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2024-03-31
Zelensky licenzia altri fedelissimi. Beffa sulle munizioni: «Non ci sono i soldi»
Volodymyr Zelensky visita una trincea nella regione di Sumy (Ansa)
Lo ammettiamo: abbiamo perso il conto degli epurati da Volodymyr Zelensky. Dopo il caso clamoroso dell’ex capo delle forze armate, praticamente esiliato a Londra, il Churchill di Kiev adesso ha rimosso, nell’ordine: il suo primo assistente, Serhiy Shefir; tre consulenti (Mykhailo Radutsky, Sherhiy Trofimov e Oleg Ustenko); la commissaria per la garanzia dei diritti dei militari, Olena Verbitskaya; la commissaria per le attività di volontariato, Natalia Pushkareva. E nessuno ha capito perché. C’entrerà qualcosa il fatto che sta perdendo la guerra. È invece molto più chiara la causa della condanna a 15 anni di carcere per quattro abitanti delle aree invase dai russi: avrebbero combattuto al fianco degli aggressori.
In un’intervista al Washington Post, il presidente ucraino se l’è presa con gli Stati Uniti, rei di aver «perso sei mesi» per via delle dispute interne al Congresso sugli aiuti militari. «L’Ucraina non può essere una questione politica tra partiti», ha tuonato. Per poi chiedere una fornitura di missili a lungo raggio Atacms, che vorrebbe usare per attaccare aeroporti e aerei in Crimea, ma - giura - non il territorio della Federazione russa. Intanto, il governatore della regione di Belgorod ha fatto sapere di essere stato costretto a evacuare 5.000 minori, per proteggerli dalle incursioni ucraine.
Le parole di Zelensky giustificano la titubanza dei tedeschi nel consegnargli i Taurus: a Berlino temono proprio che l’equipaggiamento occidentale venga utilizzato per danneggiare infrastrutture nemiche nella penisola occupata, considerata strategica dal Cremlino e sotto il controllo di Mosca già dal 2014.
Tra le altre cose, il leader della resistenza ha pure ammesso il malcontento degli americani per i raid con i droni sulle raffinerie russe: «La reazione non è stata positiva», ha confermato, aggiungendo, però, che gli ucraini hanno usato i loro velivoli senza pilota: «Nessuno può dirci: “Non potete farlo”». Il punto, invece, è che gli Usa possono. Il pallino di questo conflitto ce l’hanno in mano loro; la strategia la decidono loro; la quantità e la qualità dei mezzi bellici dipende da loro; e spetterà a loro trovare una via d’uscita, che difficilmente coinciderà con la vittoria totale su Vladimir Putin. Il quale, approfittando della debolezza degli avversari, sta bombardando pesantemente il Paese.
Addirittura, stando ai report degli esperti, lo zar avrebbe fatto lanciare su Sumy, capoluogo dell’omonimo oblast nordorientale, la bomba termobarica Odab 1500. È una classe di ordigni tremendi, non solo per la loro distruttività e la loro capacità di annientare le fortificazioni, ma anche per il modo in cui uccidono gli esseri umani, fracassando loro i polmoni per effetto dell’onda di pressione e della successiva rarefazione dell’aria.
Nonostante gli iniziali entusiasmi, invece, sta frenando il progetto dei «volenterosi», capitanati dalla Repubblica Ceca, di consegnare un milione di munizioni agli ucraini. Il ministro della Difesa estone, Hanno Pevkur, ha riferito che servirebbero 3 miliardi di euro, ma ha precisato che, «al momento, ciò che manca sono più i soldi che i proiettili». L’unica buona notizia riguarda i carri Gepard offerti dalla Germania, per i quali è in arrivo uno stock di munizioni.
È stato aggiornato il bilancio dell’attentato alla Crocus City Hall di Mosca: 144 morti e 551 feriti. Ieri, l’incaricato d’affari della nostra ambasciata, Pietro Sferra Carini, ha partecipato a una cerimonia di commemorazione delle vittime.
