2019-07-05
Ali Khamenei (Ansa)
- Gli Usa alzano il pressing sull’Iran con dieci navi da guerra. I russi pronti a evacuare la centrale nucleare di Bushehr.
- Via libera per inserire i pasdaran tra le organizzazioni terroristiche. Kallas: «La repressione non sia impunita». Nuovo pacchetto di sanzioni da Bruxelles.
Lo speciale contiene due articoli.
L’amministrazione Trump sta aumentando la pressione sull’Iran. Ieri, Washington ha portato a un totale di dieci unità le navi da guerra schierate in Medio Oriente. Dall’altra parte, le forze armate della Repubblica islamica hanno ricevuto un lotto di mille droni. «In linea con le minacce future, l’esercito mantiene e potenzia i suoi vantaggi strategici per un combattimento rapido e per imporre una risposta schiacciante contro qualsiasi aggressore», ha dichiarato il comandante in capo dell’esercito iraniano, Amir Hatami. Non solo. Teheran ha altresì annunciato che, la settimana prossima, effettuerà delle esercitazioni militari nello Stretto di Hormuz. «Oggi dobbiamo essere preparati a uno stato di guerra. La nostra strategia è che non inizieremo mai una guerra, ma se verrà imposta, ci difenderemo», ha affermato, dal canto suo, il vicepresidente iraniano, Mohammad Reza Aref, che ha poi invocato delle «garanzie» per eventuali negoziati con Washington. Reuters ha intanto riferito che il regime di Ali Khamenei starebbe attuando una campagna di arresti di massa per dissuadere il sorgere di nuove proteste.
Che la tensione complessiva stia aumentando è testimoniato anche dal fatto che, sempre ieri, il direttore generale di Rosatom, Alexey Likhachev, ha reso noto che Mosca sarebbe pronta a ritirare il personale russo dalla centrale nucleare iraniana di Bushehr. Tutto questo, mentre la stessa Ankara si sta preparando all’ipotesi di un attacco statunitense contro la Repubblica islamica. «Se gli Stati Uniti attaccassero l’Iran e il regime cadesse, la Turchia sta pianificando ulteriori misure per rafforzare la sicurezza del confine», ha affermato un funzionario turco.
È nel mezzo di queste fibrillazioni che si sono registrate varie manovre diplomatiche. Axios ha riferito che, entro la fine di questa settimana, alti funzionari israeliani e sauditi saranno a Washington per discutere della crisi iraniana. Mosca, dal canto suo, sta cercando di calmare le acque. «Continuiamo a invitare tutte le parti alla moderazione e ad astenersi dal ricorrere alla forza per risolvere questa controversia. Qualsiasi azione coercitiva non farebbe altro che seminare il caos nella regione», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Di Iran ha parlato, ieri, anche Vladimir Putin nell’incontro che ha avuto con il presidente degli Emirati arabi, Mohamed bin Zayed al-Nahyan. Non è del resto un mistero che, dopo aver perso un alleato chiave come Bashar al Assad in Siria, la Russia tema adesso di veder crollare anche il regime khomeinista.
Tutto questo, mentre, mercoledì, il vice consigliere per la sicurezza nazionale dell’India, Pavan Kapoor, si è recato a Teheran per incontrare il suo omologo iraniano, Ali Bagheri Kani. Dall’altra parte, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si è sentito al telefono ieri con il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. Nel frattempo, oggi il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, si recherà ad Ankara: il suo obiettivo è quello di far leva sulla Turchia per scongiurare un eventuale attacco statunitense. Del resto, l’altro ieri, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha avuto un colloquio con l’ambasciatore statunitense in Turchia, Tom Barrack.
