Stato. Federale, europeista, laico. Lontano da Roma. Ha una bandiera: il Sole delle Alpi verde su sfondo bianco. Un inno: il Va’ pensiero. Una Repubblica indipendente che parte dal Monviso, dove nasce il Po, e sfocia artificialmente in Laguna.
È proprio il Senatur che porta in dono alla Serenissima l’acqua raccolta in una ampolla sulle Alpi occidentali ai confini con la Francia. Quella domenica di 30 anni fa è il culmine di una tre giorni intensa, partita appunto in montagna venerdì 13 e sbarcata nella capitale dei Dogi costeggiando il fiume che dà nome alla pianura più illuminata d’Europa. Gazebo ovunque, manifestazioni improvvisate, carovane di gente. Si muove un popolo, che pochi mesi prima si era fatto sentire alle Politiche: oltre 4 milioni di voti, circa il 10,5%, record per quel Carroccio che in dieci anni aveva scombussolato la politica italiana.
Nel 1987 Bossi, ex operaio iscritto a Medicina, viene eletto senatore per la Lega Lombarda. Già nel 1983 in realtà la Liga Veneta aveva espresso due parlamentari. Il Senatur però ha l’intuizione di riunire tutti i movimenti nordisti tenuti insieme da una mitologia, quella di Pontida. Il giuramento di due Leghe, quella lumbard e quella di Verona, che si uniscono per fermare il Barbarossa, raffigurato dall’Umberto nel Leviatano romano, il mostro burocratico e mangia soldi che soffoca il Nord produttivo. Per combatterlo ecco sfrecciare il Carroccio, guidato da Alberto da Giussano che nel 1176 a Legnano fermò proprio l’avanza dell’imperatore germanico. Sono gli slogan però che fanno la fortuna della Lega Nord.
«Roma ladrona» passa alla storia. Dice tutto. Così come è eloquente il fatto che «la Lega ce l’ha duro». Il linguaggio è volutamente politicamente scorretto, al limite della minaccia e dell’offesa. Come quella volta che il segretario leghista se la prende con il giudice Abate di Varese: «Per me la vita di un giudice che volesse indagare sulla Lega vale 300 lire, da noi una pallottola costa poco». Arriva Tangentopoli e Bossi dà la scalata al potere, al grido di «Avanti Di Pietro, avanti Borrelli». Sull’onda delle inchieste che mandano ko i partiti della prima Repubblica, nel 1992 la Lega porta 80 parlamentari a Roma. C’è chi sventola il cappio in Parlamento per i politici indagati. Il vento del Nord soffia forte e alle amministrative del 1993, Marco Formentini diventa sindaco di Milano. La Lega sembra inarrestabile. Ma a fine dicembre 1993 arriva l’avviso di garanzia a Bossi e al tesoriere Patelli, definito «pirla» dallo stesso Senatur, per aver preso 200 milioni di lire nella maxi tangente Enimont. Alle Politiche del marzo 1994, la Lega è così «costretta» ad allearsi al Nord con la neonata Forza Italia di Silvio Berlusconi appena sceso in campo.
Nasce il primo governo di centrodestra, però è un governo ad alta tensione anche per i numeri ballerini e le distanze quasi non misurabili tra Bossi e Fini. Nell’agitata estate politica del 1994, il leader del Carroccio appare in tv in canotta mentre passeggia per il giardino di Arcore. Si prova a stare insieme, ma a fine dicembre del 1994 la Lega vota la sfiducia al governo del Cavaliere dopo soli 8 mesi di governo. La rottura è pesante, al punto che Umberto inizia ad attaccare Silvio con una serie di insulti che restano nella storia, tipo «Berluskaz». L’esecutivo Dini, sostenuto da ex comunisti, ex democristiani e in qualche maniera dalla stessa Lega dura poco. E Bossi alle Politiche del 1996 porta avanti un programma apertamente secessionista contro «Roma Polo» e «Roma Ulivo». Grazie alla sua corsa solitaria, il centrosinistra di Romano Prodi per la prima volta arriva al governo. Però la Lega sogna in grande.
