Ustica, l’ombra della bomba scomoda che Amato si ostina a non ricordare
(Getty Images)

Non abbiamo mai torto un capello ai palestinesi. Non siamo nemmeno confinanti. Hanno insanguinato la nostra terra, hanno ucciso e storpiato, ridevano mentre ci uccidevano. Eppure l’odio di sé e l’odio contro Israele, continuano a beatificare i nostri assassini. Tutti si danno da fare per nascondere i loro crimini.

La vittimizzazione del popolo palestinese è la chiave di volta per l’islamizzazione dell’Europa. Chissà che dalle aride terre dei petrodollari non sia partito qualche soldino? Da Trieste a Bologna, c’è un’atroce scia palestinese che l’Italia non vuole vedere, o, peggio, giustifica. E poi ci sono lettere che Giuliano Amato ha dimenticato di aver ricevuto. Capita. Facciamo l’appello, visto che nessuno lo fa mai.

Gli attentati palestinesi in Italia

4 agosto 1972, Trieste: Settembre Nero fa saltare i serbatoi dell’oleodotto della Siot. 17 dicembre 1973, Fiumicino: cinque terroristi palestinesi lanciano una bomba al fosforo dentro un aereo della Pan Am e fanno trentadue morti. Fra loro c’è la piccola Monica De Angelis, nove anni, e il finanziere Antonio Zara, ucciso mentre provava a fermarli. 9 ottobre 1982, sinagoga di Roma: il commando di Abu Nidal spara e lancia granate sulle famiglie che escono dalla festa. Stefano Gaj Taché ha due anni e muore sul selciato, i feriti sono trentasette. 7 ottobre 1985, Achille Lauro: il Fronte per la liberazione della Palestina sequestra la nave, uccide Leon Klinghoffer, un ebreo americano costretto sulla sedia a rotelle, e lo butta in mare insieme alla sedia. 27 dicembre 1985, di nuovo Fiumicino: kalashnikov e bombe a mano contro i banchi della El Al e della Twa, tredici vittime innocenti.

Il caso Moro e le carte del Sismi

Aggiungete l’epilogo dell’Achille Lauro: dopo la notte di Sigonella il governo Craxi lascia ripartire Abu Abbas, la mente del sequestro, su un aereo per Belgrado. Aggiungiamo via Fani. Il 18 febbraio 1978 il colonnello Stefano Giovannone, capocentro del Sismi a Beirut, cioè il servizio segreto militare, cabla a Roma che Habbash, il capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, lo ha pregato di non lasciare la città. È in preparazione «un’operazione terroristica di notevole portata programmata da terroristi europei» che potrebbe coinvolgere l’Italia. Ventisei giorni dopo le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro e massacrano la scorta. Su quella mattina si è allungata anche l’ombra di Carlos lo Sciacallo.

Ustica e la pista di Carlos

Poi c’è Ustica. 27 giugno 1980, il DC9 dell’Itavia da Bologna a Palermo, 81 morti. Il 14 aprile un appunto «segretissimo» del Sismi aveva segnalato come significativa la presenza di Carlos a Beirut negli ambienti del Fronte e aveva previsto che l’«eventuale operazione in Italia» sarebbe stata affidata a elementi non palestinesi. Era la ritorsione per i missili sequestrati a Ortona e per l’arresto di Abu Anzeh Saleh, che per il Fronte violavano il lodo Moro. Le carte di Giovannone da Beirut si fermano la mattina del 27 giugno, poche ore prima dell’esplosione.

La strage di Bologna e la pista palestinese

Trentasei giorni dopo, il 2 agosto, salta la stazione di Bologna: 85 morti, duecento feriti. La verità giudiziaria indica i neofascisti dei Nar, che certamente, come è logico, portavano nello zainetto esplosivo sufficiente a fare un cratere che solo un’arma da guerra può fare. Ma la notte prima all’hotel Centrale dormiva, con il suo vero nome, Thomas Kram, esperto di esplosivi delle Cellule rivoluzionarie tedesche, la rete legata a Carlos. La procura di Bologna ha archiviato la pista palestinese nel 2015. Le domande no. Il giornalista del giornale Il Candido, Guido Giraudo, fa notare le dimensioni del cratere difficilmente compatibile con la valigetta o lo zainetto portato a mano da qualcuno e finisce fisicamente in prigione.