Insomma, l’incremento della tensione e tutta questa fibrillazione diplomatica evidenziano che potrebbe succedere presto qualcosa. Per quanto non ci sia ancora nulla di certo, sembra che, negli ultimi giorni, la frustrazione di Trump nei confronti di Teheran sia aumentata. Il presidente americano, in particolare, sarebbe irritato dalla mancanza di progressi nelle trattative inerenti a due delicate questioni: quella del programma nucleare e quella del programma balistico. Ragion per cui, sarebbe al momento orientato all’opzione militare contro la Repubblica islamica: il che significherebbe probabilmente un attacco o ad alcuni siti atomici o agli impianti per la fabbricazione missilistica. In quest’ottica, il presidente americano potrebbe decidere di ordinare un’azione militare proprio per mettere gli ayatollah con le spalle al muro, costringendoli a cedere alle sue richieste negoziali. «Hanno tutte le possibilità di raggiungere un accordo. Non dovrebbero perseguire capacità nucleari. Saremo pronti a fare tutto ciò che questo presidente si aspetta dal dipartimento della Guerra, proprio come abbiamo fatto questo mese in Venezuela», ha detto, ieri sera, il capo del Pentagono, Pete Hegseth.
Ma non è tutto. Sul tavolo, secondo la Cnn, ci sarebbero anche azioni militari mirate contro i leader del regime khomeinista. E qui veniamo a un punto cruciale. Più che a un regime change classico, Trump sarebbe interessato ad adottare con l’Iran una soluzione venezuelana: decapitare, cioè, il regime, per poi scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima però di averlo adeguatamente addomesticato. L’obiettivo sarebbe quello di esercitare la pressione per riorientare la politica estera di Teheran: esattamente quello che la Casa Bianca sta facendo a Caracas, in nome della cosiddetta «coercizione senza proprietà».
Una strategia, questa, che consentirebbe a Washington di tutelare gli interessi nazionali, evitando al contempo che gli Usa si ritrovino direttamente impelagati in qualche pantano militare. Trump ha d’altronde sempre nutrito significativo scetticismo verso i processi di nation building. Chiaramente, al netto di alcuni parallelismi, la situazione venezuelana non è completamente sovrapponibile a quella iraniana.
Via libera per inserire i pasdaran tra le organizzazioni terroristiche
«La repressione non può rimanere impunita». Con queste parole Kaja Kallas ha commentato la svolta impressa dai ministri degli Esteri dell’Unione europea, che hanno compiuto un passo ritenuto ormai irreversibile: l’avvio del processo per inserire i Guardiani della Rivoluzione iraniana nella lista delle organizzazioni terroristiche. «Un regime che elimina migliaia di cittadini al proprio interno - ha scritto Kallas - sta preparando la propria fine».
Allo stesso tempo, il consiglio Affari esteri ha dato il via libera a un nuovo pacchetto di misure restrittive contro Teheran. Secondo fonti diplomatiche europee, le sanzioni prevedono il divieto di ingresso nell’Ue e il congelamento dei beni per 21 soggetti: 15 persone fisiche e sei entità coinvolte nella repressione delle proteste interne, oltre a dieci individui legati alla fornitura di armamenti iraniani alla Russia, impiegati nella guerra in Ucraina. Le sanzioni individuali sono state approvate formalmente all’apertura dei lavori dei Ventisette, riuniti a Bruxelles.
Diverso, ma strettamente collegato, il percorso che riguarda la designazione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione come organizzazione terroristica. La decisione finale è attesa in una fase successiva, anche se - secondo fonti europee - diversi Stati membri avrebbero già espresso il proprio assenso. Un orientamento confermato dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani: «È emerso il consenso sulla definizione dei pasdaran come organizzazione terroristica, ma questo non significa che non si debba dialogare con Teheran». Il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha definito «storica», in un’intervista televisiva, la possibilità di inserire i Guardiani della Rivoluzione nella lista nera dell’Ue. «È una richiesta avanzata dall’Eurocamera fin dal 2023 - ha ricordato - e oggi ciò che sembrava irrealizzabile diventa finalmente possibile». Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha accusato l’Europa di contribuire all’escalation delle tensioni regionali e ha definito la decisione un grave errore strategico: «Diversi Paesi stanno attualmente cercando di evitare lo scoppio di una guerra totale nella nostra regione. Nessuno di loro è europeo. L’Europa è invece impegnata ad alimentare il fuoco», ha scritto su X il capo della diplomazia di Teheran. Per l’ambasciatore in Italia dello Stato di Israele, Jonathan Peled, «è una decisione storica dell’Unione europea che chiama le cose con il loro nome. I Guardiani della Rivoluzione iraniana sono il principale motore del terrorismo e dell’instabilità. Esprimiamo il nostro apprezzamento per il contributo apportato dall’Italia a una decisione dell’Ue che costituisce un passo decisivo sulla via della responsabilità e della sicurezza».
