Governo-giudici: secondo round sull’Albania
Giorgia Meloni (Ansa)
  • Maxi vertice a Palazzo Chigi sul centro per i rimpatri balcanico: «Andiamo avanti, soluzione innovativa che nell’Ue apprezzano». Giorgia Meloni confida nei paletti messi ai magistrati dalla Cassazione e nel trasferimento di competenze alle Corti d’Appello da gennaio.
  • Il generale Luciano Portolano in Libia per rafforzare la cooperazione, in vista della nuova sfida russa.

Lo speciale contiene due articoli.

L’Albania è in cima alla lista dei buoni propositi per il 2025. Nella tarda mattinata di ieri, a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni ha presieduto una riunione sull’attuazione del protocollo con Tirana per i migranti. Hanno partecipato Antonio Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri; Matteo Piantedosi, titolare del Viminale; Guido Crosetto, ministro della Difesa; Tommaso Foti, ministro per gli Affari europei; e il sottosegretario con delega ai Servizi, Alfredo Mantovano. Il peso del parterre illustra il valore strategico attribuito dal governo all’hub di Shengjin e al Centro per i rimpatri di Gjadër. Struttura che le mancate convalide dei trattenimenti da parte dei giudici hanno svuotato, picconando un progetto sul quale la leader di Fdi ha investito soldi e reputazione.

«Il vertice», spiegava una nota della presidenza del Consiglio, «ha ribadito la ferma intenzione di continuare a lavorare, insieme ai partner Ue e in linea con le Conclusioni del Consiglio europeo dello scorso 19 dicembre, sulle cosiddette “soluzioni innovative” al fenomeno migratorio». Una strada sulla quale la Meloni ha registrato, a Bruxelles, un «forte consenso», emerso in occasione dell’incontro che si è svolto, a margine del summit Ue della settimana scorsa, «insieme ai primi ministri danese e olandese con gli Stati membri più interessati al tema». Tajani, che ieri è volato in Kosovo dai militari della missione Kfor, ha ribadito «il nostro impegno a seguire il percorso che anche l’Unione europea ha riconosciuto. Andremo avanti», ha aggiunto il capo della diplomazia italiana, «per contrastare i trafficanti di esseri umani, per il rispetto delle norme comunitarie. Le soluzioni innovative sono state apprezzate e vengono apprezzate anche da altri Paesi. Abbiamo avuto una sentenza della Corte che conferma la bontà delle scelte del governo».

Il ministro si riferiva al verdetto della Cassazione di giovedì scorso, che l’esecutivo ha accolto con entusiasmo. Gli ermellini, in effetti, hanno confermato che è il «circuito democratico della rappresentanza popolare», ossia la politica, a dover individuare i Paesi sicuri, nei quali è lecito rimandare gli immigrati con la procedura accelerata di rimpatrio. È un punto cruciale, perché il protocollo siglato con Edi Rama prevede che, al di là dell’Adriatico, siano condotti gli stranieri in età adulta, in buona salute, non vulnerabili, provenienti da uno Stato incluso nella lista governativa. Soltanto a costoro è possibile applicare l’iter veloce per il respingimento. La Suprema Corte ha precisato che i magistrati valuteranno caso per caso la situazione dei singoli ricorrenti, però ha chiarito – come hanno sottolineato dal Viminale – che il trattenimento nei Cpr si può negare solamente in presenza di una «puntuale istruttoria», qualora sussista un «manifesto contrasto» tra l’elenco dei Paesi sicuri e i «principi del diritto europeo e nazionale». È lecito disapplicare la normativa italiana solo se il richiedente asilo «abbia adeguatamente dedotto l’insicurezza» del suo rimpatrio «nelle circostanze specifiche in cui egli si trova». Per intenderci: un egiziano chiede protezione in quanto omosessuale? Dovrà provare che, all’ombra delle piramidi, le minoranze Lbgt vengono perseguitate e che egli stesso rischia di essere preso di mira.

La Cassazione ha così fissato dei paletti all’arbitrio delle toghe, ringalluzzite dalla sentenza della Corte Ue di ottobre, la quale assegnava loro il compito di valutare la compatibilità della lista dei Paesi sicuri con il diritto europeo. I criteri indicati dagli ermellini dovrebbero aver messo al bando le sentenze-fotocopia, con cui sono stati fermati i trasbordi verso l’Albania. Il verdetto riguardava il precedente decreto ministeriale, snobbato dai giudici, in quanto fonte del diritto subordinata; a maggior ragione, varrà per il decreto legge, con cui il governo ha rafforzato la disciplina dei Paesi sicuri. Rimane sullo sfondo la prossima pronuncia delle toghe del Lussemburgo, attesa per metà 2025. Comunque, l’Ue dovrebbe giocare d’anticipo, aggiornando la sua «dottrina» sui Paesi sicuri a marzo.

Entro la prima decade di gennaio, invece, sarà completato il passaggio di competenze sui trattenimenti dalle sezioni immigrazione dei tribunali alle Corti d’Appello. È l’altro asso nella manica del governo: i giudici di seconda istanza non si sono occupati in maniera esclusiva di migranti e, auspicabilmente, non hanno trasformato quella per l’accoglienza in una battaglia ideologica personale; inoltre, nei gradi di giudizio superiore, in genere lavorano i magistrati più competenti ed esperti.

Le rinverdite speranze della Meloni hanno allarmato le opposizioni: se riuscisse l’operazione Albania, la sinistra finirebbe al tappeto. I 5 stelle, dunque, si sono scagliati contro una «propaganda che non risolve nulla»; Angelo Bonelli, di Avs, contestando l’interpretazione della sentenza della Cassazione, ha parlato di «analfabetismo giuridico» del premier; secondo Matteo Renzi, «è più facile credere a Babbo Natale che all’utilità dei centri albanesi». Da presidente del Consiglio, lui spalancò i porti in cambio del permesso dell’Europa a distribuire il bonus da 80 euro. Senza essere Santa Claus, ci rifilò un pacco.

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