Ustica e le ipotesi sull’esplosione

Torniamo a Ustica. Undici periti internazionali, guidati da Aurelio Misiti, esaminarono il relitto e conclusero all’unanimità che l’aereo era stato distrutto da una bomba nella toilette di bordo. La Cassazione penale ha assolto con formula piena i generali dell’Aeronautica, e la battaglia aerea, ricorda Giovanardi, è finita fra le ipotesi da fantascienza. Restano le sentenze civili che hanno condannato lo Stato a risarcire, ma il giudice civile pesa le probabilità, non chiede la prova oltre ogni ragionevole dubbio. Ora la pista del missile torna su larga scala. La Francia ha offerto a Roma i faldoni del suo ministero della Difesa e la procura ritirerà la richiesta di archiviazione. Si scrive che la bomba è ormai «fuori dal perimetro della plausibilità».

Il confronto tra Amato e Giovanardi

Il 3 settembre, a Radio Radio, Giuliano Amato si trova davanti Carlo Giovanardi, e va in scena il surreale. Amato sostiene che Stati Uniti e Francia non abbiano mai detto niente. Giovanardi quelle dichiarazioni le ha lette in Parlamento, da ministro per i Rapporti con il Parlamento, a nome del governo. Ha illustrato alle Camere le risposte alle trentasei rogatorie, cioè le richieste di atti della magistratura italiana, e ha letto i messaggi personali di Chirac e di Clinton.

Le lettere di Clinton e Chirac

Sapete a chi erano indirizzati? Ad Amato. Nel 2000, da presidente del Consiglio, Amato aveva scritto ai due presidenti. Il 24 ottobre Clinton gli rispose di essere «fermo nella convinzione che non vi sia stato alcun coinvolgimento americano di qualsiasi sorta nell’incidente del DC9 Itavia». Chirac gli rispose chiamandolo «caro amico». L’uomo che oggi lamenta il silenzio di Parigi e di Washington è lo stesso che, da capo del governo, ha ricevuto le loro smentite scritte. O non se le ricorda, o conta sul fatto che non se le ricordi nessun altro. Ad Amato va riconosciuta la sincerità di chi dimentica con metodo.

La pista del missile e quella della bomba

Messo alle strette, Amato ha spiegato di non aver mai presentato il missile francese come una certezza, ma solo come la versione più credibile. Più credibile di cosa? Di una perizia firmata da undici esperti e di una sentenza definitiva. Poi ha ammesso di «invidiare» la sicurezza di Giovanardi e ha lasciato il collegamento, che non è molto elegante, in effetti. Giovanardi è rimasto a rispondere da solo e gli ha ricordato che confondere il rinvio a giudizio di Priore con le assoluzioni della Cassazione è come dire che Tortora fosse uno spacciatore.

Nel 2023 Amato era andato da Repubblica a chiedere a Macron di fare luce. Poi, quando gli hanno chiesto se avesse domandato le scuse della Francia, ha risposto: «Ma che sono scemo?». Scemo no. Distratto, forse, perché la verità che chiede in giro gliel’avevano già messa per iscritto. Solo che non era la verità che voleva. Perché il missile piace tanto?

È una verità comoda: un colpevole occidentale, una base francese, un complotto della Nato. La bomba invece è scomoda, perché porta a Beirut, al lodo Moro, ai patti che la classe politica di allora aveva stretto con chi ammazzava bambini a Fiumicino e davanti alla sinagoga. Il missile assolve l’Italia. La bomba la processa. Per questo non piace. Da 46 anni l’Italia preferisce cercare un pilota fantasma nel cielo piuttosto che guardare chi aveva fatto entrare dalla porta di casa.

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