Basta che non tocchi i miei, poi per il resto fa un po’ come vuoi. Semplificandolo è questo il messaggio che è arrivato qualche giorno fa (era il 14 ottobre) da una delle più importanti associazioni di Confindustria, Assoimmobiliare. I soci rappresentano l’intera filiera degli operatori del real estate: dalle Sgr per arrivare a fondi immobiliari, Sicaf, società di investimento quotate e non, fino ad alcuni tra i più importanti sviluppatori del mattone italiani e internazionali.
Affordable Housing Act, la stretta europea sugli immobili
I Nostri sono stati chiamati in audizione al Senato per dare un giudizio su uno dei provvedimenti più discussi: l’Affordable Housing Act. L’entrata a gamba tesa della Commissione europea sul tema dell’accesso alla casa. In realtà le gambe sono due: da un lato c’è una Raccomandazione non vincolante che indica alcune leve per incrementare l’offerta abitativa. Dall’altro (ed è quella che più interessa ovviamente) una proposta di Regolamento che fissa un quadro comune per le restrizioni che si possono introdurre non solo sugli affitti brevi, ma anche sulla compravendita di immobili non adibiti a residenza principale. Insomma, dalla seconda casa in poi.
Il diritto di proprietà e i limiti alle seconde case
La Verità ha a suo tempo sollevato il problema ed evidenziato (in buona compagnia) la pericolosità del provvedimento soprattutto per il tema del rispetto del diritto di proprietà. In buona sostanza, si stabilisce che nelle aree ad alta tensione abitativa (rapporto tra prezzi delle abitazioni e redditi almeno pari a otto volte e in crescita nell’ultimo decennio) le autorità nazionali, regionali e locali possono limitare gli affitti brevi o l’acquisto di immobili che non diventano la residenza principale. Insomma, non solo il Comune può dirti che con la tua casa non puoi esercitare attività di locazione turistica, ma addirittura che non puoi cederla.
Assoimmobiliare promuove la raccomandazione sull’offerta abitativa
Ma torniamo a Confindustria. Cosa sostiene Assoimmobiliare? Una cosa molto semplice, la Raccomandazione («tempi massimi certi per le istruttorie, estendere il silenzio-assenso ad alcune fasi del procedimento, facilitare le ristrutturazioni») va benissimo perché individua il vero problema: la scarsità dell’offerta. Secondo gli industriali solo velocizzando gli iter per costruire e incrementando lo stock abitativo si possono offrire a tutti case a un prezzo calmierato. Peccato che la raccomandazione sia facoltativa. Insomma, un elemento di cogenza in più sarebbe stato gradito. Ma vabbè.
Le obiezioni al Regolamento Ue e l’incertezza sui nuovi progetti
Sul Regolamento invece, che non è facoltativo ma deve essere approvato dal Parlamento Ue, il giudizio è più articolato. «Per un’abitazione già esistente e occupata il criterio è chiaro», ci spiegano, «Per i nuovi progetti, invece, genera incertezza». Perché? «L’investitore o lo sviluppatore», continua Assoimmobiliare, «acquista l’area spesso anni prima che le abitazioni esistano. In quel momento non ci sono acquirenti né inquilini, e non è possibile dimostrare come i futuri residenti utilizzeranno le case. Il testo, facendo riferimento alla residenza principale del proprietario o di un’altra persona, potrebbe già tutelare i progetti destinati a futuri residenti, ma non lo afferma in modo esplicito né chiarisce come tale destinazione dovrebbe essere dimostrata».
La richiesta di esenzioni per fondi e sviluppatori immobiliari
Quindi? «Si chiede pertanto che il Regolamento escluda espressamente l’acquisto di aree o immobili finalizzato allo sviluppo, alla costruzione, alla ristrutturazione o alla riconversione di abitazioni svolti in forma professionale. L’esclusione dovrebbe riguardare gli sviluppatori, i veicoli di investimento proprietari degli immobili (nell’ordinamento italiano, tra gli altri, fondi immobiliari, SIIQ e SICAF) e gli altri investitori che sostengono progetti abitativi effettivi, senza richiedere loro di individuare i futuri residenti o di dimostrare, anni prima del completamento, che ogni alloggio diventerà residenza principale». Ed ecco che arriva la motivazione: «Il principio di fondo è semplice: una casa nuova aumenta lo stock disponibile, anche quando al momento dell’acquisto dell’area nessuno può sapere come la utilizzerà il primo occupante. E nel tempo le abitazioni cambiano uso».
Piccoli proprietari e grandi fondi, due pesi e due misure?
Traduciamo. «Per un’abitazione già esistente e occupata», quindi soprattutto per gli immobili dei piccoli proprietari, «il criterio è chiaro», cosa vuol dire? Che può essere accettato visto che non viene chiesta l’esclusione? Per gli altri, cioè per i «nostri» (fondi immobiliari, SIIQ e SICAF), manca trasparenza e servirebbe quindi un’indicazione esplicita. Dovrebbero essere esclusi dalle norme restrittive di Bruxelles, perché altrimenti cala lo stock abitativo e quindi pure i prezzi rischiano di esplodere.
O forse è la logica in questo caso che rischia di esplodere, perché se un provvedimento cala dalla burocrazia europea sui tetti delle case degli italiani, lede sia il diritto di un semplice proprietario di casa sia quello del grande fondo che da più parti è accusato (spesso ingiustamente) di fare speculazione immobiliare.
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