchina pubblica si attiva non per prevenire la violenza, ma per gestire il post-sbarco con un’efficienza da grande magazzino.

Dopo gli abusi arrivano gli hijab: a Dover distribuiti 974 veli alle migranti

Un’inchiesta del quotidiano britannico Telegraph ha rivelato che, tra gennaio e giugno di quest’anno, i funzionari di frontiera hanno distribuito gratuitamente alle migranti appena sbarcate ben 974 hijab, i tradizionali copricapo islamici.

Una media di 162 veli al mese. Un tempismo encomiabile: lo stupro è assicurato, ma il decoro confessionale, per fortuna, è salvo, a spese del contribuente, in nome di rigidi (seppur sacrosanti) protocolli umanitari che impongono di fornire abiti asciutti a chi arriva con i vestiti zuppi di acqua di mare.

La cura del dettaglio logistico rasenta il paradosso: a Dover è stato allestito un centro di stoccaggio direttamente sulla banchina del porto, descritto come un mastodontico emporio, grande quanto un supermercato Marks & Spencer, completo di cabine per cambiarsi e migliaia di capi di ogni taglia (dai giubbotti imbottiti ai pagliaccetti per i neonati).

Quattro milioni di sterline per vestiti e scarpe: la macchina dell’accoglienza sulla banchina

Praticamente una boutique della solidarietà tardiva, dove l’orrore subito pochi chilometri prima viene catalogato, stirato e consegnato in comodi kit d’ordinanza. Un’operazione di «accoglienza sartoriale» che dal 2021 a oggi è costata ai contribuenti britannici la bellezza di quasi 4 milioni di sterline, con punte di 3.000 sterline al giorno per i soli kit di abbigliamento e scarpe.

L’ironia di questa pelosa ipocrisia salta agli occhi con una violenza pari a quella subita dalle vittime lungo la rotta. Il messaggio implicito delle istituzioni d’oltremanica sembra quasi un macabro vademecum: cara migrante, sappiamo che per arrivare fin qui sarai con ogni probabilità abusata; lo Stato britannico non muoverà un dito per sottrarti a questo destino finché sarai in terra straniera, ma consolati perché non appena i tuoi piedi toccheranno il suolo di Sua Maestà, troverai un hijab pulito, asciutto e conforme alla tua fede.

Conservatori all’attacco: «Soldi pubblici per finanziare simboli religiosi»

La beffa burocratica ha scatenato i conservatori all’opposizione, schierati dalla parte dei cittadini che pagano le tasse per finanziare i simboli religiosi di chi viola i confini nazionali.

Ma al di là della polemica sui costi, resta l’immenso cortocircuito morale di un sistema che preferisce normare al millimetro il guardaroba d’emergenza piuttosto che fermare la filiera del terrore: le vittime ricevono un velo di Stato per coprire i segni visibili del viaggio, lasciando l’indecenza dell’ipocrisia politica completamente nuda.

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