2026-05-28
Dimmi La Verità | Marco Pellegrini (M5s): «Non dimentichiamo Piazza della Loggia e Ustica»
Ecco #DimmiLaVerità del 28 maggio 2026. Con il deputato del M5s Marco Pellegrini parliamo delle stragi di Piazza della Loggia e Ustica.
Ecco #DimmiLaVerità del 28 maggio 2026. Con il deputato del M5s Marco Pellegrini parliamo delle stragi di Piazza della Loggia e Ustica.
È determinato ad andare fino in fondo. La sua voce tradisce a tratti anche un po’ di agitazione. Domani torna in tv, domani torna in Rai. Le anticipazioni di quello che farà vedere al pubblico hanno già fatto molto rumore. «E c’è molto di più di quel che avete già visto e letto», assicura alla Verità.
Su Rai 3, alle 21,20, martedì sera Massimo Giletti conduce Ustica, una breccia nel muro, una puntata speciale sui misteri della tragedia dell’aereo DC 9 dell’Itavia, precipitato il 27 giugno 1980 nel mar Tirreno meridionale con 81 passeggeri, di cui 13 bambini. Una delle tesi circolate negli anni è che l’aereo fu abbattuto da un missile francese. Ieri l’anticipazione: domani su Rai 3 andranno in onda le affermazioni registrate da Giletti di un ex addetto militare dell’ambasciata francese a Roma alla fine degli anni Ottanta, un uomo dei servizi. Dice che gli fu ordinato di non consegnare agli italiani i tracciati radar della base di Solenzara in Corsica e che quindi all’Italia non sono mai arrivate alcune informazioni. Mentì: gli fu detto di riferire che il radar era in manutenzione. L’intervista si è svolta in Francia, dove il giornalista ci racconta di aver cercato a lungo lo 007 francese.
Ci dobbiamo aspettare altri colpi clamorosi dalla sua inchiesta?
«Quel che ancora nessuno sa è che spero di poter far ascoltare la testimonianza di un uomo dell’Aeronautica che sarà decisiva. Sarò in diretta, e fino all’ultimo non so ancora che cosa accadrà, ma è un uomo che sono convinto possa decidere di mantenere la sua parola. Certo, il tema è delicato e tragico».
Che cosa si aspetta accadrà, dal giorno dopo le rivelazioni?
«Chiederemo ai politici di aprire un cassetto in cui c’è un documento segretissimo di cui siamo venuti a conoscenza. Sono tre mesi che lavoro a questo speciale perché se c’è una cosa che non mi è mai piaciuta è che sulle stragi italiane non si sia mai raggiunta una verità».
Le sentenze su Ustica però ci sono.
«A Boston un secolo fa giustiziarono sulla sedia elettrica gli italiani Ferdinando Sacco e Bartolomeo Vanzetti con una sentenza totalmente falsa. C’è ancora libertà di indagare su questa vicenda, nonostante le sentenze».
Maurizio Gasparri e Carlo Giovanardi si sono rivolti ai vertici Rai ancor prima delle anticipazioni: il servizio pubblico, dicono, non può fare da megafono di tesi infondate.
«Non amo le critiche preventive. Sono tornato a fare un’inchiesta, ed è il mio modo di vivere la televisione. Sono un eretico che cerca la verità. Proporremo al pubblico le verità di alcune persone in cui mi sono imbattuto e che su una vicenda dai contorni inquietanti hanno qualcosa da dire».
Perché hanno deciso di parlare ora, con lei?
«Sarà che hanno trovato una sintonia, che credono nell’idea del programma… Non è la prima volta che mi accade in carriera. Sono uno che va a incontrare le persone, le corteggio, creo un rapporto».
Torna in Rai, ed è la seconda volta nel 2024 dopo lo show per i 70 anni dell’azienda. Come l’hanno accolta?
«Quella serata di febbraio è stata un grande successo. Questa volta ci torno con un piccolo e agguerrito gruppo di lavoro, dimostrando anche che è ancora possibile lavorare con una produzione interna. Ho ritrovato Gabriella Oberti, con cui iniziai la carriera a Mixer con Giovanni Minoli, ora capostruttura della direzione Approfondimento».
Meno di un mese alla presentazione dei palinsesti, si parla di un suo nuovo programma da più di sei mesi… ci svela finalmente qualcosa?
«Facciamo che varchiamo il mare di Ustica e poi si vede. Sono giorni difficili perché io non do mai niente per scontato».
