A vent’anni esatti dalla morte di Oriana Fallaci è forse possibile fare piazza pulita degli opposti estremismi. La demonizzazione feroce a cui la sinistra la sottopose quando l’indomabile toscana si dimostrò totalmente irriducibile al racconto addomesticato, buono per le feste di partito, è sfociata ormai da tempo in una sorta di amnesia collettiva.
L’odio e la cancellazione da parte della sinistra
Dopo averla rabbiosamente e orgogliosamente odiata per ciò che scrisse dopo l’11 settembre, dopo averla crocifissa per lo psicoreato di lesa ortodossia, da qualche anno i progressisti hanno deciso di cancellarne quella parte di memoria che non fa comodo, e di concentrarsi sulla celebrazione dei suoi aspetti più potabili: l’indipendenza femminile, il coraggio, l’avventurosità ribelle.
Ormai a sinistra arrivano a ricordarla senza timori e pudori, firmano prefazioni ai suoi libri, scrivono film e biografie. Tutto è perdonato, o quasi…
La destra, dal canto suo, è in parte riuscita a metabolizzarne la logica talvolta eccessivamente binaria, a comprendere che l’invettiva ha uno spazio e un tempo, e poi può lasciare il posto anche a una più complessa analisi. Vent’anni possono bastare per evitare le santificazioni banali che probabilmente lei stessa non avrebbe poi tanto apprezzato e ovviamente per levare di mezzo l’astio senza quartiere.
A questo punto, politicamente, che cosa resta? Può darsi che l’eredità più grande e migliore dell’Oriana vada molto oltre le scontate riflessioni sulla sua capacità di scrittura e narrazione, sulla sua tempra e sfacciataggine. Robe, queste, buone per le icone votive che non si addicono al personaggio.
Chiaro: la Fallaci rimane anche per quelle sue qualità, come no. Ma oggi a sembrarci più viva e attuale è la sua capacità di anticipazione. E non perché abbia predetto uno scontro di civiltà che in fondo non si è del tutto realizzato, o che si è realizzato in maniera più intricata di quanto lei avesse in effetti immaginato. Oriana è stata preveggente anche negli errori, ed è stata soprattutto capace di annichilire ogni steccato in maniera clamorosa, favolosa.
Oriana Fallaci e gli albori del wokismo
È stata tra le prime a finire vittima – più o meno nello stesso periodo di Michel Houellebecq – di una cultura woke ancora allo stato embrionale. Aveva tradito: da donna di sinistra esprimeva posizioni considerate di destra (e che di destra in realtà non sono mai state), e il tribunale dell’Inquisizione liberal l’ha condannata alla pena capitale. Nemmeno quando sfiorò il tema dell’aborto si attirò tanta bestialità.
Oggi è piuttosto lunga la sfilza di autori a cui è capitato qualcosa di simile. Con lei si aprirono le danze. Da venerata maestra divenne la stronza su cui infierire, quella che si poteva deridere perché «vecchia e brutta», che si poteva satireggiare anche tirandone in ballo la malattia.
La Fallaci ci mostrò in anticipo il vero cancro dell’Occidente: la falsa debolezza suicida, l’odio per chi non si conforma e sbriciola la correttezza politica. Più o meno volontariamente, ci ha mostrato il male e anche la cura. Il suo scambio di opinioni – anche brutali – con Tiziano Terzani è ancora adesso un esempio memorabile di confronto di idee, di scambio diretto e senza censura: l’Europa intellettuale al suo meglio.
E ancora la sua capacità, la sua tigna nel resistere alle accuse e agli attacchi violenti. Quelli che si sono messi ordinatamente in coda per cantare il presunto anticonformismo di Emma Bonino dovrebbero ripercorrere la storia fallaciana e ricalibrare i giudizi.
Perché Oriana Fallaci fu una visionaria
Oriana fece, di nuovo in anticipo, ciò che oggi fanno intellettuali e leader politici di mezza Europa. Arrivando da una storia laica e progressista, come si diceva, divenne profondamente critica dell’immigrazione di massa, anzi si può dire che lo diventò proprio perché laica e progressista.
Oggi lo fanno le donne che guidano la sinistra in Danimarca e Svezia, lo fanno autori e intellettuali con pedigree. Lo fanno persino certe femministe.
A tale riguardo, proprio nei giorni dell’anniversario di Oriana appare una vicenda – rilanciata in Italia guarda caso da Feministpost – che ha uno splendido profumo di Fallaci.
A Piddington, paesino dell’Oxfordshire in Gran Bretagna, un gruppo composto da sole donne (133 per l’esattezza) ha deciso qualche giorno fa di esporsi contro l’immigrazione. Il ministero dell’Interno britannico ha annunciato l’intenzione di spedire 1.256 stranieri maschi presso la base militare di Bicester, a poca distanza dalla cittadina in cui le signore risiedono.
Ecco che le donne si sono organizzate e hanno inviato una lettera a tutte le deputate del Parlamento in cui si legge: «In quanto donne, comprenderete i gravi rischi a cui questo ci esporrà. La nostra sicurezza, la nostra incolumità e le nostre libertà saranno minacciate. La vita come la conosciamo sarà distrutta. Non ci sentiremo sicuri a camminare per le nostre strade. Viviamo già nella paura».
Non sono militanti di destra a scrivere queste parole, ma donne comuni, costrette a fare i conti con una amara realtà.
La previsione del suicidio dell’Occidente
Ecco, la Fallaci scrisse e agì come una delle donne di Piddington. Oppure le donne di Piddington fanno ciò che fece Oriana. Affezionate al loro modo di vivere, mettono in guardia su ciò che potrebbe accadere di disastroso in nome del multiculturalismo.
Né più né meno, la Fallaci mandò oltre vent’anni fa lo stesso messaggio: attenti, perché qui finisce male. Lo scrisse con rabbia, ma non solo, e aveva ragione da vendere. Ora le donne di Piddington lo ripetono, e sembra che le istituzioni le ignorino.
Non c’è storia migliore per dimostrare l’attualità dell’Oriana, anche con tutti i limiti e gli errori che le si possono onestamente ascrivere. Vent’anni dopo la sua morte, ci sono ancora fin troppi motivi per covare la stessa rabbia che lei fece esplodere.
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