Stesso luogo, due delitti a distanza di 30 anni. Siamo a Champlong, frazione di Châtillon, all’imbocco della Valtournenche. Era il 30 novembre 1984.
Ai margini della ex statale 46, quella che porta a Cervinia, si trova ancora oggi il rudere di quella che era stata un’antica fornace per la cottura dei mattoni. Qui, il camionista Santo Filici si era fermato a scaricare alcuni blocchi di marmo nella cava appena sopra il vecchio edificio. Nell’attesa di alcuni colleghi, si era trattenuto presso un magazzino abbandonato adiacente al vecchio forno.
Qui aveva notato per caso un grosso fagotto di vecchie coperte. Incuriosito, il camionista lo colpiva con un calcio, facendo apparire di colpo il braccio e la testa di un cadavere. Avvolto dalle coperte e da un sacco di nylon chiuso da cerotti, c’era il corpo di uno sconosciuto dell’apparente età di circa 60-65 anni, di bassa statura.
Portava una canottiera e la giacca di un pigiama ed il suo corpo seminudo risultava integro a causa del freddo intenso di quei giorni. Il volto era coperto di sangue. La prima perizia dirà che la morte risaliva ad alcuni giorni prima. Nessun indizio rilevante ai primi rilievi. Il corpo non aveva con sé documenti d’identità.
Ma agli abitanti di Châtillon il rinvenimento fece particolare impressione, perché riportava alla memoria un altro delitto, lontano nel tempo, ma avvenuto nello stesso luogo: la fornace di Champlong. Anche il mese era lo stesso, novembre. L’anno, il 1953.
La fornace «maledetta»: nel 1953 Pietro Cerise finì tra le fiamme
Il 13 novembre 1953 il ventunenne Pietro Cerise era scomparso dalla sua abitazione senza dare più notizie. Nei giorni successivi era scattato l’allarme e i Carabinieri, dopo aver rastrellato la zona erano giunti alla fornace di Champlong. Qui, nella bocca del forno dei mattoni, giacevano i resti carbonizzati di Cerise, resi quasi irriconoscibili dalle fiamme.
Le indagini arrivarono presto ad un altro giovane, Giuseppe «Beppe» Cheillon, conoscente di Cerise. I due avevano avuto nell’ultimo periodo dissapori sull’utilizzo di utensili e sul trasporto del legname, che si erano sommati ad altri litigi in questioni «di paese».
Al termine dell’ennesimo battibecco, Cheillon colpì a morte il rivale e cercò di eliminare il cadavere con le fiamme della fornace. Riconosciuto colpevole, Cheillon fo condannato dalla Corte d’Assise, ma nella comunità di Chatillon quel delitto efferato rimase inciso nella memoria collettiva.
Dall’omicidio di Cerise al nuovo cadavere: l’incubo torna trent’anni dopo
L’incubo si era ripresentato un trentennio più tardi, proprio nella fornace «maledetta» per il ritrovamento di quel corpo senza nome, attorno al quale si concentravano gli sforzi degli inquirenti.
L’autopsia rivelò che l’età della vittima fosse in realtà più avanzata, tra i 65 e i 70 anni. Ed escluse che si trattasse del corpo di Pietro Castagno, imprenditore rapito nel gennaio precedente poi liberato 11 mesi dopo in Aspromonte.
Ferita alla tempia e volto bruciato: l’autopsia svela nuovi interrogativi
L’esame medico-legale rivelò una ferita passante alla tempia ed il cadavere si presentava con il volto tumefatto e semi bruciato, così come i polpastrelli, fatto che impediva agli inquirenti di rilevare correttamente le impronte.
L’anamnesi necroscopica condotta dal professor Carlo Torre dell’Università di Torino rivelò che la morte non fosse stata determinata da un’arma da fuoco, bensì dall’impatto con un corpo contundente (forse un forcone) e che il braccio sinistro recava una cicatrice da esito operatorio. Dall’esame necroscopico risultò che l’uomo fosse cardiopatico e avanzò l’ipotesi che le ferite non fossero state mortali, ma che la vittima fosse morta d’infarto a causa del forte choc.
Un uomo del Sud senza nome: falliscono anche le ricerche tra scomparsi e rapiti
Anche i registri delle persone scomparse diedero risultati negativi, dopo le ricerche, così come gli elenchi dei rapiti. I medici ipotizzarono che tipologicamente l’uomo fosse un tipo «mediterraneo», originario di qualche regione del Sud Italia. L’ultima ipotesi sull’identità del corpo emerse nel dicembre 1984 quando gli inquirenti credettero che la vittima potesse essere un pensionato di Trapani, scomparso poco prima del ritrovamento alla fornace, per le corrispondenze fisiche con la persona ritrovata a Champlong.
Ma anche questa pista fu smentita dai familiari dell’anziano siciliano, che non riconobbero alcuni dettagli tra cui la presenza della cicatrice al braccio.
Alla fine del 1984 il caso scomparve dalle cronache, senza che si giungesse all’identità e neppure ai responsabili dell’ipotetico delitto. Un caso mai riaperto, ma allo stesso tempo mai chiuso nei ricordi degli abitanti di Chatillon.