Per 48 ore la popolazione di Bari passò le notti all’aperto, terrorizzata. Erano i primi giorni del novembre 1926 e la pioggia non cessava di battere impetuosa: 160 millimetri in soli due giorni. Il fragore dei corsi d’acqua in piena che sfociavano in mare, riempivano l’aria di un rumore che era un sinistro presagio.
Il fiume Picone travolge la città: treni deragliati e quartieri sommersi
Intorno alle 23:00 del 5 novembre il primo allarme. Il capostazione di Gioia del Colle telefonava per ottenere soccorsi: il treno diretto ad Altamura era stato investito da una massa di fango nei pressi di Casale e si era rovesciato. Il treno dei soccorsi veniva poco dopo investito da una violenta ondata di detriti e fanghiglia, rimanendo bloccato.
Contemporaneamente, un’onda di piena alta 5 metri, simile ad uno Tsunami, investiva la città di Bari. Particolarmente colpiti i rioni Carrassi, Libertà e Madonnella, investiti dalle acque nel cuore della notte.
Con le strade e la ferrovia interrotte, i soccorsi non riuscirono ad intervenire tempestivamente e solo alle prime luci dell’alba del 6 novembre fu possibile intervenire e stilare un primissimo e provvisorio bilancio delle vittime, sepolte vive da una massa mortale di acqua che in alcuni punti superò i 120 centimetri.
I primi morti furono ritrovati in via Nicolai> una ragazza con i suoi genitori, colti nel sonno dalla furia dell’alluvione. In via Ravana, i corpi di due anziani. In poche ore, nella zona, vengono recuperati altri 11 corpi senza vita. Le prime stime dei danni parlarono di circa 10.000 persone colpite dalla sciagura. Alla fine il bilancio delle vittime nel Comune di Bari salì a 19 morti.
La tragedia del 1926 aveva avuto alcuni precedenti negli anni. Bari era stata colpita da inondazioni, sempre originate dalla piena del torrente Picone, un fiume che nasce dall’Altipiano delle Murge. Le sue acque avevano rotto gli argini già nell’agosto 1883 e nel marzo 1905, quando le acque nel centro di Bari avevano raggiunto i 70 centimetri.
Per scongiurare ulteriori danni, l’amministrazione aveva iniziato i lavori di deviazione del Picone che tuttavia avevano subito forti rallentamenti a causa dell’opposizione dei proprietari terrieri.
Dalla deforestazione dell’Alta Murgia al dissesto idrogeologico
Le cause del dissesto idrogeologico erano remote e si concentravano sulla lunga opera di deforestazione dell’Alta Murgia. La zona, in età romana, era ricoperta di fitte foreste. A partire dalla crisi demografica del Trecento causata dalla peste nera iniziò una progressiva opera di disboscamento, originariamente per fare posto ai pascoli, quindi a partire dal XV secolo per la coltivazione estensiva del grano che fece della Puglia il granaio del Regno di Napoli. L’inchiesta agraria del 1880 calcolò che circa 90.000 ettari di boschi erano spariti per fare posto alle coltivazioni estensive di cereali.
Il disboscamento mutò sensibilmente la capacità di drenaggio del terreno delle Murge, generando un forte dissesto a valle dove l’acqua si riversava dai fianchi delle colline andando ad ingrossare i corsi d’acqua in modo incontenibile. La crescita dell’urbanizzazione a valle aumentò inoltre il numero di abitanti a rischio alluvione. Il canale scolmatore/deviatore del Picone, completato solo dopo la Grande Guerra, non fu sufficiente a contenere la furia delle acque nonostante il rinforzo operato sugli argini del canale stesso.
Dopo la tragedia, il piano per mettere in sicurezza Bari e riforestare le Murge
Il disastro del 1926 fu alla base di un Regio Decreto (2312 del 27 ottobre 1927) per il miglioramento e la messa in sicurezza della rete idraulica di Bari e delle zone circostanti, con l’ampiamento dell’alveo della Lama Picone e a una deviazione ancora più a Ovest dell’abitato di Bari dei canali. In città si procedette al tombinamento dei corsi d’acqua, mentre a monte iniziò una contemporanea riforestazione dell’Alta Murgia, oggi sede del Parco Nazionale.