Continua, intanto, la querelle sulla minaccia che Putin rappresenterebbe per la Nato. Il presidente del Comitato militare dell’Organizzazione, Rob Bauer, l’altra notte ha chiarito: «Non vi è alcuna indicazione che Mosca stia pianificando di attaccare uno dei Paesi della Nato: non penso che ci sia una minaccia diretta». Tuttavia, il funzionario ha avvertito che «le ambizioni della Russia si estendono oltre l’Ucraina» e, quindi, l’Alleanza deve prepararsi a un’escalation.
Nel suo messaggio pasquale di auguri, il cancelliere Olaf Scholz ha ribadito la necessità di sostenere Kiev, affinché si raggiunga una «pace giusta», anche nell’interesse della «nostra sicurezza». «Per molti decenni», ha aggiunto il politico, «la pace in Europa si è basata su un principio fondamentale: i confini non possono essere mia più spostati con la forza. La Russia di Vladimir Putin ha infranto questo principio, ma noi abbiamo il compito di renderlo nuovamente valido». Il ministro delle Finanze di Scholz, Christian Lindner, si è detto preoccupato da un congelamento della guerra, mentre il vicecancelliere, Robert Habeck, ha invitato le persone ad adattarsi «alla situazione di minaccia». Si è spinta oltre, sulla Stampa di ieri, Anne Applebaum, russologa americana, secondo la quale sarebbe «una buonissima cosa preparare l’opinione pubblica alla prospettiva di trovarsi in guerra». Frasi che echeggiano quelle sull’«era prebellica», pronunciate dal premier polacco, Donald Tusk.
Sembriamo così convinti che scoppierà un conflitto, da correre il pericolo di piombarci dentro sul serio. La catastrofe somiglia sempre di più a una profezia che si autoavvera.
Stop a Israele, Normale contestata
La recente assegnazione del premio al fotografo palestinese Ali Mahmoud per la sua immagine raffigurante il tragico evento del rapimento e la successiva uccisione di Shani Louk, una ragazza israeliana con cittadinanza tedesca, da parte dei miliziani di Hamas il 7 ottobre 2023, sta suscitando polemiche in Israele. Mentre molti hanno espresso disapprovazione sui social riguardo al premio, il padre della giovane, Nissim Louk, ha reagito in modo diverso. In un’intervista a Ynet, ha dichiarato di essere felice che la foto sia stata considerata e premiata, definendola «una delle immagini più importanti degli ultimi 50 anni». Sia l’Associated Press che Reuters, che hanno pubblicato questa e altre immagini, sono state accusate dai parenti della ragazza e da altri partecipanti al festival Nova di aver impiegato fotografi che accompagnavano i terroristi di Hamas.
Sempre nella giornata di ieri, durante un’operazione di consegna degli aiuti a Gaza, si sono verificate nuovamente scene caotiche, con sparatorie sulla folla. La Mezzaluna rossa palestinese ha confermato che cinque persone hanno perso la vita e decine sono rimaste ferite a causa dei colpi di arma da fuoco esplosi durante il caos che ha accompagnato la distribuzione degli aiuti umanitari (spesso preda degli uomini di Hamas), nel Nord della Striscia di Gaza.
Le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno respinto le affermazioni secondo cui uno dei loro droni avrebbe colpito un veicolo con a bordo personale dell’Unifil nella zona di Rmesih, nel Sud del Libano. «Contrariamente a quanto riportato, questa mattina le Idf non hanno attaccato un veicolo dell’Unifil nell’area di Rmeish», si legge in una dichiarazione emessa in risposta alle notizie diffuse dai media libanesi. Secondo la rete libanese Al-Mayadeen, affiliata a Hezbollah, nel team dell’Unifil presente sull’auto colpita nel Sud del Libano c’erano membri dell’organizzazione provenienti dalla Spagna e dalla Norvegia e anche un cittadino libanese che svolgeva il ruolo di traduttore che sarebbero rimasti feriti.
