All’inizio degli anni Trenta, la crisi economica e la fine della grande bonifica lasciarono il Ferrarese alle prese con disoccupazione e sovraffollamento. La risposta del governo fascista fu quella di spingere centinaia di famiglie verso nuove «terre da redimere». Tra queste la Nurra, dove dal 1934 i ferraresi affrontarono malaria, paludi e isolamento per trasformare una terra selvaggia. Nel dopoguerra furono raggiunti dagli esuli giuliano-dalmati, che si insediarono a Fertilia.
Dalla bonifica del Ferrarese alla colonizzazione della Nurra
Nel Ferrarese, all’inizio degli anni Trenta, la spinta delle opere di bonifica iniziate alla fine del secolo precedente si era esaurita con il termine dei lavori. Il risultato fu un marcato sovraffollamento e un tasso di disoccupazione, aggravato dalla crisi del 1929, sui quali il governo fascista si decise ad intervenire per evitare il riaccendersi delle forti tensioni sociali che avevano caratterizzato il decennio precedente in quelle terre culla del socialismo agrario, nonché feudo di Italo Balbo.
La soluzione immediata fu il proseguimento delle opere di bonifica in altre regioni italiane, la più nota quella dell’Agro Pontino iniziata nel 1926 e durata poco più di un decennio, alla quale presero parte diverse famiglie contadine ferraresi.
Tra le altre «terre da redimere» che il governo Mussolini individuò all’alba degli anni Trenta vi era una vasta area della Sardegna settentrionale, la Nurra, compresa tra il golfo di Alghero e quello dell’Asinara.
Dalla via Emilia all’Ovest: la battaglia dei ferraresi per la terra
Una terra selvaggia e spopolata, caratterizzata da sterili paludi infestate dalla malaria, da rendere fertili con la prospettiva di grandi fatiche. L’obiettivo con cui il Ministero dell’Agricoltura si mosse verso la colonizzazione della zona dell’isola fu quello di alleviare la disoccupazione endemica, redistribuendo la forza lavoro (anche forzatamente) in terre improduttive, applicando la formula della assegnazione di piccole proprietà in regime di mezzadria con lo Stato, che avrebbe provveduto a immettere sul mercato i prodotti non assorbiti dalle famiglie contadine.
Allo scopo, il 7 ottobre 1933, un decreto istituiva L’Ente Ferrarese di Colonizzazione, che avrebbe raccolto la manodopera tramite liste di famiglie designate per l’emigrazione in Sardegna.
Assieme all’Opera Nazionale Combattenti, l’Ente avrebbe fornito le abitazioni (piccoli poderi dotati di stalla), le infrastrutture e i mezzi per rendere fertile la zona selvaggia della Nurra.
La divisione delle colture e dell’allevamento era già stata stabilita dagli agronomi: tutti i poderi, di circa 50-60 ettari l’uno, dovevano coltivare obbligatoriamente cereali contemporaneamente all’allevamento di bestiame. La zona occidentale della Nurra sarebbe stata dedicata alla coltura della vite.
I primi ferraresi arrivano in Sardegna nel 1934
I primi ferraresi partirono per la Sardegna nel 1934, quando ancora la zona da colonizzare era un acquitrino e le casette ancora da costruire, come le strade e i canali.
Ancora la Nurra era coperta in parte dalla macchia mediterranea e la malaria era costantemente in agguato. Furono temporaneamente alloggiati in un casermone di Alghero, che diventò una specie di comune, isolata dagli abitanti sardi della cittadina, che guardavano con sospetto se non con ostilità a quegli uomini e a quelle donne sbarcate dal mare, che parlavano un dialetto incomprensibile.
Per mesi i nuovi coloni giunti dal Continente furono impegnati nei lavori di drenaggio idraulico delle paludi, intervento di cui erano esperti grazie alla precedente bonifica del Polesine.
Principalmente si trattò di ridisegnare l’idrografia tramite scavo di canali e scolmatori, che fecero defluire le acque paludose nel vicino Rio Mannu o direttamente in mare.
Paludi, malaria e difficoltà: la dura conquista della Nurra
I primi anni furono durissimi per i coloni emiliani. La mancanza di servizi, una terra inizialmente ingenerosa e le difficoltà di integrazione con i sardi (che ad esempio consideravano le ferraresi donne dai facili costumi per il solo fatto che usassero le biciclette, sconosciute agli autoctoni) fecero desistere alcuni dei primi nuclei familiari.