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica nasce nel 1979, all’indomani della rivoluzione khomeinista, su impulso diretto della nuova leadership religiosa. La sua missione ufficiale è «difendere e diffondere i principi della rivoluzione islamica». Oltre al controllo interno, il Corpo rappresenta lo strumento principale della proiezione regionale iraniana. Attraverso la Forza Quds, unità specializzata nelle operazioni esterne, Teheran sostiene e coordina alleati come Hezbollah in Libano e le milizie sciite Hashd al-Shaabi in Iraq. La stessa Forza Quds è sospettata di aver preso parte a numerose attività clandestine sul suolo europeo, tra cui un attentato contro una sinagoga a Bochum, in Germania, nel 2021: un episodio che costituisce la base giuridica utilizzata per avviare la procedura di designazione terroristica a livello Ue.
Una decisione attesa da anni dall’opposizione iraniana. Azar Karimi, portavoce dell’associazione Giovani iraniani in Italia, parla di «un passaggio storico»: «L’Ue riconosce ciò che il popolo iraniano denuncia da 47 anni: repressione, violenza, terrorismo e violazioni sistematiche dei diritti umani. È una vittoria morale e politica per milioni di iraniani. Non cancella il dolore, ma manda un segnale chiaro: questo regime è agli sgoccioli. È un momento di speranza, responsabilità e memoria».
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Ansa
Fi: fondi del Ponte per il maltempo. Poi ritratta. Alt di Salvini. La sinistra a Musumeci: si dimetta. Si muove la Procura di Gela.
«Io do soltanto un dato: in questo momento stiamo parlando di un movimento franoso che è circa di 350 milioni di metri cubi. Per fare un paragone, il disastro del Vajont del 1963 ha movimentato 263 milioni. Quindi tecnicamente siamo quasi una volta e mezza la quantità di montagna e di territorio e di massa franosa che è caduta rispetto a quella del Vajont»: le parole del capo dipartimento della Protezione civile, Fabio Ciciliano, ospite al programma Start di Sky Tg24, rendono l’idea delle gigantesche dimensioni della frana di Niscemi.
«All’interno della zona rossa», aggiunge Ciciliano, «sono stati evacuati 1.276 cittadini di Niscemi, pari a 500 nuclei familiari. Tra queste persone ci saranno coloro i quali non potranno mai più tornare nelle proprie case, che andranno distrutte, sempre che l’arretramento della frana non ci pensi da sola. Già adesso è necessario pensare a una re-localizzazione di questi cittadini e una delle cose più importanti è farlo in maniera partecipata. La frana è ancora attiva ed è proprio per questo che la fascia di rispetto dei 150 metri, a mano a mano che il fronte continua a cadere, arretra».
Il governo ha deciso la sospensione del pagamento delle rate dei mutui e di ogni altra obbligazione. Nella bufera il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci, presidente della Regione Sicilia dal 2017 al 2022. «L’ultimo allarme a Niscemi», argomenta Musumeci, ospite della prima edizione del Forum Difesa, promosso da Bruno Vespa e Comin & Partners in collaborazione con l’IAI, «è stato del 1997 e fu particolarmente significativo. Si disse che avrebbero dovuto pianificare alcuni interventi. Non si fece nulla. Io ho istituito una commissione, una commissione presso il mio dicastero della ricostruzione, proprio per capire perché le autorità locali hanno ritenuto di sottovalutare questo fenomeno». Il sindaco di Niscemi, Massimiliano Conti, però non ci sta: «A ogni anniversario della frana del 1997 ho mandato una lettera al presidente della Repubblica, al presidente della Regione, al presidente del Consiglio, ai capi dipartimento». Musumeci, che riferirà in parlamento il prossimo 4 febbraio, è nel mirino delle opposizioni: tutte ne chiedono le dimissioni. Il co-leader dei Verdi, Angelo Bonelli, tira fuori un documento della Protezione civile che dal 2019 al 2022 era sul tavolo del presidente della Regione, Musumeci, che gli chiedeva di intervenire esattamente nei luoghi dove nei giorni scorsi si sono verificate le frane. «Quel documento», afferma Bonelli, «dimostra che Musumeci sapeva. È un ministro inadeguato e imbarazzante. In Sicilia erano disponibili 1,2 miliardi di euro per il dissesto idrogeologico: sotto le giunte Musumeci e Schifani ne sono stati spesi solo 400 milioni. Oggi si prova persino a dare la colpa ai sindaci, quando la legge assegna la competenza sul dissesto idrogeologico alle Regioni».
