filippo gangi cold case

Scomparso il 2 novembre 1968 a soli cinque anni e ritrovato morto nove giorni dopo in un orto a un chilometro da casa, Filippo Gangi fu al centro di una delle pagine di cronaca nera più inquietanti del Milanese. Tra piste contrastanti, testimoni, lettere anonime e indagini a vuoto, la sua morte è ancora senza una spiegazione.

Era sabato 2 novembre 1968 a Buccinasco, hinterland a Sud-Ovest di Milano. Una giornata uggiosa, bagnata da una sottile pioggia. Circa alle 15:00 dal portoncino della casetta di due piani di via Gorizia 10, usciva un bimbo di 5 anni, Filippo Gangi. Secondogenito di operai immigrati dalla Sicilia, il piccolo si dirigeva verso la casa del cuginetto Domenico, che abitava a pochi isolati da lui in piazza Fratelli Cervi nel vicino comune di Corsico.

Meno di un’ora più tardi, il piccolo tornava a casa dalla mamma Adele, sporco di fango. Dopo essere stato cambiato, Filippo usciva nuovamente di casa. I suoi genitori non lo vedranno mai più.

La prima testimonianza, raccolta dai Carabinieri di Corsico dopo che i genitori avevano lanciato l’allarme, venne da un ragazzino di 10 anni vicino di casa di Domenico. Alle 17:00 circa, avrebbe visto il piccolo Filippo dirigersi verso un sito industriale assieme ad altri bambini, la cava Gaslini, oppure verso un altro specchio d’acqua, la cava Ronchetti, dove i bambini raccoglievano gli scarti di una cartiera per costruire cerbottane.

Alle prime testimonianze si aggiunse la voce del fratello maggiore di Filippo, Vito, che riferì di essere stato avvicinato pochi giorni prima da «uno zoppo» che cercava di attirarlo offrendogli soldi, quindi quella di un cittadino di Corsico che avrebbe visto presso la cava Ronchetti un gruppo di bimbi attorno ad una macchina e che pochi minuti prima un automobilista gli avrebbe chiesto indicazioni su come raggiungerla.

Mentre i Carabinieri raccoglievano le prime confuse informazioni, giungevano a Buccinasco le unità cinofile e i sommozzatori da Genova. Ma nelle acque limacciose delle cave, scandagliate centimetro per centimetro, nessuna traccia del bambino.

Nelle ore in cui i cani e i sub proseguivano nell’opera incessante di ricerca e le cronache dei giornali si riempivano delle notizie sulla scomparsa del piccolo Filippo, le ipotesi di rapimento da parte di un ipotetico «maniaco» si facevano sempre più insistenti, alimentate anche dalla testimonianza del preside delle medie di Buccinasco che segnalò la presenza negli ultimi giorni di un non ben definito figuro che avrebbe cercato di attirare i bambini a bordo della sua Fiat «850».

Il 7 novembre a casa dei genitori del piccolo venne recapitata anche una lettera anonima, che invitava i coniugi Gangi ad «apparire in televisione, se volevano che il loro bimbo smettesse di piangere».

Nei giorni successivi, oltre 200 uomini perquisivano casa per casa le vie della zona, senza risultato. Carabinieri e Polizia arrivavano fino ai confini con Abbiategrasso ed facevano irruzione negli accampamenti rom presenti nell’area. Un altro testimone si aggiunse in quelle drammatiche ore, dicendosi certo di avere visto Filippo scendere da un autobus proveniente da fuori Milano, trascinato verso un tram diretto in città da una donna di mezza età.

Tutte le piste furono considerate valide, persino quella di una chiromante di Corsico che fu interpellata dal nonno di Filippo nel disperato tentativo di avere notizie del nipotino. Inizialmente indiziata di essere stata l’autrice della lettera anonima, sarà rilasciata dopo interrogatorio.

Alle 10:30 dell’11 novembre 1968 il corpo del piccolo Filippo Gangi veniva ritrovato per caso da un manovale in un orto in via Visconti di Modrone, a circa un chilometro dall’abitazione di via Gorizia. Il bambino giaceva in una buca colma di acqua, con due bastoni di legno stretti intorno al collo spezzato. La giacca gettata in un bidone poco distante, la manina che stringeva un grosso peperone.

Le speranze di trovare in vita il bimbo, alimentate dall’ipotesi del rapimento, svanivano così in un piccolo lotto di terra tra i palazzoni di periferia. L’eco mediatica fu altissima, per lo choc dovuto alla morte di un piccolo innocente. Ma le indagini proseguirono nei mesi successivi, portando con sé nuove ipotesi e nuovi indiziati. Non fu esclusa la pista del gioco tra bimbi finito tragicamente, compatibile con i risultati dell’autopsia: nessun segno oltre alla frattura di una vertebra cervicale, rivelatasi fatale.

Un’altra pista, completamente diversa dalle precedenti, prese corpo dopo l’ipotesi del gioco e quella del maniaco. Si ipotizzò che ad uccidere il piccolo Filippo (forse accidentalmente) fosse stato un pirata della strada in sella ad uno scooter, che poi avrebbe nascosto il corpicino nell’orto. Questa possibilità fu supportata dalla testimonianza di un ragazzino di Buccinasco, Nevio Malavasi, che sostenne di avere visto Filippo con altri bambini poco dopo le 17 a bordo strada. Vicino a loro, un uomo in scooter.

Quindi, dichiarò di avere visto Filippo allontanarsi con gli altri tenendosi una mano sulla testa. Anche questa pista finirà su un binario morto, mentre i pezzi di cronaca sui giornali diventavano sempre più corti, sempre più radi. L’ultimo è datato luglio 1970, un anno e mezzo dopo il ritrovamento del corpo del piccolo. Dopo gli interrogatori di «balordi», nomadi e ragazzini, tutti finiti contro un muro di omertà, riprendeva vigore l’ipotesi della morte accidentale causata da un coetaneo, coperto da un genitore complice che avrebbe occultato il cadavere nel pozzetto dell’orto. Poi il silenzio calò come la nebbia di quella serata uggiosa del 2 novembre 1968.

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