da Bakhmut
I proclami dei due eserciti sulle conquiste e gli avanzamenti del fronte di Bakhmut sono quotidiani, tramite le pagine Telegram di Prighozim e quella Instagram di Zelensky si fanno tutti i giorni comunicazioni di conquiste o di missioni compiute. L’unica maniera per valutare realmente queste notizie è però quella di raggiungere quei territori e capire dal vivo dov’è la linea del fronte, se regge se non regge, parlare con i comandanti sul campo, arrivare sulle trincee là dove ci sono le ultime bandiere ucraine prima di quelle russe.
Ci muoviamo la sera per raggiungere i rifugi dietro alla prima linea, ovviamente non possiamo svelare i nomi dell’unità con cui siamo, le posizioni e neanche un punto sulla mappa, ma possiamo dirvi che abbiamo verificato di persona il fronte Nord di Bakhmut, nelle campagne intorno al villaggio di Soledar, dove i soldati volontari (una volta civili come noi) tengono le posizioni come da ordini del comandante. Da qui non si arretra: o vivi o morti.
Da Sloviansk ci vogliono circa 40-50 minuti per arrivare nelle zone dei combattimenti, è un percorso graduale di cui senti la tensione poco a poco, prima la strada asfaltata, i vari check point a cui bisogna dare una password che cambia di giorno in giorno e a volte anche più spesso, sempre più protetti e più armati man mano che ci si avvicina. Sulla strada c’è un via vai di mezzi militari, jeep civili dipinte di verde e modificate dai volontari che portano al fronte i veicoli per i soldati, i mezzi blindati dell’esercito, le ambulanze che vanno e tornano dal fronte con i cartelli con su scritto «200» o «300», che sta per morti o feriti. Dalla strada asfaltata si svolta per le strade secondarie di campagna, il fondo stradale non c’è più, si fa lo slalom tra i buchi provocati dai missili e dai colpi di mortaio, talvolta si devia nel fango sui campi, la velocità è spesso ridottissima là dove non c’è grande rischio di attacco perché ancora lontani dalle prime linee, ma via via che ci si avvicina bisogna rischiare ed aumentare il passo.
Ci accompagna il comandante Baranov, uomo di grande esperienza nella guerra in Donbass ed eroe della famosa battaglia per la difesa dell’aeroporto di Donetsk nel 2014, non molti comandanti prendono base dietro alle trincee e combattono in prima persona. Lui è uno di quelli e ce ne accorgiamo già dal suo sguardo e dalla prima stretta di mano. L’autista procede al buio con i fari accesi fino a un punto in cui si inizia la navigazione notturna. Spegne i fari della macchina, prende il visore notturno e nel più completo buio si procede verso la base avanzata dove trascorriamo la notte. Sono le 4.30, la mattina, quando smontiamo dalle brande per seguire il cambio delle unità al fronte, ci si muove prima che sorga il sole, per avere più possibilità di non essere visti nei punti scoperti del percorso, tutti accorgimenti che in una guerra tecnologica come questa non risolvono il problema, essendoci attrezzature come i droni termici che vedono la temperatura corporea e visori notturni ben performanti. Lo scopo è abbassare al massimo le probabilità di rischio, perché in guerra, al fronte, comunque non è possibile andare sopra certe percentuali, in questo momento si parla del 30-50% di possibilità di sopravvivenza sui turni di 12 ore durante i momenti di battaglia.
A piedi si percorre un tratto di strada tra le case di un villaggio, le pozze d’acqua formate dai crateri sulla strada sono ghiacciate, cosi come il fango, si cammina molto meglio la mattina perché durante la giornata il ghiaccio si scioglie grazie alle temperature più miti del giorno. Il suono delle mitragliatrici è sempre più forte, interrotto ogni tanto da qualche esplosione, con un buon microfono si registrerebbe la colonna sonora di un film di guerra. È l’odore della polvere da sparo che ci riporta dai pensieri nella nostra testa alla realtà fluida della guerra. Al margine del paesino, verso le ultime case, c’è un campo di una trentina di metri scoperti al nemico, in piena esposizione, trenta passi fatali ci dividono dalle trincee, da qui si corre dietro all’ufficiale di collocamento che va a controllare i cambi di unita, è la prima parte della roulette a cui sono sottoposti tutti i giorni questi uomini. L’ufficiale dà le disposizioni: «Parto io, appena arrivo sul punto coperto dagli arbusti, parti tu e corri veloce». Si corre veloce con il cuore in gola, aspettando un sibilo sopra la tesa che non arriva, ma arrivati verso una linea di alberelli privi di foglie si può vedere bene oltre, sull’altra collina, dove sono appostati i russi e vien naturale chiedersi perché non si sia stati colpiti. Il perché è semplice e ce lo dirà poco dopo uno dei soldati che ha appena dato il cambio per la notte: «Anche noi abbiamo cecchini e vedette, cosi anche loro non possono stare sempre a puntare nei punti scoperti del fronte».
Quando arriviamo nelle trincee cala la calma e le schermaglie si spostano più a Nord, qualche centinaio di metri lungo la linea, cosi possiamo godere di un momento di calma con i soldati che iniziano il turno e con il sole del mattino che sorge. Le trincee non sono continue, sono piccoli pezzetti che continuano a essere scavati a mano durante la battaglia e nei momenti di quiete, per passare da un punto a un altro si torna sul campo esposti per poi ributtarsi in un’altra buca dove ci sono altri uomini. L’ufficiale ha un ruolo doppio: di controllo del territorio, perché andando di persona si rende conto dal vivo di com’è la situazione, vede se durante la notte sono arrivati colpi che hanno distrutto alcune parti dei rifugi, sente l’odore, vede lo stato del fango e delle munizioni; soprattutto, però, ha un valore morale, parla con gli uomini, li rassicura, dà raccomandazioni, vede i loro occhi e ne capisce gli umori. Via radio questo rapporto non ci sarebbe e anche la risposta e l’umore delle truppe sarebbe più basso, inoltre serve per avere il rispetto dei propri sottoposti, un capo che non rischia viene spesso visto in maniera sinistra dalle truppe al fronte.
Seguiamo tutte le postazioni fino agli ultimi uomini che ancora non hanno avuto il cambio, lo vediamo bene dalle loro facce, la differenza con quelli appena arrivati freschi e coloro che hanno passato la notte è impressionante: la stanchezza, gli occhi allucinati di chi ha passato una notte di schermaglie con la paura di assalti e la consapevolezza di essere soli.
Si alza il sole, per fortuna durante questo cambio non c’è battaglia qui, arriva agilmente anche l’ultima squadra, si torna indietro proteggendosi, tra albero e albero, di buca in buca e di corsa in corsa nei tratti scoperti.
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