Quelle amnesie di Amato e le bombe palestinesi che nessuno osa ricordare
Giuliano amato (Ansa)

Due lettere del 2000, firmate Jacques Chirac e Bill Clinton, smentiscono la leggenda del muro francese su Ustica. E oggi lo ammette anche la Procura di Roma. Giuliano Amato ricorda benissimo le cose che non sono accadute.

Le dichiarazioni di Amato su Ustica

Nel settembre 2023 raccontò a Repubblica che il Dc9 Itavia era stato abbattuto da un missile francese diretto a Gheddafi. Delle lettere scritte da presidente del Consiglio a Chirac e a Clinton disse: «Ne ebbi risposte gentilissime che mi rimettevano agli organi competenti. Ma più tardi non avrei saputo nulla. Silenzio totale».

Il 29 settembre, a Urbino, ha ripetuto che la tesi del missile era la più accreditata «per i dubbi che i francesi avevano lasciato». Ora che Parigi offre le sue carte, commenta con garbo: «Mi hanno dato retta, si sono decisi».

La risposta di Jacques Chirac nel 2000

Leggiamole, allora, quelle «risposte gentilissime». Parigi, 27 settembre 2000. Jacques Chirac scrive ad Amato, che gli ha posto la questione il 19 settembre e gli ha mandato una lettera il 16 giugno. Non è un biglietto, è un inventario.

Quattordici commissioni rogatorie, cioè richieste formali di atti da un giudice a uno Stato straniero, sono arrivate dall’Italia fra il 6 luglio 1990 e il 18 dicembre 1997. Tutte hanno ricevuto risposta, trasmessa al magistrato che le aveva chieste. L’ultima trasmissione è del 29 gennaio 1999. «Pertanto tutte le Commissioni rogatorie sono state eseguite». Chirac aggiunge che la Francia è pronta a una «cooperazione piena e intera» e indica la strada: nuove domande, in base alla Convenzione europea di assistenza giudiziaria del 1959.

La risposta di Bill Clinton e la Procura di Roma

Washington, 24 ottobre 2000. Bill Clinton scrive al «caro Giuliano». Gli Stati Uniti hanno dato «risposta a tutte le richieste provenienti dai magistrati italiani» e fornito ogni informazione utile. Poi l’affermazione più impegnativa che un capo di Stato possa mettere per iscritto: «Nessun coinvolgimento americano, di nessun tipo». Nessuno lo obbligava a scriverlo: lo scrisse. Per le questioni rimaste aperte rinvia al trattato di mutua assistenza legale fra i due Paesi.

Altro che rinvio agli «organi competenti»: sono due capi di Stato che rispondono per iscritto, con numeri, date e procedure. Amato può non crederci; non può dire che tacquero. Carlo Giovanardi, da ministro, lesse quelle lettere in Parlamento: «Dire che non ci fu risposta è semplicemente falso».

C’è di più: la smentita è arrivata oggi dall’aula. Ieri mattina il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, ha ritirato davanti al gip la richiesta di archiviazione. Lo ha motivato così: la Francia si è detta disponibile a «riaccendere la cooperazione che c’era stata negli anni passati» (Resto del Carlino). Riaccendere. Si riaccende solo ciò che è stato acceso. Le carte francesi vanno dal 1981 al 1994 e riguardano anche le vecchie rogatorie partite da Roma, cioè quelle che Chirac dichiarava eseguite.

Il mito del silenzio di Parigi

Eppure lo stesso giornale dà voce alla leggenda con l’intervista allo scrittore Giovanni Fasanella: la collaborazione francese sarebbe stata «finora sempre negata», e al «90%» i morti di Ustica sarebbero «vittime collaterali» di una guerra fra alleati per uccidere Gheddafi. Il 90% non è una prova, è un numero messo lì, che suona benissimo e non vorrebbe dire niente neanche se fosse dimostrato. E se Parigi avesse taciuto per 46 anni, che cosa avrebbe appena «riacceso» il procuratore Lo Voi?

Le prove le aveva messe in fila Paolo Guzzanti nel 1999, con il libro Ustica. Verità svelata (Bietti), un anno prima delle lettere. Il tenente colonnello Guglielmo Lippolis, il primo a ispezionare il mare della strage, vide i cadaveri legati ai sedili, con la plastica fusa sulla pelle, bruciati di più quanto più sedevano vicino al punto dello scoppio. Il fisico inglese Frank Taylor, l’uomo che aveva risolto Lockerbie, indicò un ordigno nella toilette. In aula Lippolis fu zittito e Taylor ricusato: la «grande fabbricazione del genere cospirativo anti-americano», come la chiama Guzzanti, non tollerava testimoni.

Le perizie tecniche e la pista del lodo Moro

La Cassazione penale ha poi assolto i generali, e la perizia Misiti, firmata all’unanimità da undici periti internazionali, concluse per la bomba. Da Beirut, dopo il sequestro dei missili palestinesi a Ortona, erano arrivate minacce precise: era il tempo del lodo Moro.

La tesi del missile francese si regge su un solo pilastro: il silenzio di Parigi. Le lettere dimostrano che quel silenzio non ci fu. Se la Francia ha mentito, lo si dimostri con le carte che stanno arrivando. Ma chi per 23 anni ha avuto nel cassetto due risposte firmate, con 14 rogatorie eseguite, e ha raccontato agli italiani di un «silenzio totale», non ha titolo per dire oggi: «Mi hanno dato retta». Nessuno gli doveva dare retta: bastava che rileggesse la sua posta.

Ripeto la domanda che faccio da anni. Perché amiamo tanto i palestinesi che hanno con grandissimo entusiasmo massacrato la nostra gente e insanguinato il nostro Paese? C’è qualche altro «lodo» di cui non siamo informati?

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