Chi ama il tennis, chi fosse solo un po’ curioso, chi avesse voglia, vada a cercarsi su YouTube il video di una partita particolare: 10 giugno 1984, finale del Roland Garros. Si fronteggiano John «The Genius» McEnroe e Ivan «Il terribile» Lendl, all’epoca non ancora elevato al rango di zar della racchetta e soprannominato «Chicken», pollo, quello che arriva in finale e poi lo fanno arrosto. Fu un match spartiacque. Sotto di due set, Lendl iniziava a infilare l’esteta del tennis di volo con staffilate di dritto acceleratissime in corsa, gomito piegato e avambraccio solido. Finì per vincere, arrampicandosi sulla vetta Atp, e fu John, imbufalito nero, a finire spennato: mai più gli sarebbe capitato di giocarsi lo Slam su terra rossa così da vicino.
Proprio in quel giorno fu fondato il tennis moderno e la figura del tennista di mestiere. Non solo giocatore sul campo, ma atleta completo, ossessivo in palestra, pratico di sedute con lo psicologo-motivatore che il fighettismo anglofono avrebbe ribattezzato «mental coach», attento all’alimentazione, una devozione totale rivolta sempre alla partita successiva. Lendl era tutto questo. Il dominio delle rockstar (McEnroe, Borg, Panatta) si stava affievolendo. Jannik Sinner, Novak Djokovic, Rafa Nadal, e prima di loro Pete Sampras, discendono tutti da quel robotico perfezionista di Ostrava che forse il tennis contemporaneo non l’ha inventato, ma prima degli altri ne ha intuito l’evoluzione.
Oggi, nell’epoca dei bombardieri e degli attaccanti da fondo campo, col duopolio Sinner–Alcaraz, lo spettacolo gladiatorio capace di estendere uno sport di lignaggio aristocratico verso appetiti interclasse, la radicalizzazione competitiva della prestazione esalta lo show muscolare, ma può presentare il conto. Il nostro Jannik, per esempio, dal trionfo a Wimbledon è fermo ai box. Il ginocchio destro su cui è capitombolato durante il primo turno sull’erba inglese pare infiammato, al J-medical centre di Torino si sta sottoponendo a sedute di fisioterapia e onde d’urto, ha annunciato il forfait al Master 1000 di Cincinnati, alimentando però buone speranze per un recupero agli Us Open, in programma il 30 agosto. Significa imbarcarsi in un Grande Slam senza sfide di preparazione, sebbene sia più a suo agio lui su un campo in cemento di un meteorologo davanti a un modello matematico.
Sinner, racconta chi gli sta vicino, sta prendendo molto sul serio i segnali psicofisici. Dopo il tour de force dei cinque Master 1000 consecutivi vinti in primavera, il crollo a Parigi (un po’ la canicola, un po’ la stanchezza rimarcata già a Madrid con quell’emblematica confidenza «sono morto»), meglio un torneo in meno che un malanno in più.
Carlitos Alcaraz, eterno rivale, è fermo da quattro mesi. La tenosinovite al polso destro (infiammazione della guaina del tendine, ne soffrì anche Nadal) non gli ha dato tregua, costringendolo a saltare Roland Garros e Wimbledon e rendendo dubbia pure la sua presenza a New York. Disgrazie che hanno puntellato la fiducia perduta di Sascha Zverev, tornato combattivo al vertice, a sua volta costretto a uno stop di un anno nel 2022 per un brutto incidente ai legamenti di una caviglia. Poi c’è il ventiquattrenne mancino Jack Draper, il più talentuoso tennista britannico dai tempi dello scozzese Murray, in lacrime a Montreal per l’ennesimo stop: il tendine di un ginocchio brucia, ed è dal 2023 che convive con una lesione a una spalla e un infortunio a un braccio, la sua carriera di ex numero 4 del mondo sembra un bollettino di guerra. Aggiungiamoci il nostro Lorenzo Musetti, ricomparso al master 500 di Washington dopo due mesi di pausa forzata per lo strappo a un femorale, e il danese Holger Rune, fermo da ottobre 2025 col tendine d’Achille rotto.
Questo sul fronte fisico. Sul versante psicologico ci sono i saliscendi umorali dell’ex top 10 Stefanos Tsitsipas, da quasi due anni lontano dai vertici per una crisi che affonda le radici anche nei dissidi col papà allenatore, e le turbe di Daniil Medvedev. Il russo sembra uscito da un romanzo di Bulgakov, è capace di arrampicarsi fino alla finale di Indian Wells, poi di perdere al primo turno al torneo successivo, sfasciando le racchette a bordo campo dalla rabbia. «Oggi si gioca troppo e c’è poco tempo per recuperare anche mentalmente», ha osservato l’ex campione Diego Nargiso. Colpa del calendario serrato, dei Master 1000 allungati a 12 giorni di durata, dei tempi di adattamento a superfici diverse di gioco, delle esigenze di bottega degli sponsor.
Nole Djokovic, gran maestro nello scegliere le gare e nel centellinare le apparizioni, ha azzardato: «Bisogna cambiare il formato del punteggio: giocare fino ai quattro game per ogni parziale, senza vantaggi all’interno del game, al meglio dei cinque set. E mantenere le partite entro le due ore». Insomma, fare come nei tornei del circuito Next Gen. Il giovanissimo brasiliano Joao Fonseca ha però rintuzzato il matusa: «Parla così perché è vecchietto». Di certo il problema si pone. O lo spettacolo a oltranza, o l’equilibrio psicofisico degli atleti. Non è nemmeno utile dire che i tennisti guadagnano troppo per potersi lamentare: la vita da nababbo, che poi in realtà somiglia a quella di una monaca di clausura, è appannaggio di pochi, al massimo dei top 100 del mondo. Gli altri ingollano cibi sulfurei scendendo a patti con la propria psiche in quello che tutti conoscono come lo «sport del diavolo», bello, seduttivo, insidioso, per cuori solitari, almeno sul campo.
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