Parlando alla Camera per respingere la richiesta di autorizzazione a procedere dei pm di Roma a proposito della chat tra l’onorevole Andrea Delmastro e Mauro Carroccia, il capogruppo di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, ha commesso un solo errore: ha attribuito all’ex ministro della Giustizia, Giovanni Conso, la decisione di riportare al 41 bis 334 mafiosi liberati dopo le stragi del 1992.
In realtà, il Guardasigilli dell’epoca non riportò in galera i condannati, ma fu colui che invece li tolse dal regime di carcere duro. Quanto al resto, ovvero all’accusa nei confronti dell’allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, il parlamentare di Fdi ha ragione da vendere, perché fu proprio il capo dello Stato eletto, come scrisse Indro Montanelli, non da mille parlamentari ma da mille chili di tritolo, a fare in modo che le misure di detenzione nei confronti dei boss di Cosa nostra fossero alleggerite.
E con buona pace dei cattocomunisti di Avvenire e dei comunisti del Pd, a sostenere il ruolo del presidente della Repubblica in quella oscura vicenda denominata trattativa «Stato-mafia» non sono Galeazzo Bignami o La Verità, ma i testimoni dell’epoca, a cominciare dall’ex ministro degli Interni, Vincenzo Scotti, con l’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli, e l’allora direttore del Dap, dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Nicolò Amato, che della sua rimozione a opera di Scalfaro addirittura parlò in un libro.
È probabile che né Arturo Scotto, capogruppo pd in commissione Lavoro alla Camera, né Debora Serracchiani, responsabile giustizia della segreteria del Partito democratico, e neppure Angelo Bonelli, co-portavoce di Alleanza Verdi e sinistra, o Elly Schlein, che pure l’altro ieri sono intervenuti con parole di fuoco contro Bignami, di questa storia sappiano niente.
Ma sarebbe stato sufficiente rileggere la testimonianza davanti ai giudici della Corte d’appello di Palermo dall’ex magistrato, fatto rimuovere da Scalfaro perché considerato troppo rigido nei confronti dei mafiosi, o le deposizioni degli allora ministri in commissione Antimafia, per stabilire che sì, il presidente della Repubblica, dopo essere stato eletto dalle bombe dei mafiosi, allontanando Scotti e Martelli dagli incarichi precedentemente ricoperti, come pure il direttore del Dap, Nicolò Amato, contribuì a far sì che ai mafiosi venissero attenuate le condizioni carcerarie.
Interrogato sul punto dell’allentamento delle misure di detenzione, Amato raccontò di aver incontrato il segretario generale del Quirinale, Gaetano Gifuni, il giorno prima della sua cacciata, e «Parolina», questo il soprannome del funzionario quirinalizio fra i giornalisti, gli disse che il presidente della Repubblica aveva deciso che entro una settimana se ne doveva andare.
L’allora direttore dell’amministrazione penitenziaria, che aveva collaborato con Giovanni Falcone, non solo si dimise, ma non accettò alcuna compensazione che pure gli fu proposta sotto forma di un incarico di prestigio a Bruxelles. Amato, cioè un magistrato, in tribunale disse ai colleghi che il suo allontanamento fu «una macchia per le istituzioni».
Claudio Martelli forse fu ancora più duro, perché accusò Scalfaro di essere il dominus, ossia colui che regnava. Secondo l’ex Guardasigilli, l’allora presidente fu il protagonista della «normalizzazione del rapporto con la mafia». Una regia che, con l’obiettivo di fermare le stragi, passò dall’estromissione dall’esecutivo dei «politici che avevano esagerato con il contrasto alla mafia».
Martelli parlò di capitolazione, di cedimento dello Stato. L’allora ministro della Giustizia chiese al presidente del Consiglio incaricato, vale a dire Giuliano Amato, perché sostituisse il ministro degli Interni, ossia Vincenzo Scotti, che pure aveva dato prova di grande energia nella lotta alla mafia. «Mi rispose», disse Martelli, «che glielo chiedevano il presidente della Repubblica e il capo della Dc.
Gli dissi di opporsi e Amato mi rispose: il governo non nascerebbe nemmeno se facessi una cosa del genere». Scotti, interrogato, ribadì la convinzione di essere stato sostituito al Viminale (fu mandato agli Esteri, ma per dignità si dimise dopo un mese) perché interpretava «la linea dura sul 41 bis e sulla nascita della Direzione investigativa antimafia».
Dunque, Bignami sui 334 mafiosi a cui fu alleggerito il carcere aveva ragione. Però ha dimenticato un passaggio della deposizione dell’ex ministro degli Interni. Scotti, infatti, oltre a ricostruire la stagione del 1993, disse che contro il carcere duro per i mafiosi voluto da Giovanni Falcone c’era una fortissima contrarietà da parte dell’opposizione di sinistra, che lo considerava incostituzionale, illegittimo, fuori dalle righe e fece una battaglia in Parlamento.
«Per capire in quale clima maturò la mia sostituzione bisogna tener conto di tutto questo», disse Scotti, «e rileggere i documenti e i giornali dell’epoca». Una cosa che a sinistra, ovviamente preferiscono non fare. Comunque, per chi avesse bisogno di rinfrescarsi la memoria sarebbe sufficiente guardare Il Fatto quotidiano dell’11 settembre 2012. Titolo: «Stato-mafia, Martelli alla commissione: “Scalfaro dominus. Amato (Giuliano, ndr) mente”». Che altro aggiungere? Che la sinistra è specialista nel mistificare la realtà.
Ps. Le opposizioni hanno chiesto al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, di sanzionare l’onorevole Bignami per le dichiarazioni riguardanti Scalfaro. Sapevamo che l’Italia, unica democrazia occidentale, punisce i critici nei confronti del presidente della Repubblica con il reato di vilipendio. Ma non immaginavamo che l’azione punitiva si estendesse anche post incarico e post mortem. Neppure il Papa gode di un’indulgenza plenaria che lo esenta da critiche per l’eternità.
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