- Francesco fa propria la versione di Caritas e diocesi e attribuisce l’omicidio di don Roberto Malgesini a una «persona malata di testa». Ma di questa follia non c’è alcuna prova. La famiglia del prete, intanto, chiede di celebrare funerali privati.
- Sanatoria: oltre ai 500 euro di ticket a migrante regolarizzato, gli imprenditori dovranno pagare 300 euro per ogni mese di lavoro in nero. La cifra resa nota tre mesi dopo la scadenza.
Lo speciale contiene due articoli.
La carità fa rima con la verità, ma non sempre coincide. Mentre il mondo laico ed ecclesiastico dell’accoglienza diffusa ha già emesso una (comoda) sentenza di infermità mentale, Mahmoudi Ridha è in isolamento nel carcere del Bassone a Como con l’accusa di omicidio volontario. «I miei guai sono anche colpa tua», avrebbe detto con una certa lucidità a don Roberto Malgesini prima di pugnalarlo alle spalle e poi sgozzarlo nell’alba agghiacciante di piazza San Rocco. Erano da poco trascorse le sette di mattina, il prete degli ultimi era chino sulla Panda grigia, dov’era solito stivare thermos con il caffè, biscotti, vestiti, medicine per i disperati e non poteva immaginare che la frase sarebbe stata l’inizio della tragedia.
Né in questura, né all’ospedale Sant’Anna, né presso gli assistenti sociali esistono fascicoli a nome dell’irregolare tunisino per problemi psichiatrici acclarati o trattamenti sanitari obbligatori. Un malato immaginario, ma la narrazione della diocesi di Como e della Caritas locale continua ad avere come punto di partenza la pazzia. Una tesi difensiva che somiglia a un film per uscire indenni da un tema scottante come quello del grande abbraccio indistinto. Oltre ogni ragionevolezza, oltre ogni regola. La tesi che prescinde dalla realtà è arrivata fin sulle labbra di papa Francesco. Ieri nell’udienza generale il pontefice ha voluto far sentire la sua vicinanza al martire don Roberto: «Desidero ricordare il sacerdote della diocesi di Como, ucciso da una persona bisognosa che lui stesso aiutava, una persona malata di testa». Parole molto simili a quelle pronunciate dal vescovo lariano, Oscar Cantoni, durante il rosario in duomo davanti a un migliaio di devoti. Parole, quelle del Santo Padre, che appongono alla bugia un sigillo di autorevolezza e allontanano ogni discussione. Che fai, contesti il Papa?
Il problema è che fino alle sette di mattina di due giorni fa Mahmoudi non era matto. E quando ha detto al magistrato «è morto come un cane» non sembrava neppure pentito. Imputava a don Roberto di avergli consigliato l’avvocato sbagliato. Era spaventato perché in procinto di affrontare in tribunale un’udienza decisiva per la sua espulsione con nessuna possibilità di scamparla. Si sentiva accerchiato da un sistema che lui riteneva punitivo («C’è un complotto contro di me per farmi tornare in Tunisia», ha rivelato ai magistrati con una frase fatta in queste situazioni). Era travolto dalle emozioni come chiunque – non essendo bounty killer – nell’affrontare un’azione violenta d’impeto. Ma per gli oltre 25 anni trascorsi a Como, fra le denunce penali che gonfiano il consistente dossier di reati, nessuno ha ancora trovato diagnosi di latente o patente pazzia.
La prima autorità ad accreditare la versione è stata la Caritas diocesana attraverso il martellamento del direttore, il diacono Roberto Bernasconi, che dal primo minuto e su tutti i media possibili ha ripetuto il mantra del delitto sociale. «La tragedia nasce dall’odio, basta con tutti questi veleni, spero che il suo martirio dia a tutti in questa città la capacità di mettersi al servizio degli altri». E ancora ieri a Radio24: «È arrivato a un gesto estremo perché non era stato accettato dalla città». Un disco rotto, una versione a senso unico, come se a Como non esistessero decine di associazioni che ogni giorno si occupano degli ultimi con grande dedizione ed enormi sforzi anche economici. Una tesi ambigua quella di Bernasconi, preconfezionata, buona per un talk show in prima serata, che fa sconfinare l’umanità nell’ideologia. E che non allontana dalla Caritas il sospetto di superficialità nel gestire un uomo prepotente, con eccessi di arroganza, che neppure si può definire senzatetto perché era in carico permanente all’oratorio di Sant’Orsola. Con un paradosso che aleggia: la più autorevole istituzione diocesana di accoglienza avrebbe coperto per anni un matto, lasciando don Roberto al suo destino?
Anche sul famigerato dormitorio pianificato dal Comune e non ancora realizzato, la posizione della Caritas gestita da Bernasconi è ambivalente. Da una parte imputa all’amministrazione di centrodestra uno scarso spirito inclusivo, dall’altra ha sempre sostenuto che «un dormitorio non serve perché la situazione dei senzatetto non è emergenziale ma strutturata. La città deve reinserire gli ultimi. Il dormitorio necessiterebbe di un bando, di burocrazia, e si saturerebbe in fretta. Servono lavoro, formazione, professionalizzazione». Vaste programme, direbbe Charles De Gaulle, in un’Italia piegata dal Covid e costretta a far fronte a un quotidiano e consistente ingresso di migranti economici destinati a disperdersi nel degrado delle periferie.
Sociologia spicciola mentre Como piange don Roberto. E corre il rischio di non poterlo salutare con le sue preghiere e le sue lacrime perché la famiglia ha confermato alla diocesi l’intenzione di portare il più presto possibile le spoglie dov’è nato, a Regoledo di Cosio Valtellino. Papà Bruno, mamma Ida, i fratelli Mario, Enrico e la sorella Caterina sono per ora irremovibili, come se qualcosa che sfugge stesse creando attrito nei confronti della soluzione più naturale: i funerali in duomo. Ieri Caterina Malgesini, interpretando la generosità evangelica di don Roberto, ha detto: «Sono sicura che lui ha già perdonato chi lo ha colpito. Era fatto così». Sempre lontano dai clamori e dai riflettori, sempre incondizionatamente vicino agli ultimi. Un piccolo San Francesco che attraversava il centro della città con uno zaino pesante. E a chi gli chiedeva cosa contenesse rispondeva: «Il pronto intervento per chi ha bisogno». Per lui carità e verità coincidevano sempre.
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