Nel secondo dopoguerra, la Repubblica di San Marino era una enclave social-comunista, unico caso nell’Europa Occidentale del Patto Atlantico. Dal 1945 il Partito Comunista Sanmarinese (PCS) e quello socialista (PSS) erano saldamente a capo del Consiglio dei Reggenti, con una maggioranza salda che impediva il ricambio con l’opposizione costituita dal centro democratico-cristiano.
Furono i fatti della Guerra Fredda a sconvolgerne l’equilibrio, 11 anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale. L’effetto dei fatti di Ungheria della fine del 1956 generò un forte sconvolgimento nei partiti comunisti occidentali, creando forti spaccature e scissioni.
San Marino, l’enclave social-comunista nel cuore dell’Occidente durante la Guerra fredda
La piccola repubblica arroccata sul Monte Titano fu ugualmente interessata, dato che la Reggenza social-comunista approvò apertamente la politica di Mosca. Nella maggioranza di governo una parte dei socialisti (Alvaro Casali, Giuseppe Forcellini, Domenico Forcellini, Federico Micheloni e Pio Galassi) lasciò l’esecutivo nel settembre 1957, passando alla minoranza di centro.
La decisione comportò una paralisi politica, poiché i rappresentanti dei due schieramenti si trovarono ad avere lo stesso numero di seggi (30 a 30). Il 19 settembre 1957 il consigliere Attilio Giannini lasciò la sinistra, lasciando di fatto in mano alla democrazia cristiana la maggioranza dei seggi.
La crisi di Rovereta del 1957: dimissioni in bianco e scioglimento del Consiglio Grande
A quel punto, secondo la secolare Costituzione della piccola repubblica, il Consiglio dei Reggenti avrebbe dovuto procedere ad una forma di rimpasto tenendo conto dei nuovi equilibri. Ma il giorno seguente, con una decisione in stile sovietico, 34 consiglieri comunisti e socialisti firmarono dimissioni in bianco imposte dal partito.
Invece, i Reggenti Giordano Giacomini e Primo Marani sciolsero d’imperio il Consiglio Grande, prassi non prevista dalla Costituzione, prolungando di fatto il loro mandato senza più una maggioranza per impedire la nascita di un nuovo governo di centro.
Oltre allo scioglimento, fecero blindare il palazzo proclamando nuove elezioni. I centristi, ormai maggioranza non riconosciuta, gridarono al golpe.
Nella notte tra il 19 e il 20 settembre 1957 i consiglieri di quell’opposizione che sarebbe stata maggioranza si trasferirono in un’area industriale di Rovereta, località sanmarinese al confine con l’Italia, autoproclamandosi «governo provvisorio». San Marino aveva due governi, fatto che generò un incidente geopolitico certamente più grande del piccolo Stato indipendente.
Nella Rocca, i Reggenti comunisti non solo proseguirono nel rivendicare la legittimità del loro mandato, ma crearono una «milizia volontaria» armata formata dai cittadini più fedeli al partito.
Il governo provvisorio e l’intervento italiano: Carabinieri, embargo e sostegno americano
La notizia fece immediatamente muovere il governo italiano, allora guidato dal democristiano Adone Zoli. Il premier incaricò l’allora ministro dell’Interno Fernando Tambroni di inviare reparti blindati dei Carabinieri a protezione del «governo provvisorio», prontamente riconosciuto dalle autorità italiane in stretto accordo con gli Stati Uniti.
Le forze armate italiane operarono inoltre un embargo nei confronti del governo dei «rossi», bloccando gli accessi di merci e persone al territorio sanmarinese.
Durante le circa tre settimane dei «fatti di Rovereta», si scatenò la battaglia politica in Italia e di riflesso all’estero.
Gli Stati Uniti di Eisenhower, mal sopportando un’enclave comunista nel cuore del blocco occidentale, appoggiarono incondizionatamente il governo centrista rifugiato a Rovereta, seguiti quasi immediatamente da Francia e Gran Bretagna mentre il leader dei democristiani sanmarinesi, Federico Bigi, volava a Washington per incontrare funzionari del Dipartimento di Stato e gli emigrati sanmarinesi che gli diedero immediatamente appoggio.
Mentre a San Marino le giornate passavano tra le ronde dei volontari comunisti che presidiavano la Rocca e i Carabinieri che li circondavano, fortunatamente non vi furono gravi incidenti, se non qualche colpo di fucile sparato a scopo intimidatorio. Se a Roma l’opposizione comunista denunciava la violazione del diritto internazionale per bocca soprattutto di Giancarlo Pajetta, la contesa si rivelò da subito impari: L’Urss infatti sostenne i comunisti sanmarinesi solo a parole, senza avere la possibilità di esercitare pressione diretta come nel caso delle potenze occidentali.
La resa dei comunisti e la fine della crisi: condanne e amnistia per i Reggenti
Verso la fine della crisi, i comunisti sanmarinesi cercarono di giocare la carta dell’appello all’Onu, che non venne tuttavia accolta dall’organismo internazionale che non intendeva intervenire in contese interne ai due blocchi contrapposti.
Caduto quest’ultimo appiglio, i comunisti, stretti dall’embargo dei Carabinieri ed isolati diplomaticamente si arresero l’11 ottobre 1957 e sciolsero contestualmente la milizia volontaria per evitare ulteriori tensioni.
Il 14 ottobre il governo di Rovereta si insediava definitivamente a San Marino, con una maggioranza formata da democristiani e dai socialisti fuoriusciti dal precedente governo.
Per Primo Marani e Giordano Giacomini si aprivano le porte del tribunale. Pur essendo condannati per sovversione armata e attentato alla Costituzione, di fatto non entrarono mai in carcere, rifugiandosi temporaneamente in italia e venendo definitivamente amnistiati nel 1960, quando la compagine internazionale era mutata rispetto alla drammatica crisi del 1956.