Hamas, con un lungo comunicato su Telegram, ha ribadito il suo rifiuto di qualsiasi accordo sugli ostaggi a meno che non siano soddisfatte condizioni chiave, tra cui «la completa cessazione dell’aggressione, il ritorno degli sfollati e il totale ritiro dalla Striscia di Gaza, la fine dell’assedio, l’apertura dei valichi e l’arrivo degli aiuti umanitari».
Fonti statunitensi hanno riportato alla Cnn che colloqui ad alto livello tra funzionari statunitensi e israeliani riguardanti potenziali operazioni militari a Rafah, precedentemente rimandati a seguito della decisione del premier israeliano, Benjamin Netanyahu, potrebbero tenersi a Washington già domani. Questo, dopo che gli Stati Uniti (che nel frattempo hanno deciso di inviare agli israeliani un nuovo pacchetto di aiuti militari che comprende oltre 1.800 MK84, bombe da 900 chili, e 500 MK82, bombe di oltre 200 chili), si erano astenuti nel voto di una risoluzione dell’Onu che chiedeva un cessate il fuoco a Gaza e il rilascio dei prigionieri detenuti da Hamas.
Infine, a conferma di come sia diventata irrespirabile l’aria nelle università italiane, dopo l’Università di Torino, anche la Scuola Normale di Pisa ha chiesto al ministero degli Esteri di rivalutare l’accordo con Israele previsto nel «Bando scientifico 2024», emesso il 21 novembre del 2023, in attuazione dell’intesa per la cooperazione industriale, scientifica e tecnologica tra i due Paesi. Secondo l’associazione degli Amici della Scuola Normale Superiore di Pisa, si tratta di «una decisione sconcertante», poiché «istituzioni universitarie come la Normale debbano piuttosto, nel rispetto delle opinioni dei singoli, preoccuparsi di valorizzare sempre la scienza, la cultura e l’arte come elementi di dialogo e di raccordo universale».
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Il presidente vuole razzi per colpire la Crimea, ma la raccolta di proiettili frena. La Nato: «Putin non pianifica di aggredirci».Normale di Pisa, gli «Amici» dell’ateneo: «È sconcertante che si sospendano le collaborazioni con Israele». Lite sul premio alla foto dell’ebrea uccisa: «Chi l’ha scattata era vicino ad Hamas».Lo speciale contiene due articoli.Lo ammettiamo: abbiamo perso il conto degli epurati da Volodymyr Zelensky. Dopo il caso clamoroso dell’ex capo delle forze armate, praticamente esiliato a Londra, il Churchill di Kiev adesso ha rimosso, nell’ordine: il suo primo assistente, Serhiy Shefir; tre consulenti (Mykhailo Radutsky, Sherhiy Trofimov e Oleg Ustenko); la commissaria per la garanzia dei diritti dei militari, Olena Verbitskaya; la commissaria per le attività di volontariato, Natalia Pushkareva. E nessuno ha capito perché. C’entrerà qualcosa il fatto che sta perdendo la guerra. È invece molto più chiara la causa della condanna a 15 anni di carcere per quattro abitanti delle aree invase dai russi: avrebbero combattuto al fianco degli aggressori.In un’intervista al Washington Post, il presidente ucraino se l’è presa con gli Stati Uniti, rei di aver «perso sei mesi» per via delle dispute interne al Congresso sugli aiuti militari. «L’Ucraina non può essere una questione politica tra partiti», ha tuonato. Per poi chiedere una fornitura di missili a lungo raggio Atacms, che vorrebbe usare per attaccare aeroporti e aerei in Crimea, ma - giura - non il territorio della Federazione russa. Intanto, il governatore della regione di Belgorod ha fatto sapere di essere stato costretto a evacuare 5.000 minori, per proteggerli dalle incursioni ucraine.Le parole di Zelensky giustificano la titubanza dei tedeschi nel consegnargli i Taurus: a Berlino temono proprio che l’equipaggiamento occidentale venga utilizzato per danneggiare infrastrutture nemiche nella penisola occupata, considerata strategica dal Cremlino e sotto il controllo di Mosca già dal 2014.Tra le altre cose, il leader della