Il 16 agosto 1893 si consumò ai danni degli italiani una delle più gravi «tragedie della miseria». Il teatro dei fatti furono il paese di Aigues-Mortes e le grandi saline nelle sue immediate vicinanze, dove lavoravano molti piemontesi, toscani ed emiliani.
Il lavoro nelle saline e la manodopera italiana
Il lavoro nelle saline, stagionale, richiamava da anni un grande numero di braccianti. Moltissimi italiani e spagnoli, ma anche francesi. Nel periodo della raccolta del sale, da maggio in avanti, il picco di manodopera superava le 1.000 persone che la compagnia di grandi capitali «Compagnie des Salines du Midi» arruolava tramite il sistema del caporalato. La maggior parte dei lavoratori che si presentavano alle chiamate della salina erano italiani, soprattutto del vicino Piemonte occidentale.
Le condizioni di lavoro e il cottimo
Il lavoro della raccolta del sale, svolto in estate sotto il sole cocente in una zona piagata dalla malaria, prevedeva il sistema del cottimo con paghe che variavano a seconda della quantità di sale raccolta con carriole da 100 kg di carico e stipata nei grandi mucchi a forma di cono. Durante le brevi pause e di notte, i braccianti si ritiravano in malsane baracche di legno nei pressi della salina.
Le origini delle tensioni e la xenofobia
Le tensioni tra i francesi e i lavoratori stagionali italiani erano cresciute negli ultimi anni del secolo XIX, in una Francia da poco sconfitta nella guerra contro la Prussia e colpita dalla crisi agraria degli anni Ottanta.
Ad aggravare la situazione, la posizione geografica delle saline di Aigues-Mortes, in pieno Midi, una zona rimasta economicamente arretrata rispetto alle regioni del Nord interessate dalla rivoluzione industriale.
Crisi economica e geopolitica
Anche la geopolitica giocava a sfavore deli emigranti italiani, con la stampa francese che attaccava la scelta della Triplice Alleanza con il nemico tedesco. L’epidemia di filossera che colpì i grandi vitigni del Sud alimentò ancora di più la tensione, avendo aumentato le file dei disoccupati francesi che per sopravvivere bussavano alle porte delle saline.
La miccia della rivolta era accesa, anticipata da alcuni isolati episodi di xenofobia nei confronti dei «Piémos», i piemontesi.
La preferenza per i braccianti italiani
La bomba esplose nella stagione lavorativa del 1893, quando i francesi capirono che la società delle saline non li avrebbe assunti, preferendo l’arrivo di un contingente di italiani. La Compagnia delle saline li aveva preferiti non solo per i salari più bassi, ma anche per la migliore propensione al lavoro rispetto ai braccianti francesi. Gli emigranti erano più efficienti, non protestavano ed erano tutto sommato rispettosi.
L’esplosione della violenza e l’assedio al panificio
Il 16 agosto iniziarono i lavori di raccolta, in un clima esacerbato e con molti francesi lasciati fuori dei cancelli. Durante il primo giorno di lavoro si registrarono alle saline del complesso di Peccais alcune schermaglie tra italiani e francesi, con questi ultimi che si produssero in azioni provocatorie.
L’episodio fu ingigantito da alcuni «trimards», disoccupati francesi molti dei quali senza fissa dimora, che giunti ad Aigues-Mortes sparsero la voce fasulla dell’uccisione di alcuni concittadini da parte degli italiani.
La caccia all’uomo in città
Nel giro di poche ore la tensione esplose. Un gruppo sempre più numeroso di abitanti, affiancato da lavoratori francesi e trimards, iniziò a dare la caccia agli italiani presenti in città.
Molti di loro riuscirono a rifugiarsi in un panificio del centro, ritenendo che le solide mura dell’edificio potessero proteggerli fino all’arrivo delle autorità. Ben presto, però, il forno fu circondato da una folla inferocita che prese a insultare gli assediati e a lanciare pietre contro porte e finestre. Alcuni cercarono di sfondare gli ingressi, mentre altri proposero di dare fuoco all’edificio per costringere gli italiani a uscire.
L’intervento della gendarmeria
Per diverse ore il panificio rimase sotto assedio. Soltanto il deciso intervento della gendarmeria riuscì a impedire che la folla incendiasse davvero l’immobile e a evitare un massacro immediato. Gli italiani furono quindi fatti uscire sotto scorta e trasferiti in un luogo ritenuto più sicuro, ma la situazione era ormai fuori controllo.
Le autorità disponevano di pochi uomini e non erano in grado di contenere una massa di centinaia di persone, sempre più eccitate dalle false notizie che continuavano a circolare.
Quando la situazione degenerò, il prefetto decise che gli italiani andavano rimpatriati, per cercare di calmare gli animi inferociti, che comprendevano ormai oltre ai provocatori «trimards» anche uomini e ragazzi, alcuni di questi non residenti ad Aigues-Mortes ma giunti in Camargue solo con intenzioni violente. Le autorità richiesero rinforzi anche all’esercito, che non giunsero mai in tempo per evitare il peggio.
La caccia all’uomo del 17 agosto e il bilancio della strage
All’alba del 17 agosto 1893, dopo una notte di tensione e violenze ad Aigues-Mortes, la situazione nelle saline di Peccais era ormai precipitata. Centinaia di persone si erano radunate nei pressi della città e chiedevano la punizione degli operai italiani, convinte dalla falsa notizia secondo cui, durante la rissa del giorno precedente, alcuni francesi sarebbero stati uccisi dagli immigrati.