Ma il programma ci sarà?
«Quando lo vedremo in onda sarà ufficiale. Per ora sorrido e ci credo».
Sarà un talk show?
«A 62 anni non posso rinunciare a fare inchieste. Ce n’è bisogno, e il successo di programmi come Report lo dimostra. L’importante è che non siano mai ideologiche e non mirate a colpire una precisa area politica. Questo è il mio mestiere, voglio continuare a farlo e quel che mi è successo mi ha dato il coraggio per andare avanti, fare giornalismo seriamente e non girare la testa dall’altra parte».
La Cassazione ha confermato la decisione del tribunale di Firenze sugli arresti domiciliari per Salvatore Baiardo per la calunnia ai suoi danni per la presunta foto di Berlusconi con il boss Giuseppe Graviano.
«Guardi, io su questa vicenda ho parlato il meno possibile in due anni e ho lasciato fare il loro lavoro ai giudici. L’unica cosa che citerò è l’intercettazione della Direzione investigativa antimafia di una telefonata del dottor Marcello Dell’Utri all’ufficio legale di Mediaset (in realtà si tratta di Fininvest, ndr). Diceva che il mio programma avrebbe potuto influenzare il lavoro della magistratura in vista del processo. Ci definiva delinquenti. Basta questo per dimostrare quanto fossi ritenuto scomodo. Il resto sono chiacchiere».
Nel corso delle indagini sui presunti mandanti delle stragi, la hanno intercettata con un trojan nel cellulare, senza che fosse indagato.
«Ecco, questo è un fatto a mio parere gravissimo. E la cosa più spiacevole è stato il silenzio dell’Ordine dei giornalisti su questa vicenda. Mai mezza parola per difendermi».
Essere stato intercettato l’ha fatta sentire meno libero? Meno al sicuro?
«Vivo sotto scorta da anni, e so che al telefono può sempre succedere qualcosa. È faticoso, fa parte del meccanismo, non ci si può fare granché. Negli ultimi anni un bel po’ di cose sono successe. Occorre essere forti. Certo, se spariscono tutti… la sofferenza c’è».
Chi è sparito?
«Faccio prima a dirle chi è rimasto. Non dimenticherò mai Michele Santoro che da Lilli Gruber su La7 disse che era inutile parlare di libertà di stampa in Russia mentre chiudevano Non è l’Arena senza apparente motivazione. E non dimentico l’articolo scritto da Francesca Fagnani per sostenermi. Sono stati gli unici che hanno avuto il coraggio di esporsi».
Pensa che attraverso la penna della Fagnani sia arrivata anche la solidarietà del suo compagno?
«Con Enrico Mentana ho sempre avuto un rapporto solido, che questa vicenda non ha incrinato. A differenza di quello con altri dirigenti di La7».
Cosa le piace guardare in tv?
«Trovo straordinaria la bravura di Maria De Filippi».
Giletti che guarda cantanti e ballerini di Amici?
«Ma pure Uomini e donne: dal punto di vista sociologico è di estremo interesse. Non dimentico che Maurizio Costanzo è stato il re dell’alto e del basso, ne ha fatto una scuola. Mi piace poi il sorriso di Gerry Scotti, l’ironia di Piero Chiambretti. Al di là dei soliti noti… come Fiorello, ovvio».
Siete amici?
«Si professano tutti suoi amici, io non oso ma non dimentico di quando finì l’esperienza in Rai: aprì la sua “edicola” solo per me, per dire che era una vergogna».
Dicono lei sia caratteriale.
«Sono diretto, senza filtri. Pretendo moltissimo da me stesso, e chi sta con me deve stare al passo. Nessuno è perfetto e sono il primo a non esserlo, ma il lavoro è una cosa molto seria. Me l’ha insegnato Minoli».
Iniziò con lui.
«L’ho incontrato la settimana scorsa nei corridoi di viale Mazzini, ci siamo abbracciati a lungo davanti alla stessa porta a cui feci la posta per un anno intero, per potergli parlare e farmi assumere, da giovanissimo».
Quanti anni aveva?
«Venticinque, forse ventisei».
E il fuoco sacro del giornalismo?
«A dire il vero dopo la laurea in Giurisprudenza a Torino ed esperienze di studi e ricerca all’estero avevo un solo interesse: tornare a casa da mio padre e lavorare nella sua fabbrica tessile fondata dal bisnonno Pier Anselmo nel 1884».
