L’altra sera, a chiusura di una cena in pizzeria, a mo’ di digestivo ho ordinato una nota bevanda gassata «zero zuccheri». Non l’avessi mai fatto. Intanto perché amando il chinotto mi sembrava una specie di fuitina; e comunque ci sta. Ma la vera questione per cui mi ero già pentito dopo aver bevuto metà bottiglietta girava attorno alla considerazione di uno dei commensali: «Ma perché l’hai presa zero?».
La discussione surreale sulla Sugar tax
Insomma, si è scatenata una discussione che, per colpa del caldo, alla fine non ha fatto altro che triplicare il consumo (a questo punto consolatorio) di bevande di ogni tipo.
La tavolata si era divisa in salutisti e realisti, tra esperti di bibite all’ultima moda e chi, come me, sceglie sulla base di sapori che rievocano ricordi di gioventù. E infine… la mazzata (politica) finale, la fantozziana discussione tra contrari e favorevoli alla «Sugar tax», dove si sono rivelate le convinzioni politiche.
Per dirla con Guccini, se ordinando quella bibita io avessi previsto tutto questo, avrei preso il sorbetto (e chissà se anche in quel caso non ci saremmo imbarcati in una discussione sulla modica quantità di vodka, indispensabile o meno). Ma ormai ci siamo e allora tanto vale affrontare la discussione, anche perché, a onor del vero, il fronte progressista a un certo punto si è spaccato allargando il gruppo di chi, come me, vede questa tassa come balzello inutile.
Per farla breve, se i «pro» si ritrovavano in una specie di area dove il livore verso le multinazionali si miscelava a intenti più o meno salutisti, il fronte dei contrari si è ingrossato soprattutto su due concetti: questa tassa non aiuta a migliorare la salute della gente, mentre peggiora i conti di chi compra o di chi produce bibite.
Perché la Sugar tax non conviene
Insomma, la Sugar tax non convince. E allora a questo punto domanderei al premier Meloni, visto che in questi giorni ha parlato di sfoltimento e di riduzione delle tasse, se non sia arrivato il tempo di una scelta netta da parte del governo: il rinvio all’infinito della Sugar tax italiana dimostra che nessuno realmente ci crede o ci crede più.
Introdotta dalla legge di bilancio 2020 e mai entrata in vigore, è considerata un balzello ideologico e per nulla efficace. Otto rinvii in cinque anni non sono un incidente di percorso, sono la prova che questa leva fiscale difetta di basi solide, altrimenti ogni anno il governo non impazzirebbe dietro le coperture e quindi la farebbe partire.
I consumi italiani sono calati da soli
C’è poi un altro argomento che ne sostiene l’eliminazione. Tra il 2015 e il 2024 il consumo di bevande zuccherate in Italia è calato del 27%; l’84% degli italiani non beve affatto bibite zuccherate, e chi lo fa ne consuma in media un quarto di bicchiere al giorno.
C’è poi un altro argomento per cui il tratto di penna sulla Sugar tax si può tirare senza troppi problemi: negli ultimi anni le imprese del comparto hanno ridotto del 41-44% lo zucchero immesso in consumo e portato al 74% l’offerta di bevande a ridotto o nullo contenuto calorico, attraverso il Protocollo siglato con il ministero della Salute. È un risultato superiore, in proporzione, a quello ottenuto dal Regno Unito con la sua Soda tax, che ha prodotto una riduzione di zucchero del 38%. L’Italia ha fatto meglio senza tassare nulla.
Un balzello che non migliora la salute
Il riferimento alla Gran Bretagna ci consente, per chiudere, di dire che laddove c’è una Sugar tax la salute non è migliorata. I dati disponibili, infatti, non mostrano alcun miglioramento degli indicatori di salute pubblica riconducibile alla tassa, visto che in Francia, nei Paesi Bassi, in Irlanda e in Romania i tassi di obesità continuano a crescere nonostante la tassa sia in vigore da anni; in Francia, Paesi Bassi, Romania e Portogallo è addirittura il consumo complessivo di zucchero ad aumentare.
Non sorprende che tre Paesi (Danimarca, Norvegia e Islanda) abbiano abrogato le rispettive imposte dopo un’analisi costi-benefici sfavorevole: non un’opinione, ma una scelta politica presa a posteriori sui dati reali.
La pressione fiscale colpisce i cittadini
E allora perché stiamo ancora in ballo? Perché l’Oms raccomanda la tassazione delle bevande zuccherate e in Europa fino a pochi anni fa sembrava prevalere questa linea più ispirata dal fanatismo che da risultati spendibili.
Per questo spero che il governo decida di dare un taglio a quei balzelli euro-ispirati, retaggio della vecchia maggioranza, molto sensibile alle mode e poco al portafogli dei cittadini o alla solidità delle aziende. In Italia l’imposta comporterebbe un aumento della pressione fiscale sul litro di bevanda del 28% (14% già nel biennio 2024-2025), il grosso in capo al consumatore.
I posti di lavoro che rischiano a causa della Sugar tax
Il settore legato alle bevande vale 4,9 miliardi di euro, muove un indotto pari a 5,4 volte il valore prodotto e dà lavoro, diretto e indiretto.
Secondo le stime Nomisma citate dall’associazione di categoria Assobibe, l’introduzione della tassa comporterebbe una contrazione del mercato del 16% nel primo biennio, fino a 5.050 posti di lavoro a rischio e 400 milioni di euro in meno di forniture di materie prime nazionali.
Domando: dopo otto rinvii, non sarebbe ora di darci un taglio?
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