1798, l’assalto dei corsari tunisini a Carloforte

I pirati arrivarono nell’Isola di San Pietro nel cuore della notte tra il 2 e il 3 settembre 1798. A Punta Nera, distante circa 3 chilometri dall’abitato di Carloforte, lasciarono le lance circa 600 uomini armati di sciabole e moschetti. Per gli abitanti della colonia genovese di Sardegna sarebbe iniziato l’incubo, durato ben cinque anni per le sue conseguenze.

Per meglio capire le ragioni di quella violenta incursione bisogna rileggere la storia dell’isola di San Pietro e della sua colonizzazione nella prima metà del XVIII secolo, stimolata dal sovrano sabaudo Carlo Emanuele III.

Dai pescatori di Tabarka alla nascita di Carloforte

Dal 1545 una colonia di pescatori e commercianti di Pegli, sobborgo di Genova, si era trasferita nell’isola tunisina di Tabarka, dominio della famiglia dei Lomellini, per lo sfruttamento dei coralli.

All’inizio del Settecento, l’esaurimento dei coralli e la pressione dei pirati del Bey misero in crisi la comunità, che fu chiamata in Sardegna con il duplice scopo di popolare la costa Sud-occidentale e di inibire le scorrerie barbaresche, che avevano spesso utilizzato la zona di San Pietro come base.

Il trasferimento dei primi 600 abitanti di Tabarka avvenne negli anni Trenta del Settecento, culminato con la fondazione ufficiale della città di Carloforte il 17 aprile 1738.

Un’isola senza difese diventa preda dei barbareschi

In 60 anni, la comunità era prosperata grazie all’abilità dei tabarchini ed era cresciuta di numero, divenendo un obiettivo appetibile per i pirati di Tunisi. Dall’altra parte l’isola non era stata adeguatamente armata e fortificata e alla fine del secolo si trovava ancora priva di mura e con una guarnigione di difesa inadeguata.

Il saccheggio di Carloforte e la cattura di 800 abitanti

Guidati dal raìs Husayn, i tunisini accerchiarono Carloforte nel cuore della notte, cogliendo nel sonno gli abitanti e neutralizzando la guarnigione a difesa dell’isola.

Tra le 3:00 e le 5:00 del mattino l’orda dei pirati invase l’abitato, irrompendo casa per casa e praticando un sistematico saccheggio.

Molte furono le abitazioni devastate e la chiesa parrocchiale profanata e data alle fiamme. Alle prime luci dell’alba furono catturati 800 abitanti di Carloforte, in seguito fatti prigionieri e caricati sugli sciabecchi tunisini, sparendo all’orizzonte della costa sarda nel pomeriggio del 3 settembre 1798.

Cinque anni di schiavitù a Tunisi: 120 morti

I tabarchini di Carloforte furono fatti schiavi del Bey di Tunisi, dove rimarranno per ben 5 anni. A causa delle difficili condizioni di vita circa 120 prigionieri morirono, mentre gli altri furono sfruttati dai pirati barbareschi come preziosa merce di scambio.

Le trattative furono sofferte, perché il Bey Hammuda ibn Ali esigeva una somma importante che il Regno di Sardegna faticava a reperire a causa delle conseguenze economiche della guerra con la Francia napoleonica.

Pio VII e Napoleone trattano per liberare i carlofortini

Fu grazie all’intercessione di Papa Pio VII che la situazione si sbloccò, grazie al contributo del Vaticano e delle Opere Pie. Anche Napoleone, interessato all’egemonia sul Mediterraneo, fece capire ai tunisini che le regole sarebbero state dettate dalla Francia. I prigionieri superstiti furono rilasciati progressivamente a partire dal 1803 e fecero ritorno a Carloforte.

Don Segni, il prete che seguì gli schiavi a Tunisi

Nella memoria degli ex prigionieri, tramandata alle generazioni successive, rimase la figura di don Nicolò Segni. Viceparroco di Carloforte, durante l’incursione dei pirati tunisini decise volontariamente di imbarcarsi con i prigionieri.

A Tunisi, trattato con riguardo dagli uomini del Bey, riuscì ad officiare messe clandestine e ad impartire sacramenti all’interno della colonia penale. In contatto con diplomatici europei a Tunisi, riuscì a fare pressioni sui governi e su Carlo Emanuele IV, successore del Re di Sardegna che fondò Carloforte.

La Madonna dello Schiavo, memoria della prigionia

A perenne memoria degli anni di prigionia dei carlofortini una piccola statua lignea della Vergine è conservata tutt’oggi nella cittadina e nominata «Madonna dello Schiavo». La narrazione vuole che un prigioniero l’avesse trovata sul bagnasciuga di Tunisi e l’avesse consegnata a don Segni, che la utilizzò nei riti cattolici praticati di nascosto sulla sponda del paese musulmano.

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