Perché questo suo desiderio?
«Perché la prima volta che sono entrato in stabilimento avevo 8 anni e avvitavo bulloni per qualche ora in officina. Adoravo il profumo dei filati, dell’azienda. Ma il rapporto con mio padre Emilio si incrinò, non fu semplicissimo, e allora l’idea della televisione nacque all’improvviso, come un atto di ribellione anarchica. Non potendo fare quel che volevo, avrei cercato di fare quello che mi piaceva. E quel che mi piaceva era guardare Minoli in tv».
Ci mise molto però a convincerlo.
«Sì, tra appuntamenti disdetti e altri durati pochi minuti, mi mise alla prova per vedere se fossi davvero intenzionato e non un figlio di papà viziato».
L’azienda c’è ancora?
«La portano avanti i miei fratelli, sì».
Sento nostalgia nella voce?
«La nostalgia c’è sempre. Per i primi anni in Rai, in agosto tornavo in fabbrica e facevo di tutto perché il personale lavorava a ritmo ridotto. Spaccavo chili di balle di cotone, inscatolavo le rocche… un lavoro massacrante, una scuola di vita pazzesca».
Con gli anni è diventato più cinico?
«No, altrimenti avrei appeso la telecamera al muro. Le emozioni sono importanti. Lavorare in Rai in questi mesi è stato tornare a casa, perché io sono cresciuto qui. Ma anche La7 mi ha dato molto: guardo sempre al lato migliore delle cose».
Non è finita bene.
«Lo dico lo stesso, anche se Urbano Cairo mi ha ferito perché pensavo avessimo un rapporto fraterno. Nel mio cuore, avevo una visione molto positiva di lui, e in realtà quella resta. Un giorno spero mi vorrà dire la verità. L’odio o il rancore non mi appartengono, ho valori cristiani e senza la capacità di perdonare sarebbe inutile andare a messa tutte le domeniche».
Ha già perdonato?
«Verrà il momento in cui saremo io e lui e mi racconterà cosa è davvero successo. Un sospetto ce l’ho, anzi una certezza. Ma non gliela dico».
Dopo Ustica, altre confuse bordate all’esecutivo. «Repubblica» rilancia le tesi del Dottor Sottile: gli immigrati che arrivano per fame vanno accolti, tanto non si possono rimpatriare. Servono per lavoro a basso costo.
In principio ho pensato che Giuliano Amato fosse in crisi d’astinenza da poltrone. Dopo aver occupato nell’ultimo mezzo secolo tutte quelle che c’erano da occupare, essere rimasto privo di incarico alla veneranda età di 85 anni credevo che lo avesse spinto a inventare presunti complotti su Ustica al fine di guadagnare qualche benemerenza, così da candidarsi a una prossima nomina. Visto che la strage dell’aereo dell’Itavia rimane una ferita aperta nella storia italiana, parlare a quarant’anni di distanza di una battaglia nei cieli italiani da parte di aerei della Nato, di certo avrebbe fatto conquistare all’ex presidente del Consiglio ed ex capo della Corte costituzionale diversi punti per accedere ad altre superiori funzioni. Immaginavo infatti che Giuliano Amato volesse essere candidato a qualche cosa, fosse pure il circolo del bridge, per sottrarsi alle partite di tennis e, soprattutto, ai giardinetti. Dunque, che cosa c’era di meglio che invitare i vertici dell’Alleanza atlantica e, in particolare modo i francesi, a vuotare il sacco sul mistero che dal 1980 ci inquieta?