In 4 anni si giunse a bonificare e coltivare appena 8.000 ettari di terreno, sui 20-25.000 inizialmente previsti, data l’estrema difficoltà di domare un terreno così aspro e ostile.
Lo stesso, l’Ente di bonifica proseguì nell’opera, culminata con la posa della prima pietra della cittadina di Fertilia, celebrata da Mussolini l’8 marzo 1936, al culmine del consenso nazionale per il regime.
Concepita in puro stile razionalista, il centro urbano era destinato a raccogliere tutti i servizi per i lavoratori della terra: scuole, ospedale, poste, uffici amministrativi ed esercizi.
Fertilia, la guerra e l’isolamento dei coloni ferraresi
Il precipitare degli eventi mondiali impedì tuttavia il completamento di Fertilia, che per anni rimarrà sostanzialmente spopolata.
La guerra bloccò anche le opere di bonifica e significò per la Sardegna un periodo di isolamento per l’interruzione dei trasporti via mare. I ferraresi, circa 600 attorno al 1940, rimasero quasi tutti isolati.
Solo poche famiglie riuscirono a tornare nelle terre d’origine. Gli altri dovettero sopportare una economia di sussistenza ai limiti della fame.
Per di più, Alghero e Fertilia divennero un obiettivo importante per i bombardieri alleati, che già il 17 maggio 1943 colpirono violentemente il centro di Alghero, radendo al suolo più di 500 case e causando la morte di 100 abitanti.
I campi della Nurra furono colpiti dalle bombe angloamericane in più occasioni, data l’estrema vicinanza dell’aeroporto militare di Fertilia utilizzato dalla caccia italiana e dalla Luftwaffe.
Nel settembre dello stesso anno, la Sardegna fu occupata dagli Alleati. Per i ferraresi e per tutte le famiglie della zona, tuttavia, si prospettavano mesi terribili.
L’unica nota positiva portata dalla guerra alla zona della Nurra fu il DDT, che gli americani introdussero per sconfiggere definitivamente la secolare piaga della malaria.
Dal dopoguerra alla rinascita di Fertilia con ferraresi e giuliano-dalmati
Il dopoguerra, se possibile, fu anche più duro degli anni del conflitto. Rivolte per il pane scoppiarono dal 1945 nell’algherese, mentre le terre martoriate di una bonifica rimasta a metà faticavano a fornire la sussistenza ai coloni ferraresi della Nurra.
La svolta avvenne con il Piano Marshall e la successiva riforma agraria promossa dal governo De Gasperi e dal ministro dell’Agricoltura Antonio Segni, sardo.
La nascita dell’Etfas (Ente per la Trasformazione Fondiaria e Agraria in Sardegna) significò la redistribuzione delle terre e la piena proprietà, eliminando la mezzadria del ventennio.
I fondi americani permisero di introdurre la meccanizzazione e di riprendere le opere idrauliche interrotte dalla guerra.
Dal 1947 un altro esodo interessò la Nurra: quello degli esuli giuliano-dalmati, che si affiancarono ai ferraresi nella nuova «conquista delle terre» perse nella diaspora.
Furono i nuovi coloni a far rivivere Fertilia, incompleta e resa una città fantasma dalla guerra.
Con l’aiuto delle istituzioni, nacquero i servizi e le infrastrutture di cui beneficiarono tutti: sardi, ferraresi e giuliani.
Questi ultimi elessero Fertilia come fulcro della propria identità, usando i toponimi della Venezia-giulia e dell’Istria per i nomi delle vie.
Oggi rimangono gli echi di quella durissima conquista nelle tradizioni e nelle associazioni dei due gruppi di coloni, anche se il tempo ha mescolato le famiglie con quelle sarde.
Ma nell’idioma locale, rimangono i segni di quattro lingue: l’antico catalano, il sardo logudorese e, naturalmente, il ferrarese ed il giuliano.
Per chi volesse approfondire la storia dei ferraresi e dei giuliano-dalmati in Sardegna, è attualmente in corso la mostra «Fertilia 90» per celebrare i 90 anni dalla fondazione della città. Organizzata dal Comune di Alghero e dall’Ecomuseo Egea, è visitabile anche online a questo LINK.