Altro fronte caldo è quello della richiesta da parte ormai non solo delle opposizioni, ma anche di Forza Italia, di utilizzare per l’emergenza una parte dei fondi stanziati per il Ponte sullo Stretto di Messina. Matteo Salvini è contrarissimo, ma il centrodestra si spacca: «Se ci sono dei soldi che momentaneamente non possono essere spesi per il Ponte», dice all’Huffpost il portavoce di Forza Italia, Raffaele Nevi, «si possono utilizzare per l’emergenza in Sicilia. Non ci sarebbe nulla di male a far leva su finanziamenti che nel frattempo non possono essere utilizzati per il Ponte. Quando la procedura per la costruzione dell’opera riprenderà, e quei soldi serviranno per il Ponte, li si potrà reintegrare». In serata, poi, Nevi corregge il tiro: «I fondi del Ponte restano dove sono». Dopo una timida apertura nel pomeriggio, anche il leader degli azzurri, Antonio Tajani, chiude la porta all’idea. Martedì scorso Cateno De Luca, leader di Sud chiama Nord, ha presentato all’Assemblea regionale siciliana un ordine del giorno per chiedere che il miliardo e 300 milioni di risorse del Fondo per lo sviluppo e la coesione originariamente previsti proprio per la prevenzione del rischio idrogeologico e che, nel maggio 2024, la Regione Sicilia aveva accettato di utilizzare per il Ponte, venga destinato all’emergenza causata dal ciclone Harry, e per Niscemi in particolare: il testo è stato approvato, a scrutinio segreto, con 32 sì e 24 no. Oltre all’opposizione, dunque, hanno votato a favore anche doversi consiglieri della maggioranza di centrodestra.
Intanto la Procura di Gela si è messa al lavoro per verificare eventuali responsabilità. Oggi prima riunione operativa presieduta dal procuratore capo, Salvatore Vella, dopo l’apertura di un’indagine, al momento contro ignoti, per disastro colposo e danneggiamento seguito da frana. «Abbiamo fatto il punto per accertare cosa andava fatto e non è stato fatto», dice Vella, «e dovremo accertare se sono state realizzate delle opere sul territorio che hanno contribuito a provocare la frana. Vogliamo accertare se si poteva evitare. Presto acquisiremo le carte necessarie. Sono coinvolti diversi enti. Effettueremo anche dei sopralluoghi».
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Imagoeconomica
Il vicebrigadiere ha ricevuto l’ingiunzione di 137.000 euro. A chiedere soldi persino familiari che dicono d’aver visto il morto anche quando questo si trovava in cella. E i cinque figli che avevano deciso di allontanarsi da lui.
Oggi è il giorno della consegna al vicebrigadiere Emanuele Marroccella dell’importo richiesto dal Tribunale di Roma per il pagamento della provvisionale e delle spese legali delle parti civili. Somma raccolta dalla Verità grazie alle vostre sottoscrizioni, che hanno superato di gran lunga la cifra necessaria arrivando a un totale di 450.000 euro. Le eccedenze faranno parte di un fondo vincolato da destinare a casi simili ritenuti meritevoli da questo giornale, sui quali informeremo al centesimo i lettori.
Giovedì, gli avvocati Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo difensori del carabiniere di 44 anni, sposato con due figli, hanno inviato la richiesta alla Verità, indicando le coordinate Iban del carabiniere per il versamento. L’importo della provvisionale sarà quindi versato dal Marroccella sul conto corrente dell’avvocato Claudia Serafini, che rappresenta le parti civili assieme a Michele Vincelli. Era stato lo stesso studio legale Serafini-Vincelli a presentare ai difensori, tramite lettera raccomandata, la richiesta di pagamento «delle somme liquidate» il 7 gennaio dal giudice Claudio Politi.
Nella sentenza, oltre alla condanna del Marroccella a tre anni di reclusione per «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi», il magistrato aveva disposto una provvisionale immediatamente esecutiva di 125.000 ai parenti del siriano Jamal Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti, che si sono costituiti parte civile.