Beh, pensando tutto ciò e immaginando le ambizioni del Dottor Sottile per un suo prossimo incarico, sbagliavo. Amato non sta rosicando per aver fallito la scalata al Colle, e nemmeno sta facendo il diavolo a quattro per non aver ottenuto un’altra ricompensa dopo aver lasciato la Consulta. O meglio: l’ex delfino di Bettino Craxi che, appena questi cadde in disgrazia, se la svignò lasciando il suo leader a vedersela da solo con i giudici, sta sì rosicando per essere rimasto a bocca asciutta, ma se adesso parla invitando Emmanuel Macron a rivelare i segreti di Ustica, non lo fa perché spera a 85 anni che la politica gli riservi un altro posto in prima fila. Semplicemente, Amato è diventato loquace con giornali e tv perché, dopo aver passato una vita a impartire lezioni, non sa stare zitto. Il Dottor Sottile non si rassegna all’indifferenza della stampa, che tendenzialmente lo ignora da quanto ha scoperto che ormai non conta più nulla. Dunque, l’ex premier ed ex tutto si inventa una sparata al giorno. Una volta alza il velo sui misteri di Ustica, salvo poi dire che non sa nulla di più di quello che già si sa, ovvero niente. Un’altra dà la benedizione laica a Giorgio Napolitano riscrivendo la storia dell’ex capo dello Stato, assegnandolo, da comunista che era, al partito europeista prima che nemmeno lui stesso lo sapesse. Infine, eccolo intervenire sulla polemica dei migranti. Mentre il governo fatica a contenere l’invasione e lamenta non soltanto di essere stato lasciato solo dai partner europei, ma di dover subire gli sgambetti della Germania, Amato che fa? Dice che bisogna aprire le porte ai profughi che fuggono dalle guerre ma anche agli extracomunitari che vogliono venire in Italia per migliorare le proprie condizioni economiche. In pratica, l’ex premier vorrebbe spalancare le porte a tutti, perché considerato che il reddito medio in Kenya si aggira intorno ai 100 euro e in Senegal poco di più, è evidente che qualsiasi keniota o senegalese potrebbe rivendicare di avere diritto all’asilo in Italia. Non importa che l’accettazione di un simile principio, ovvero che si debba accogliere chiunque dica di fuggire dalla fame e dalla carestia, scardini qualsiasi bilancio pubblico e condanni l’Italia a un futuro di decrescita infelice (più persone chiedono aiuto e più diminuiranno le risorse per gli investimenti e per l’assistenza). Ciò che conta per Amato è conquistare un titolo in prima pagina e alimentare un narcisismo senile che cancella qualsiasi sottigliezza usata in passato. Sì, l’ex premier ed ex presidente della Corte costituzionale, dopo aver impoverito gli italiani mettendo loro, di notte, le mani in tasca, adesso vuole dare un altro duro colpo al ceto medio. Unica consolazione, Amato pare uno di quei vecchi che per farsi notare hanno bisogno di spararla ogni giorno più grossa. Un giorno dunque, lancia missili a vanvera contro i francesi, salvo poi fare retromarcia dicendo che non sa nulla di nulla. Un altro, si inventa un Napolitano europeista (forse ricordando di quando si faceva rimborsare i biglietti aerei per l’Europa). E ultimo, eccolo scodellare l’idea che venire da un Paese africano sia un titolo che dà diritto a prescindere a farsi mantenere in Italia.
La dico chiara: dal 1992 a oggi, non credo che ci sia un italiano che abbia amato Giuliano Amato. Se si fosse candidato, invece che essere nominato, credo che non avrebbe ottenuto neppure il voto dei parenti. Dunque, consegniamolo all’oblio. L’unica cosa che merita un tipo del genere.
Il quotidiano La Repubblica continua la saga a puntate sul disastro aereo di Ustica del 27 giugno 1980, che costò la vita a 81 persone. L’inchiesta giornalistica, scatenata dall’ormai nota intervista all’ex premier Giuliano Amato ormai va avanti da quasi una settimana e ieri ha registrato una nuova puntata con l’intervista a Giulio Linguanti, ex maresciallo dell’Aeronautica, che il 18 luglio del 1980 fu inviato dai suoi superiori a piantonare il caccia Mig 23 libico precipitato sulla Sila.
Il titolo è roboante: «Sulla Sila arrivai per primo. Il Mig fu abbattuto la notte del Dc-9». Nel colloquio con il quotidiano, l’uomo torna sul tema dell’effettiva data della morte del pilota del Mig, citato da Amato la settimana scorsa. L’ex premier si chiedeva infatti perché le ricostruzioni ufficiali avessero provato a far credere che «l’aviere libico […] il 18 luglio del 1980, tre settimane dopo la tragedia del Dc 9» fosse morto il giorno prima, nonostante nella perizia medica, letta da Amato, si parlasse «espressamente di avanzato stato di putrefazione». Una delle tante retromarce dell’ex premier, che aveva fatto sue le ricostruzioni ufficiali quando, da sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in una seduta della Camera del 30 settembre 1986, rispondendo a una serie di interrogazioni parlamentari, fece riferimento a un referto medico secondo cui «il pilota era morto poche ore prima». Nell’intervista pubblicata ieri, Linguanti viene in qualche modo in soccorso all’Amato seconda versione: «Ma soprattutto il cadavere […]. Era in avanzato stato di putrefazione. Stava lì da almeno due mesi».
