Con i porti chiusi calano i morti e gli sbarchi
  • I numeri danno ragione alla linea di Matteo Salvini: dal primo gennaio 2019 a oggi sono arrivate 1.009 persone, contro le quasi 10.000 dello stesso periodo di un anno fa. Fino a oggi un solo cadavere recuperato (erano 23 nel 2018). In diminuzione anche i dispersi.
  • Intanto ieri la Guardia costiera tunisina ha intercettato un barcone con 46 migranti.

Lo speciale contiene due articoli.

Se la matematica non è un’opinione, la linea del ministro dell’Interno Matteo Salvini sull’immigrazione non solo regge, ma sbaraglia con la forza dei numeri ragionamenti e riflessioni (opinioni, quelle sì) da salotto.

Gli ultimi dati del Viminale sul punto sono eloquenti: un migliaio di persone sbarcate dal primo gennaio 2019 a oggi (per l’esattezza 1.009), contro le quasi 10.000 (il numero esatto è 9.959) dello stesso periodo di un anno fa, dati aggiornati a ieri mattina. Il che significa una riduzione drastica del 90 per cento in dodici mesi. Capitolo rimpatri: nel 2019 sono 2.301 (più del doppio degli arrivi, rilevano gli esperti del ministero), di cui 2.179 forzati (dato aggiornato al 5 maggio) e 122 volontari assistiti (dato aggiornato al 7 aprile).

Nel 2019 ci sono stati recuperati un cadavere e 402 dispersi (stima Unhcr) contro i 23 morti accertati del 2018, anno in cui la stima dei deceduti e dispersi toccò quota 2.277. Nel 2016 (con il governo di centrosinistra) ci furono 390 morti accertati e 5.096 dispersi. Percentuali positive che spingono il vicepremier leghista a promuovere il suo modello. «Nel 2019 meno sbarchi, meno reati commessi, meno morti in mare», ha detto Salvini. «Se qualcuno rimpiange i porti aperti che portavano in Italia più clandestini e facevano morire in mare più persone, sappia che avrà nel sottoscritto un avversario irriducibile».

Un’affermazione che sembra una stoccata più agli alleati grillini di governo, che hanno dato fuoco alle polveri recentemente sull’argomento, che ai rivali. A soffocare comunque una polemica che appariva ormai montante con Luigi Di Maio sono state le lettere che il premier Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi hanno indirizzato proprio al vicepremier leghista in risposta all’appello da lui lanciato. Salvini aveva chiesto, infatti, un’azione comune di tutto l’esecutivo per stringere nuovi accordi bilaterali finalizzati anche al rimpatrio dei clandestini. Gli unici strumenti di cui l’Italia può disporre per allontanarli dal proprio territorio.

Sia dal punto di vista operativo che giuridico, infatti, per incrementare ancora di più i rimpatri è necessaria un’azione collegiale per la stipula di nuovi patti con Stati esteri, soprattutto quelli che maggiormente sono coinvolti nei grandi flussi migratori. Non a caso, la cooperazione con alcuni paesi africani è stata tra gli argomenti della recente telefonata tra Salvini e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Alla luce di quanto il Viminale sta mettendo in campo e dei riflessi interni e internazionali che il tema dei rimpatri innesca, il presidente del Consiglio, nella sua risposta a Salvini, ha proposto di coinvolgere anche Difesa, Sviluppo economico e Affari esteri. Mentre, nella sua replica, il capo della Farnesina Enzo Moavero «condivide l’obiettivo di rendere più efficace il sistema dei rimpatri di migranti ai quali non sia stato riconosciuto diritto all’asilo». «Rileva, che può aiutare l’inserimento, negli accordi bilaterali sui rimpatri, di una clausola che li incentivi, utilizzando i fondi per la cooperazione a favore degli Stati di origine dei migranti».

Le lettere di Conte e di Moavero Milanesi sono arrivate a poche ore dal Decreto sicurezza-bis che interviene con decisione contro i trafficanti di uomini e gli aggressori delle forze di polizia. E faranno da apripista, per la settimana prossima, al già convocato tavolo Esteri-Interno, storica sede di confronto interministeriale tra esperti dei dicasteri per affrontare temi di comune interesse come i rimpatri e l’immigrazione.

Per avere contezza delle proporzioni del fenomeno migratorio, può bastare qualche dato: in quattro anni – parliamo dal 2014 al 2017, periodo in cui il flusso dal nord Africa è stato più intenso – sono arrivati via mare in Italia circa 623.000 migranti. Un numero di gran lunga superiore a quello di qualsiasi altro Paese europeo e inferiore solo alla Grecia che, tra il 2015 e il 2016, accolse un milione di profughi che percorrevano la «rotta balcanica».

Una domanda di protezione internazionale -istanza che viene naturalmente fatta da tutti quelli che mettono piede nel nostro Paese, altrimenti sarebbero mandati indietro – viene istruita in circa due/tre anni, durante i quali il richiedente resta in carico ai centri di accoglienza. Da qui un sistema allo sfascio che ingoia miliardi di euro senza risolvere alcuna criticità né sul fronte della sicurezza nazionale né su quello della solidarietà nei confronti di chi scappa da morte e guerre, e che deve essere giustamente accolto.

Alla fine del 2017 i migranti che sono riusciti a ottenere una forma di protezione internazionale sono circa 147.000, mentre quelli ancora in attesa e ospitate nelle strutture di accoglienza sono circa 180.000 (secondo i calcoli della Fondazione Migrantes fermi però a dicembre 2017). A questi dobbiamo aggiungere i circa 600.000 stranieri che vivono irregolarmente sul territorio italiano; sono persone a cui è scaduto il permesso di soggiorno, o a cui è stata respinta la richiesta di asilo, e che continuano a vivere – invisibili – tra noi. Con tutti i rischi che ne derivano.


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