«L’Europa rischia di perdere i propri impianti produttivi mentre Bruxelles continua a discutere di come salvarli. Il caro energia mette sotto pressione il manifatturiero, la concorrenza asiatica avanza sostenuta da massicci sussidi pubblici e l’Unione europea fatica a trovare risposte all’altezza della sfida». Tanto più sul fronte caldissimo dei costi energetici.
A lanciare l’allarme è Giancarlo Buffo, amministratore delegato di Cisla, azienda piemontese specializzata nello stampaggio a caldo e nelle lavorazioni di precisione, che rifornisce l’automotive di alta gamma, il ferroviario e il nucleare.
La sua richiesta è chiara: «Serve una strategia europea a difesa dei sistemi produttivi e delle risorse energetiche, sostenuta da investimenti mirati. L’energia è il primo fattore di competitività e dimensionamento della capacità produttiva anche in considerazione dello sviluppo dell’IA e dei Data Center». Un appello che arriva alla vigilia del 29 ottobre, quando i ministri dell’Energia dei Ventisette torneranno a discutere delle contromisure ai rincari.
Buffo: «Serve un modello innovativo in grado di innescare la spinta a investimenti sull’energia con ritorno economico»
Buffo parla dall’esperienza di un’impresa energivora che, grazie alla qualità delle lavorazioni e al posizionamento su mercati ad alto valore aggiunto, continua a reggere bene nonostante le difficoltà del settore. Ma il problema riguarda l’intero sistema produttivo europeo e, secondo l’imprenditore, richiede una risposta che vada oltre i confini nazionali.
«Serve un intervento straordinario finanziato con risorse comunitarie, un modello innovativo in grado di innescare la spinta a investimenti sul tema energia con ritorno economico», la sua idea. «Occorre prevedere una dotazione specifica per affrontare l’emergenza energetica e dei carburanti». L’obiettivo è evitare che il sostegno alle imprese dipenda soltanto dalle disponibilità finanziarie dei singoli Stati, alimentando ulteriori squilibri competitivi.
I risultati poco entusiasmanti di Bruxelles
Finora Bruxelles non è rimasta immobile, ma i risultati sono tutt’altro che entusiasmanti. Nel febbraio 2025 la Commissione ha varato l’Affordable Energy Action Plan e nell’aprile 2026 è arrivato AccelerateEU, pacchetto di misure e proposte per i settori più esposti. Anche il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre ha riconosciuto l’urgenza di una risposta coordinata. Eppure, tra piani e raccomandazioni, manca ancora un intervento in grado di incidere rapidamente sui costi delle imprese.
La posta in gioco, del resto, va ben oltre le bollette. Riguarda il futuro stesso dell’industria continentale. «L’Europa vuole mantenere una presenza significativa nel manifatturiero oppure ha deciso di puntare su altre filiere? E in questo caso, quali? Perché io non le vedo», osserva Buffo.
Il pericolo della concorrenza cinese nell’automotive
Basta guardare all’automotive per capire la portata del problema. Mentre le case europee attraversano una fase difficile, i concorrenti cinesi guadagnano terreno grazie a politiche pubbliche che consentono loro di praticare prezzi particolarmente aggressivi.
Una competizione che, secondo Buffo, si gioca ormai con regole profondamente diverse: «Il vero pericolo è una concorrenza alterata dall’intervento pubblico, finalizzato alla conquista di quote di mercato». A pesare sulle imprese europee contribuisce anche una burocrazia che continua ad accumulare vincoli proprio mentre gli altri grandi blocchi economici investono per rafforzare la propria presenza sui mercati internazionali.
Eppure, il Vecchio Continente conserva eccellenze industriali difficilmente replicabili. Ma neppure la qualità può compensare all’infinito i divari di costo. «I nostri costi sono decisamente più elevati rispetto a quelli di altri Paesi», spiega Buffo. Una differenza che riflette anche il peso di un modello economico e sociale capace di garantire ai lavoratori tutele e livelli di welfare superiori a quelli di molti concorrenti internazionali.
Il «localismo strategico»
Un patrimonio che l’Europa dovrebbe difendere, senza trasformarlo in un fattore di debolezza. È in questa prospettiva che l’imprenditore rilancia il concetto di «localismo strategico»: partire dalle competenze, dai distretti e dalle eccellenze radicate nei territori per costruire una politica industriale europea. Non un ritorno ai confini nazionali, ma la capacità di mettere a sistema il patrimonio produttivo esistente, trasformandolo in un vantaggio competitivo.
Una strada sulla quale l’Italia potrebbe giocare un ruolo di primo piano, anche alla luce delle difficoltà attraversate dalla Germania. «Il nostro Paese ha tutte le carte in regola per indicare una nuova strada di innovazione e integrazione», sostiene Buffo. La chiave è proprio quel «moltiplicatore del localismo strategico in una dimensione europea», capace di valorizzare le imprese che già competono con successo sui mercati internazionali.
La necessità dell’innovazione: ammodernamento degli impianti e l’opportunità dell’IA
A questa strategia deve affiancarsi una spinta all’innovazione. L’intelligenza artificiale, ad esempio, offre grandi opportunità per aumentare la produttività, ma richiede investimenti, formazione e personale qualificato.
Per accompagnare questa trasformazione Buffo propone di rilanciare anche il credito d’imposta già sperimentato con Industria 4.0, così da mettere a disposizione delle aziende nuove risorse per ammodernare gli impianti. Accanto agli incentivi servono però stabilità, una visione industriale chiara e soprattutto decisioni accompagnate da scadenze precise. «Oggi la partita si gioca sul tempo», insiste l’ad di Cisla.
Un richiamo che vale soprattutto per Bruxelles, chiamata il 29 ottobre a dimostrare di saper passare dalle parole ai fatti. Perché, come ricorda Buffo, «l’Europa possiede tecnologie, competenze e know-how che rappresentano un vantaggio competitivo enorme». Più chiaro di così.