Ancora una volta, niente di inedito. Linguanti, infatti, oltre a essere già stato sentito (dichiarando di non aver visto il corpo del pilota) nel corso delle indagini condotte dal giudice istruttore Rosario Priore, aveva già raccontato la sua versione nel 2013 in un’intervista pubblicata da Huffington post. Ma le cose stanno davvero come ricordano i due? Stando alle risultanze del processo penale che vedeva imputati per alto tradimento alcuni generali dell’Aeronautica no. Nella sentenza di assoluzione del 2005 della Corte d’Appello di Roma, che mette sullo stesso piano le tesi del missile e della bomba (entrambe considerate non provate), la questione del caccia libico rinvenuto sulla Sila viene liquidata così: «Tutto il resto, non essendo provato è solo frutto della stampa che si è sbizzarrita […] fino a cercare di escogitare un (falso) collegamento con la caduta di un aereo Mig di nazionalità libica avvenuto in data successiva».
Sul tema della presunta manomissione dell’autopsia vengono in aiuto gli atti della Commissione stragi, che in una relazione del primo ottobre 1990 ricostruisce il supplemento di «autopsia» (in realtà è stata compiuta solo la visita esterna), sulla base delle parole di uno dei due medici che l’ha effettuata, Anselmo Zurlo. La relazione ricostruisce così i fatti. «Il 6 novembre 1986 il giudice istruttore Bucarelli, nell’ambito dell’istruttoria relativa al disastro […] procedette all’audizione, in qualità di testimone, del professor Rondanelli e, il successivo 13 novembre, del professor Zurlo, autori dell’autopsia eseguita […] sul cadavere del pilota del Mig23. I due sanitari riferirono al giudice istruttore che il giorno successivo a quello in cui era stata espletata l’autopsia avevano presentato una «nota aggiuntiva», nella quale asserivano che la morte doveva essere retrodatata ad almeno 15 giorni prima dell’espletamento dell’esame autoptico, e riferivano altresì che avevano depositato detta «nota aggiuntiva» nelle mani del segretario del sostituto procuratore di Crotone, dottor Brancaccio». Due anni dopo, si legge ancora nella relazione della Commissione stragi, «venne nuovamente interrogato, ancora in qualità di teste, il professor Zurlo, il quale, dopo aver fatto presente di avere a suo tempo riferito a Bucarelli che «a ben guardare la nostra ansia di individuare con esattezza l’epoca della morte ci ha anche potuto indurre a esagerare nell’attribuzione ai fenomeni putrefattivi di un valore che faceva retrodatare anche a 15 o 20 giorni la data della morte», reputò «tutto sommato un’ipotesi fantascientifica» la possibilità che la data della morte del pilota libico potesse risalire «alla data in cui si era verificato l’incidente del Dc9 caduto nelle acque di Ustica». In sostanza, l’ultima versione di Amato non ha nessun riscontro negli atti processuali.
Che su Ustica Giuliano Amato parli a vanvera ormai mi pare pacifico. Non soltanto perché dopo aver concesso un’intervista a Repubblica dal titolo roboante («Ecco la verità su Ustica, Macron chieda scusa») parlando con il nostro giornale ha fatto retromarcia, ma perché in conferenza stampa ha candidamente ammesso di non avere alcuna notizia di prima mano e di avere pure fatto confusione con le date. Tuttavia, affezionati com’erano alla tesi del maxi complotto, i cronisti del quotidiano di casa Agnelli non si sono arresi e non avendo sottomano rivelazioni a proposito del presunto missile che avrebbe colpito il Dc9 dell’Itavia, provocando 81 vittime, hanno virato sul mistero del Mig caduto sulla Sila 20 giorni più tardi. A sostegno della tesi di una battaglia aerea nei cieli italiani, con coinvolgimento di velivoli Nato e aerei libici, da anni si ricollegano i due fatti: la strage di Ustica e il caccia di Tripoli, cercando di far coincidere l’una e l’altro. Retrodatando la caduta del Mig, infatti, si prova a sostenere la ricostruzione di un’azione di guerra intorno al volo dell’Itavia, ma per spostare indietro le lancette di tre settimane occorre sostenere che non soltanto il Mig sia stato abbattuto, ma anche che il pilota a bordo non morì il 18 luglio del 1980, ma la sera del 27 giugno, quando appunto cadde l’aereo di linea italiano.