Dopo la dichiarazione di indipendenza della Padania, Bossi organizza un universo culturale e sportivo attorno all’idea di questa nuova entità statale, compresa miss Padania e la nazionale di calcio padana. Nel 1997 esce in edicola il quotidiano La Padania che – fra le altre curiosità – dà le previsioni meteo solo del Nord. Il 26 ottobre si svolgono le elezioni del Parlamento padano. Nascono nuovi partiti che poi approderanno al «Parlamento» di Chignolo Po, in provincia di Mantova. Il Senatur da Venezia, durante il primo anniversario della secessione dichiarata, inveisce con una signora che espone il tricolore alla finestra: «Lo metta nel cesso». Il gran capo padano però non ha fatto i conti con la reazione politica e popolare di quella svolta che comunque aveva conquistato 4 milioni di persone. Ce n’erano infatti altri 50 milioni che non volevano la spaccatura del Paese.
L’idea di secessione ricompatta tutto l’arco parlamentare, sindacati compresi. E così, mentre prima il tricolore era sventolato soprattutto da Msi-An e poi Forza Italia, il governo Prodi impone la bandiera italiana fuori da ogni ufficio pubblico. L’inno di Mameli inizia a essere cantato. Il tricolore, insomma, entra anche nel Pantheon della sinistra. A Milano si svolge una mega manifestazione anti leghista in piazza Duomo e la Cgil, accanto alla bandiera rossa, sventola pure il tricolore. Nasce paradossalmente il patriottismo italiano, che addirittura porta il verde, bianco e rosso nel simbolo del Pd con Walter Veltroni.
La secessione inizia a perdere appeal anche perché gli imprenditori del Nord, che temevano che l’Italia non entrasse nell’euro, tirano un sospiro di sollievo dopo la maxi Finanziaria targata Prodi–Ciampi. Il Belpaese è ammesso nell’eurozona e così l’idea di Padania, che poteva stuzzicare le imprese settentrionali in caso di bocciatura del Belpaese, è superata. Non a caso da quel 1997 il Carroccio perde consensi al punto che nel 2001, ritornato alleato con Berlusconi e Fini, non supera nemmeno la soglia di sbarramento del 4% alle Politiche. E le percentuali rimarranno basse fino al punto più basso di inizio anni Dieci con la notte della scope targata Roberto Maroni, che prende il posto di un Bossi già indebolito dall’ictus e colpito dalle inchieste giudiziarie familiari. Percentuali invece che riprendono a salire fino al boom del 2019 – oltre il 34% – quando Matteo Salvini raccoglie i frutti di una corsa in solitaria iniziata dopo aver messo da parte «l’indipendenza della Padania» per diventare un movimento sovranista italiano.
Trent’anni sono un’era geologica in politica. Specie in questi anni di stravolgimenti internazionali continui. La Padania però non è mai andata via. D’altronde esisteva anche prima di Bossi. Il primo a utilizzare il termine Padania con un significato politico fu Guido Fanti, comunista tutto d’un pezzo e primo presidente della appena costituita Regione Emilia-Romagna. Nel 1975, propose l’istituzione di un coordinamento permanente tra Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto ed Emilia-Romagna (che lui chiamava «Lega del Po»). «Le regioni», spiegò alla Stampa il 6 novembre 1975, «rifiutandosi di chiudersi in sé stesse, sono chiamate a svolgere il ruolo di protagoniste della politica nazionale e il consolidarsi dei rapporti permanenti, nell’area padana, rappresenta un contributo decisivo». Le stesse cinque regioni, a livello economico, si stanno rialleando su progetti comuni per far sentire il loro peso a Roma e a Bruxelles. Insomma: la Padania c’è ma non si dice. E non si fa.
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