La notte del 20 settembre 2020, il carabiniere era intervenuto dietro segnalazione di un furto in un condominio dell’Eur e per bloccare il delinquente, che aveva aggredito e ferito un altro vicebrigadiere, aveva sparato uccidendo il Badawi. L’anticipo sull’importo integrale che il carabiniere dovrà versare in via definitiva, qualora la sua condanna venga confermata in appello e in terzo grado di giudizio, è di 15.000 euro a ciascuno dei cinque figli e alla moglie di Badawi che si erano trasferiti in Svizzera; 5.000 a ciascuno dei sette fratelli per un totale di 125.000.
Ma non è finita. Gli avvocati delle parti civili chiedono anche il pagamento di 8.806 euro come «refusione delle spese di costituzione e difesa» sostenute da moglie, figli e fratelli del pregiudicato siriano. Somma maggiorata dalle voci indicate in ciascuna delle due parcelle come spese generali, contributo per la Cpa, la Cassa previdenza avvocati, e Iva, che eleva a 12.849,01 euro la cifra dovuta ai legali dei parenti del siriano.
Scandaloso è che i familiari avevano chiesto e ottenuto il patrocinio gratuito. Come aveva evidenziato La Verità, per gli extracomunitari può bastare una autocertificazione a dimostrazione di non essere abbienti. Il vicebrigadiere, al quale nemmeno sono state concesse le attenuanti generiche e che ha subìto pure l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, deve dunque dare ben 137.849,01 euro. Per fortuna c’è stata la straordinaria risposta dei lettori della Verità, altrimenti Marroccella non sapeva proprio come raccogliere tutti questi soldi, pari a più di sei anni di stipendio.
Sconcerta, inoltre, la domanda di risarcimento presentata da tredici tra figli e fratelli del siriano, che da come risulta nella memoria difensiva «hanno dichiarato di essere familiari stretti della persona deceduta. Tuttavia, il rapporto parentale, che costituisce il presupposto logico e giuridico per la legittimazione attiva e per la liquidazione del danno, non è stato oggetto di prova diretta».
In 13 si sono costituiti parte civile, ma «solo uno dei cinque figli del Badawi si è fatto vedere durante il processo, degli altri nemmeno l’ombra», sottolineano i legali del vicebrigadiere. Era questa la sofferenza dei familiari superstiti? C’era un provvedimento di decadenza dalla potestà genitoriale del siriano nei confronti di tutti e cinque i figli, la sua famiglia si era spostata in Svizzera come «volontà di allontanamento dalla persona di Jamal Badawi», dichiararono durante il procedimento penale gli avvocati Gallinelli e Rutolo.
L’unico figlio presente alle udienze affermò che nel 2019 c’erano state reciproche visite a Roma e in Svizzera tra il siriano e la sua famiglia, evidentemente per dimostrare il mantenimento di un legame. Non era possibile perché «il 24 luglio 2017, Badawi era stato tradotto in carcere per l’esecuzione di una pena detentiva pari ad anni 3 e mesi 3 per il reato di estorsione, con scarcerazione per fine pena il 22 gennaio 2020», documentava la difesa del Marroccella.
Bisognerà aspettare aprile, per conoscere le motivazioni di una sentenza così dura nei confronti del vicebrigadiere e che ha inasprito la pena a due anni e sei mesi chiesta dalla Procura. Però il risarcimento del danno da reato presuppone l’esistenza di un fatto illecito, ossia di una condotta antigiuridica produttiva di danno ingiusto. «Non si trattò né di legittima difesa né di eccesso colposo, ma di uso legittimo delle armi da parte di un pubblico ufficiale che non ha scelta: deve intervenire», sostengono i suoi avvocati che ricorreranno in Appello.
Per la provvisionale, la difesa riteneva che «non sussistano i presupposti per il riconoscimento delle statuizioni civili come richieste: in particolare, infatti, mancano sia il presupposto dell’illecito, sia la prova del vincolo parentale in capo alle parti civili costituite, il cui legittimo diritto al risarcimento non risulta né provato né presunto nei termini richiesti dall’ordinamento». Il giudice l’ha concessa, assieme al pagamento delle spese delle parti civili.
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