Così, a sostegno della tesi capace di spiegare tutto e di giustificare anche le frasi di Amato, Repubblica intervista un ex maresciallo dell’Aeronautica, il quale sarebbe stato «testimone oculare» della messa in scena che da quasi mezzo secolo porta a dire che l’aereo libico precipitò il 18 luglio e non il 27 giugno. «Ho visto tutto con i miei occhi», ha spiegato l’ormai ottantasettenne Giulio Linguanti, «l’aereo sembrava essere stato scaricato da un mezzo pesante. Preso chissà da dove e portato lì. Ma soprattutto il cadavere. Io ne ho visti tanti nella mia vita. E quello puzzava da stare male, un carabiniere che era lì con noi quasi sveniva per l’odore. Era in avanzato stato di putrefazione. Stava lì da almeno due mesi. E poi nella fusoliera dell’aereo c’erano fori di proiettili di circa tre centimetri. Chiari, evidenti». Insomma, l’ex maresciallo non ha dubbi: il pilota era morto da un pezzo e il Mig non era precipitato lì, ma forse ci era stato portato.
Tralascio le molte incongruenze della ricostruzione, forse frutto dell’età, però, non essendo un esperto di misteri d’Italia, sono andato a rileggermi l’interrogatorio reso da Giulio Linguanti il 22 maggio del 2002, quando fu ascoltato come teste nel processo che si svolse a Roma dinanzi alla terza sezione della Corte d’assise. Si tratta di quasi 150 pagine, che ovviamente non ho intenzione di infliggervi. Mi limito alle cose importanti. Alle domande degli avvocati difensori dei militari sotto processo per un presunto depistaggio (furono poi assolti), spiegò che il suo ruolo nell’Aeronautica era quello di autista e mai, nei dieci anni trascorsi al Sios di Bari, svolse attività operative né indagini. Non solo, l’ex maresciallo spiegò ai giudici che arrivò nel luogo in cui era caduto l’aereo la sera del 18 luglio a tarda sera, ma vista l’ora non si recò dove giacevano i resti del velivolo, ma andò a dormire. La mattina dopo, dall’aerostello in cui aveva trascorso la notte accompagnò un collega sul versante della montagna in cui il Mig era precipitato. A precisa domanda, Linguanti spiegò di non aver mai visto il cadavere del pilota, né di aver partecipato all’ispezione necroscopica, ma di aver sentito dire da un carabiniere, che poi non fu in grado di identificare, che i resti emanavano un forte odore, come di decomposizione. Non solo. Ammise che in quei giorni non si era mai avvicinato al velivolo, ma di averlo sempre visto a centinaia di metri di distanza. «Non lo potevo vedere, perché come ripeto era attaccato nella gola della montagna, a centinaia di metri di altezza. Quindi o lo vedevo da sopra o lo vedevo da sotto, sempre a centinaia di metri». L’unica cosa che Linguanti ha potuto dire di aver visto con i propri occhi furono due o tre buchi, che scorse sulla carlinga del Mig quando settimane dopo il relitto fu trasportato a valle, e che lui ritenne fossero stati provocati da colpi di cannoncino o mitraglia, specificando però poi di non aver mai visto i fori provocati da un cannoncino. «La mia fu un’intuizione. Ho usato la pistola e la so usare, ma non sono un esperto», si giustificò.
Tutto ciò però non ha impedito a Repubblica di scrivere che sulla Sila Linguanti arrivò per primo (mentre, come lui stesso ammise, arrivò il giorno dopo) e che il Mig fu abbattuto la notte del Dc9. Nell’intervista, l’ex maresciallo dice di aver parlato tardi, a nove anni dai fatti. «Se avessero saputo subito che ero un testimone importante, mi avrebbero fatto fuori. Come è successo a molti altri che sapevano cose su quegli aerei». E però, al processo, quando gli avvocati gli chiesero se avesse mai avuto dubbi sulla data dell’aereo libico e la morte del pilota prima di leggere qualche articolo sui giornali, Linguanti rispose deciso con un no. Salvo poi aggiungere che, mentre «si interrogava tutta gente che non c’entrava niente», quando toccò a lui, che era «uno dei pochi che era stato sul posto», si disse: ecco! E si scaricò la coscienza. Per 13 anni tacque, senza pensare «a quegli 81 poveretti che stavano sull’aereo e che quando fosse andato in cielo gli avrebbero sputato in faccia». Poi ebbe un soprassalto. Come Amato.

