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L'ex Ilva di Taranto (Imagoeconomica)

La Cassazione mette un altro punto fermo nella vicenda dell’ex Ilva di Taranto. Le Sezioni unite civili hanno respinto i ricorsi presentati dai commissari di Ilva in amministrazione straordinaria e di Acciaierie d’Italia contro la decisione della Corte d’appello di Milano che ha disposto lo stop dell’area a caldo dello stabilimento. Per i supremi giudici ci sono tutti i presupposti per disapplicare l’Autorizzazione integrata ambientale del 2025 e fermare un’attività produttiva ritenuta pericolosa per la salute collettiva.

Nelle motivazioni, la Cassazione parla di pericoli «gravi e rilevanti» e ritiene che l’accertamento compiuto dai giudici di merito sia fondato sulle risultanze istruttorie e sul principio di precauzione. Nessuna violazione, secondo i giudici, del principio di proporzionalità, anche alla luce dell’«annoso protrarsi della vicenda». La tutela della salute e dell’ambiente, scrivono, giustifica una misura inibitoria di questa portata.

Aia 2025, perché i giudici hanno disposto la disapplicazione

Uno dei punti centrali dei ricorsi riguardava proprio l’Aia del 2025, l’autorizzazione che consentiva la prosecuzione dell’attività dell’impianto. Per la Cassazione, invece, ricorrono tutti i presupposti per disapplicarla nel caso concreto, alla luce del contrasto con i principi della direttiva europea sulle emissioni industriali, la Ied, come interpretati dalla Corte di giustizia Ue. La disapplicazione, precisano i giudici, non comporta l’annullamento formale dell’autorizzazione con effetti per tutti, ma ne impedisce l’operatività nella vicenda esaminata. La decisione non cancella dunque l’Aia dall’ordinamento, ma conferma che non può essere utilizzata per superare i rischi accertati nello stabilimento di Taranto.

Calenda contro lo stop: «Chiude la più grande acciaieria d’Europa»

La pronuncia riaccende inevitabilmente il confronto sul futuro dell’acciaieria, tra la necessità di tutelare la salute dei cittadini e le conseguenze industriali e occupazionali del blocco. Carlo Calenda, leader di Azione ed ex ministro dello Sviluppo economico, affida a X la sua critica: «Tanto hanno fatto la magistratura, il Conte 2, Emiliano, Urso, sindaci vari e associazioni che alla fine sono riusciti a chiudere la più grande acciaieria d’Europa e il più grande investimento industriale del Mezzogiorno».

Il nodo della produzione di acciaio e dell’impatto ambientale

Calenda pone anche una domanda sulle conseguenze dello stop: dove verrà prodotto l’acciaio che non uscirà più dagli impianti di Taranto? E, soprattutto, in quali condizioni ambientali? Secondo l’ex ministro, la produzione rischia di spostarsi in Paesi con regole meno stringenti, senza che questo comporti necessariamente un beneficio per l’ambiente su scala più ampia.

Bonelli: bonifiche e nuove prospettive occupazionali per Taranto

Di segno opposto la lettura di Angelo Bonelli, deputato di Alleanza verdi e sinistra e co-portavoce di Europa verde. Per Bonelli, la decisione chiude una stagione di politica industriale che avrebbe prodotto inquinamento e malattie, senza riuscire a garantire neppure la tutela dell’occupazione. Il deputato richiama i quattordici anni trascorsi dal sequestro del 26 luglio 2012 e i decreti approvati nel corso del tempo per consentire la prosecuzione dell’attività. Ora, sostiene, bisogna puntare sulle bonifiche e costruire per Taranto un futuro occupazionale che non dipenda esclusivamente dall’acciaio.

Il futuro dell’ex Ilva tra salute, lavoro e industria

La sentenza della Cassazione chiarisce quindi il punto giuridico al centro dello scontro: per i giudici, i rischi accertati giustificano la sospensione dell’attività dell’area a caldo e l’Aia del 2025 non può impedirla. Resta aperta la questione più difficile: come conciliare la tutela della salute con il destino di uno degli impianti industriali più importanti del Paese, il lavoro e il futuro produttivo di Taranto.

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