resistenza ha pure ammesso il malcontento degli americani per i raid con i droni sulle raffinerie russe: «La reazione non è stata positiva», ha confermato, aggiungendo, però, che gli ucraini hanno usato i loro velivoli senza pilota: «Nessuno può dirci: “Non potete farlo”». Il punto, invece, è che gli Usa possono. Il pallino di questo conflitto ce l’hanno in mano loro; la strategia la decidono loro; la quantità e la qualità dei mezzi bellici dipende da loro; e spetterà a loro trovare una via d’uscita, che difficilmente coinciderà con la vittoria totale su Vladimir Putin. Il quale, approfittando della debolezza degli avversari, sta bombardando pesantemente il Paese.Addirittura, stando ai report degli esperti, lo zar avrebbe fatto lanciare su Sumy, capoluogo dell’omonimo oblast nordorientale, la bomba termobarica Odab 1500. È una classe di ordigni tremendi, non solo per la loro distruttività e la loro capacità di annientare le fortificazioni, ma anche per il modo in cui uccidono gli esseri umani, fracassando loro i polmoni per effetto dell’onda di pressione e della successiva rarefazione dell’aria.Nonostante gli iniziali entusiasmi, invece, sta frenando il progetto dei «volenterosi», capitanati dalla Repubblica Ceca, di consegnare un milione di munizioni agli ucraini. Il ministro della Difesa estone, Hanno Pevkur, ha riferito che servirebbero 3 miliardi di euro, ma ha precisato che, «al momento, ciò che manca sono più i soldi che i proiettili». L’unica buona notizia riguarda i carri Gepard offerti dalla Germania, per i quali è in arrivo uno stock di munizioni. È stato aggiornato il bilancio dell’attentato alla Crocus City Hall di Mosca: 144 morti e 551 feriti. Ieri, l’incaricato d’affari della nostra ambasciata, Pietro Sferra Carini, ha partecipato a una cerimonia di commemorazione delle vittime. Continua, intanto, la querelle sulla minaccia che Putin rappresenterebbe per la Nato. Il presidente del Comitato militare dell’Organizzazione, Rob Bauer, l’altra notte ha chiarito: «Non vi è alcuna indicazione che Mosca stia pianificando di attaccare uno dei Paesi della Nato: non penso che ci sia una minaccia diretta». Tuttavia, il funzionario ha avvertito che «le ambizioni della Russia si estendono oltre l’Ucraina» e, quindi, l’Alleanza deve prepararsi a un’escalation.Nel suo messaggio pasquale di auguri, il cancelliere Olaf Scholz ha ribadito la necessità di sostenere Kiev, affinché si raggiunga una «pace giusta», anche nell’interesse della «nostra sicurezza». «Per molti decenni», ha aggiunto il politico, «la pace in Europa si è basata su un principio fondamentale: i confini non possono essere mia più spostati con la forza. La Russia di Vladimir Putin ha infranto questo principio, ma noi abbiamo il compito di renderlo nuovamente valido». Il ministro delle Finanze di Scholz, Christian Lindner, si è detto preoccupato da un congelamento della guerra, mentre il vicecancelliere, Robert Habeck, ha invitato le persone ad adattarsi «alla situazione di minaccia». Si è spinta oltre, sulla Stampa di ieri, Anne Applebaum, russologa americana, secondo la quale sarebbe «una buonissima cosa preparare l’opinione pubblica alla prospettiva di trovarsi in guerra». Frasi che echeggiano quelle sull’«era prebellica», pronunciate dal premier polacco, Donald Tusk. Sembriamo così convinti che scoppierà un conflitto, da correre il pericolo di piombarci dentro sul serio. La catastrofe somiglia sempre di più a una profezia che si autoavvera.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-crisi-armi-2667639990.