Il tentato trasferimento alla stazione
Nelle saline, intanto, gli operai italiani erano terrorizzati. Molti avevano trascorso la notte nascosti tra i bacini di evaporazione, negli argini e nelle baracche dei cantieri.
La direzione delle saline e le autorità locali cercavano una soluzione per evitare uno scontro diretto: si decise di allontanare gli italiani dalla zona e portarli alla stazione ferroviaria di Aigues-Mortes, da dove avrebbero potuto lasciare la città.
Il trasferimento iniziò sotto la protezione di un piccolo contingente di gendarmi comandato dal capitano Cabley. Gli italiani furono raccolti in una colonna e fatti avanzare lungo le strade che attraversavano le saline.
La folla, però, li seguiva da vicino, urlando minacce e insulti. Il numero degli inseguitori cresceva continuamente: agli operai francesi si unirono abitanti dei dintorni, uomini armati di bastoni, pietre, coltelli e attrezzi utilizzati nei lavori delle saline.
L’aggressione al ponte di Charrois
Quando la colonna arrivò nei pressi del ponte di Charrois, la situazione sfuggì definitivamente al controllo. La folla riuscì a rompere il fragile schieramento dei gendarmi e si riversò sugli italiani. Alcuni operai tentarono di scappare attraverso le paludi, cercando rifugio tra i canali e gli argini delle saline; altri si gettarono nell’acqua per sfuggire agli inseguitori. Molti furono però raggiunti e colpiti.
La violenza proseguì per ore. Gli italiani vennero picchiati con bastoni e pietre, aggrediti con coltelli e, in alcuni casi, colpiti con armi da fuoco. Alcuni corpi furono ritrovati nei giorni successivi lungo i canali delle saline o nascosti nella vegetazione della palude di Camargue.
La caccia non riguardò soltanto gli uomini coinvolti nella rissa del giorno precedente, ma tutti gli italiani riconoscibili come «stranieri».
Il bilancio delle vittime
Un gruppo particolarmente numeroso di operai cercò di salvarsi rifugiandosi nella torre delle saline di Peccais, ma anche qui la folla arrivò minacciando di ucciderli. La situazione venne infine contenuta a fatica dall’intervento delle autorità, che riuscirono a evacuare i pochi superstiti.
I rinforzi militari richiesti nella notte arrivarono troppo tardi: quando i soldati raggiunsero Aigues-Mortes, la strage era già compiuta. Il bilancio ufficiale fu di otto morti accertati, oltre ad un disperso, e decine di feriti.
Le reazioni diplomatiche e la farsa del processo
In Italia l’eco della strage accese gli animi. I giornali riportarono largamente la notizia, alimentando la protesta antifrancese. A Roma, Genova e Napoli esplosero violente proteste. Nella capitale, la folla assalì la sede dell’ambasciata francese di Palazzo Farnese con lancio di sassi alle finestre.
L’incidente era diventato diplomatico, data la gravità dei fatti. Si stabilirà più avanti che lo Stato francese avrebbe risarcito le famiglie delle vittime, mentre il governo Italiano avrebbe pagato per i danni all’ambasciata.
L’assoluzione degli imputati ad Angoulême
Il processo per la strage si aprì ad Angoulême nel dicembre del 1893. Sui banchi circa 20 imputati per i reati più gravi, gli omicidi. Tra questi, soltanto uno era un cittadino di Aigues-Mortes. Tutti gli altri erano «trimards» vagabondi e spesso alcolisti. Il processo fu una farsa: tutti gli imputati furono assolti nonostante le testimonianze li inchiodassero alle proprie responsabilità.
Il verdetto fu condannato in molti casi dalla stampa estera, oltre che naturalmente dalla maggioranza dei giornali italiani, mentre quella francese se non difese apertamente le ragioni delle barbarie dei concittadini, quantomeno minimizzò con poche eccezioni.
Lo sdegno della stampa internazionale
Quella anglofona si espresse in favore delle vittime italiane, in particolare con gli articoli del «New York Times», che titolò sul massacro «Ugly Onslaught on Italian Workmen» (Orribile massacro di lavoratori italiani), sottolineando poi anche i risvolti geopolitici della strage: «France Will Have To Answer; Massacre of Italians Interests the Peace Triangle» (La Francia dovrà rispondere: il massacro degli italiani avrà conseguenze sulla Triplice).
Nel Regno Unito lo sdegno fu rappresentato dal giornale «The Graphic», che nell’articolo dedicato alla sentenza titolato «A dangerous folly» (Una follia pericolosa) condannava la leggerezza dei giudici francesi nel coprire la brutalità dell’attacco contro i lavoratori italiani.
«Sulla colpevolezza di ognuno di loro, sia francesi che italiani, non c’era alcun dubbio e nessuno fu stupito dal verdetto più dei rivoltosi stessi. Ma poiché la maggior parte delle vittime della rivolta dello scorso agosto erano italiani, la giuria ha ritenuto di dover mostrare il proprio patriottismo, dichiarando in pratica che per un operaio francese uccidere un concorrente italiano non è un reato».
Le conseguenze storiche e politiche
La tensione tra Francia e Italia in seguito alla sentenza fu altissima e contribuì a saldare i sentimenti antifrancesi tra correnti politiche opposte in Italia: nazionalisti, socialisti e anarchici che, pur con idee diverse, vedevano nell’attacco agli italiani un motivo di sdegno.
Anche se non vi sono legami diretti con la strage di Aigues-Mortes, il 24 giugno 1894 l’anarchico italiano Santi Caserio accoltellò a morte il presidente francese Marie Françoise Sadi Carnot.
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