A Luigi Lovaglio resta una consolazione: aver fatto spendere a Intesa Sanpaolo 800 milioni in più. Non è esattamente il finale che aveva immaginato per la sua partita bancaria, ma in una giornata in cui gli azionisti hanno bocciato tutte le sue proposte, anche le consolazioni hanno il loro peso.
Le ambizioni dell’amministratore delegato di Mps si infrangono nell’assemblea dei soci, che ha mandato al tappeto il suo piano alternativo a Intesa. E lo ha fatto con una maggioranza che lascia poco spazio alle interpretazioni: il mercato ha scelto, Lovaglio ha perso.
La bocciatura del piano alternativo a Intesa
La doppia operazione su Banco Bpm e Banca Generali, concepita in pieno agosto come risposta all’Opas ostile di Intesa Sanpaolo, si è spenta con un risultato negativo che non lascia spazio a commenti. Sull’offerta relativa a Banca Generali i contrari sono stati il 90,9% del capitale presente in assemblea, mentre i favorevoli si sono fermati al 6,66%. Anche l’operazione su Banco Bpm è stata bocciata con le medesime percentuali. Come se non bastasse, è arrivato il voto contrario anche alla fusione con Mediobanca, altro tassello della strategia immaginata dal banchiere lucano.
Il risultato era scontato da settimane. Da quando Carlo Messina aveva annunciato l’ultimatum: un rilancio da 800 milioni in cambio del voto contrario al piano Lovaglio. Ma un conto è aspettarsi una sconfitta, un altro è ritrovarsi davanti a un plebiscito contrario. Soprattutto perché, nel frattempo, anche i fondi hanno fatto le valigie. La grande maggioranza degli investitori istituzionali, al di là dei soci di riferimento Delfin e Caltagirone, ha preferito non rinunciare all’opportunità offerta da Intesa. Insomma, meglio l’incasso subito che l’avventura proposta da Lovaglio. La finanza, da questo punto di vista, è assai poco romantica.
Lovaglio: «Gli azionisti hanno incassato 800 milioni in più»
Il numero uno di Mps, però, non si considera sfiduciato. Anzi, nella conferenza stampa successiva all’assemblea ha provato a rovesciare il senso della giornata. Ha interpretato la sconfitta come una vittoria per i soci. «Hanno incassato 800 milioni in più dopo il rilancio di Intesa». Per Lovaglio, l’esito del voto e la fiducia personale sono «due cose completamente diverse».
Il ragionamento è semplice: senza la sua iniziativa, sostiene, Intesa non avrebbe rilanciato. «Se noi non avessimo fatto questa iniziativa, non ci sarebbe stato l’ultimatum di Intesa e non ci sarebbero stati 25 centesimi in più», ha spiegato. E ancora: «Credo che sicuramente una buona parte degli azionisti abbia apprezzato il nostro impegno, che non è volontà, è un dovere». Quanto ai messaggi ricevuti dagli investitori, il banchiere assicura che sono stati «diciamo positivi». Un ottimismo che, dopo una bocciatura di queste proporzioni, meriterebbe forse un capitolo a parte.
I pochi sostenitori rimasti al fianco dell’ad
A sostenere il progetto sono rimasti in pochi. Innanzitutto la famiglia Tortora, che gli aveva consentito ad aprile di riprendersi il posto di amministratore delegato. Poi la Fondazione Mps, con il suo simbolico 0,2% del capitale, mentre il grosso degli azionisti ha imboccato un’altra strada. Fuori dalla sede della banca i dipendenti manifestavano con la presenza della sindaca di Siena e della presidente della Provincia. Dentro, si consumava il tramonto del piano alternativo.
Lovaglio rivendica dunque di aver fatto alzare il prezzo e di aver difeso gli interessi dei soci. Ma il punto è che gli azionisti, chiamati a scegliere se affidarsi alla sua strategia o incassare con Intesa, hanno risposto senza troppi giri di parole. Gli 800 milioni in più restano sul tavolo, certo. La fiducia nel suo progetto, invece, si è volatilizzata. E se il banchiere considera le due cose completamente diverse, l’assemblea ha dimostrato che, almeno per una volta, possono anche andare di pari passo.
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