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stop-a-israele-normale-contestata" data-post-id="2667639990" data-published-at="1711875314" data-use-pagination="False"> Stop a Israele, Normale contestata La recente assegnazione del premio al fotografo palestinese Ali Mahmoud per la sua immagine raffigurante il tragico evento del rapimento e la successiva uccisione di Shani Louk, una ragazza israeliana con cittadinanza tedesca, da parte dei miliziani di Hamas il 7 ottobre 2023, sta suscitando polemiche in Israele. Mentre molti hanno espresso disapprovazione sui social riguardo al premio, il padre della giovane, Nissim Louk, ha reagito in modo diverso. In un’intervista a Ynet, ha dichiarato di essere felice che la foto sia stata considerata e premiata, definendola «una delle immagini più importanti degli ultimi 50 anni». Sia l’Associated Press che Reuters, che hanno pubblicato questa e altre immagini, sono state accusate dai parenti della ragazza e da altri partecipanti al festival Nova di aver impiegato fotografi che accompagnavano i terroristi di Hamas. Sempre nella giornata di ieri, durante un’operazione di consegna degli aiuti a Gaza, si sono verificate nuovamente scene caotiche, con sparatorie sulla folla. La Mezzaluna rossa palestinese ha confermato che cinque persone hanno perso la vita e decine sono rimaste ferite a causa dei colpi di arma da fuoco esplosi durante il caos che ha accompagnato la distribuzione degli aiuti umanitari (spesso preda degli uomini di Hamas), nel Nord della Striscia di Gaza. Le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno respinto le affermazioni secondo cui uno dei loro droni avrebbe colpito un veicolo con a bordo personale dell’Unifil nella zona di Rmesih, nel Sud del Libano. «Contrariamente a quanto riportato, questa mattina le Idf non hanno attaccato un veicolo dell’Unifil nell’area di Rmeish», si legge in una dichiarazione emessa in risposta alle notizie diffuse dai media libanesi. Secondo la rete libanese Al-Mayadeen, affiliata a Hezbollah, nel team dell’Unifil presente sull’auto colpita nel Sud del Libano c’erano membri dell’organizzazione provenienti dalla Spagna e dalla Norvegia e anche un cittadino libanese che svolgeva il ruolo di traduttore che sarebbero rimasti feriti. Hamas, con un lungo comunicato su Telegram, ha ribadito il suo rifiuto di qualsiasi accordo sugli ostaggi a meno che non siano soddisfatte condizioni chiave, tra cui «la completa cessazione dell’aggressione, il ritorno degli sfollati e il totale ritiro dalla Striscia di Gaza, la fine dell’assedio, l’apertura dei valichi e l’arrivo degli aiuti umanitari». Fonti statunitensi hanno riportato alla Cnn che colloqui ad alto livello tra funzionari statunitensi e israeliani riguardanti potenziali operazioni militari a Rafah, precedentemente rimandati a seguito della decisione del premier israeliano, Benjamin Netanyahu, potrebbero tenersi a Washington già domani. Questo, dopo che gli Stati Uniti (che nel frattempo hanno deciso di inviare agli israeliani un nuovo pacchetto di aiuti militari che comprende oltre 1.800 MK84, bombe da 900 chili, e 500 MK82, bombe di oltre 200 chili), si erano astenuti nel voto di una risoluzione dell’Onu che chiedeva un cessate il fuoco a Gaza e il rilascio dei prigionieri detenuti da Hamas. Infine, a conferma di come sia diventata irrespirabile l’aria nelle università italiane, dopo l’Università di Torino, anche la Scuola Normale di Pisa ha chiesto al ministero degli Esteri di rivalutare l’accordo con Israele previsto nel «Bando scientifico 2024», emesso il 21 novembre del 2023, in attuazione dell’intesa per la cooperazione industriale, scientifica e tecnologica tra i due Paesi. Secondo l’associazione degli Amici della Scuola Normale Superiore di Pisa, si tratta di «una decisione sconcertante», poiché «istituzioni universitarie come la Normale debbano piuttosto, nel rispetto delle opinioni dei singoli, preoccuparsi di valorizzare sempre la scienza, la cultura e l’arte come elementi di dialogo e di raccordo universale».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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