- La Federcalcio cinese ha firmato un memorandum con l’organismo che governa il calcio mondiale per riprendere quel processo di sviluppo che negli ultimi anni ha subito una frenata.
- Dopo le spese folli per assicurarsi le prestazioni dei giocatori provenienti dai campionati europei con conseguente stop agli investimenti nel 2017 e il fallimento all’ultima Coppa d’Asia, il Dragone ha deciso di riaffidare la Nazionale al commissario tecnico italiano.
Lo speciale contiene due articoli.
Migliorare la struttura della governance federale, lo sviluppo tecnico a tutti i livelli, gli arbitri, lo sviluppo del calcio professionistico e la gestione degli eventi: sono questi i cinque punti chiave al centro dell’accordo tra Fifa e Cina per promuovere e sviluppare il calcio nel Paese del Dragone. Una partnership molto importante come sottolineato dal presidente ad interim della Federcalcio cinese (Cfa), Du Zhaocai, il quale ha commentato «Una grande nazione come la Cina, impegnata nello sviluppo del calcio mondiale, è disposta a dare il suo contributo integrandosi nella famiglia del calcio. Non vediamo l’ora di ricevere il continuo sostegno della Fifa per la nostra crescita calcistica». Soddisfazione anche nelle parole del presidente della Fifa Gianni Infantino: «Vogliamo assicurare che lo sport più popolare al mondo continui a crescere e svilupparsi nel Paese più popoloso del mondo. Il calcio in Cina progredisce da molto tempo e siamo sicuri che con questo accordo continuerà a evolversi ancora di più».
Un accordo che, però, riporta d’attualità quel processo intrapreso dalla Cina qualche anno fa, quando cominciò a investire cifre folli per portare nella Chinese Super League alcuni dei migliori calciatori provenienti dai campionati europei. Per citare alcuni dei trasferimenti più costosi, nel dicembre del 2016 lo Shangai Sipg acquistò dal Chelsea il brasiliano Oscar per 60 milioni di euro con un ingaggio di 24 milioni all’anno; sei mesi prima lo stesso club strappò il sì del brasiliano Hulk grazie a 20 milioni a stagione di stipendio e a 55 milioni versati allo Zenit San Pietroburgo per prelevarne il cartellino. Senza dimenticare gli argentini Ezequiel Lavezzi, partito dal Paris Saint Germain all’Hebei Fortune per 15 milioni all’anno, e Carlos Tevez, che per soli sette mesi con la maglia dello Shanghai Shenhua, prima di far ritorno in patria al Boca Juniors, ha incassato 3 milioni e 200.000 euro al mese. Oppure il nostro Graziano Pellè, che dopo la delusione agli Europei del 2016 con la maglia azzurra, ha saputo consolarsi con un ingaggio monstre di 17 milioni a stagione che gli vale tuttora il primato di calciatore italiano più pagato. L’ultimo in ordine cronologico è stato l’ex capitano del Napoli Marek Hamsik. Il trentunenne slovacco, dopo dodici anni in Campania, ha deciso lo scorso febbraio di trasferirsi al Dalian Yifang per 8 milioni a stagione. Lo stesso Hamsik in una recente intervista rilasciata all’emittente cinese Cctv ha ammesso di avere non pochi problemi di adattamento con la nuova realtà dicendo: «Non sono soddisfatto delle mie prestazioni. Cerco sempre di dare il meglio ma non mi sono mai trovato in una situazione così difficile. Tante volte vorrei comunicare con i compagni, ma a causa della lingua non posso e allora mi faccio capire a gesti. C’è una grande differenza tra il calcio cinese e quello europeo». Questo a conferma del fatto che importare grandi giocatori con l’unica motivazione del denaro e che, spesso dopo poche stagioni o pochi mesi, decidono di tornare indietro, non è stata finora una buona strategia per far crescere il livello del calcio cinese.
Investimenti di oltre due miliardi di dollari nel giro di due anni che, per altro, hanno dovuto subire una brusca frenata nel 2018 con lo stop imposto dalle nuove regole volute dal governo cinese e dalla Federcalcio. Un tetto salariale e nuovi vincoli da rispettare, ma non solo. Anche verso gli investimenti all’estero, e quindi all’acquisto di club in giro per l’Europa (sono 28 le società europee con quote cinesi), è stato posto un freno con una nuova normativa da seguire per le grandi holding finanziarie cinesi che vogliono investire in altri Paesi, con l’obiettivo di ridurre la fuga di capitali oltre confine rivolti a settori ritenuti non più strategici per la crescita dell’economia nazionale. Tant’è che è stato diffuso dal governo un documento ufficiale in cui vengono classificati gli investimenti fuori dalla Cina come vietati, limitati e incoraggiati. Tra quelli vietati ci sono gli investimenti rischiosi per gli interessi nazionali e la sicurezza della Cina, mentre quelli relativi allo sport, così come all’immobiliare e all’intrattenimento rientrano negli investimenti limitati. Le società che invece desiderano investire nel progetto della nuova Via della seta sono incoraggiate.
Inoltre, non sono mancate le inchieste e i sospetti che qualcuno utilizzasse l’esportazione di capitali cinesi all’estero per ottenere un cambio di valuta vantaggioso e finire per riciclare denaro. Oppure episodi di capitali offshore bloccati dal governo cinese. Come successo nel luglio del 2017 al colosso immobiliare Dalian Wanda, azionista dell’Atletico Madrid con il 20% di quote e proprietario del pacchetto di maggioranza di Infront, la società che dal 2015 gestisce i diritti televisivi della Serie A italiana. La potente holding di Wang Jianlin è finita sotto la lente d’ingrandimento dell’autorità di regolamentazione bancaria cinese e per evitare un disastroso fallimento ha deciso di mettere in vendita tutta l’area sport che comprende anche lo sponsoring dei club italiani Milan, Inter e Lazio, i diritti televisivi della Coppa del mondo di sci e le gare di triathlon in tutto il mondo del circuito Ironman.
Quella che si apre ora, grazie a questo accordo con la Fifa, è per la Cina una fase due di quel progetto annunciato nel 2013 dal presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping: far crescere il calcio nel Paese per puntare alla Coppa del mondo entro il 2050. Ma senza più spese folli. Quelle serviranno per lo sviluppo della Belt and road initiative.
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