Da domani i lavoratori potranno entrare nei consigli di amministrazione e partecipare alla gestione della vita aziendale. Non solo. Perché avranno anche la possibilità di farsi assegnare una quota degli utili, di proporre e vedere approvate regole sull’organizzazione del gruppo presso il quale prestano servizio e più in generale di aumentare il loro ruolo consultivo. Tutto ciò sarà possibile grazie all’approvazione – ieri è passata anche al Senato – di una proposta di legge di iniziativa popolare spinta dalla Cisl, che valorizza il ruolo dei dipendenti. Per la sinistra dovrebbe essere un trionfo e invece non è così. Il Partito democratico si era astenuto a Montecitorio e ha fatto lo stesso a Palazzo Madama. I 5 stelle hanno addirittura votato contro.
Cosa c’è che non va? L’accusa è che la norma sia stata annacquata perché nelle intenzioni originarie doveva essere più incisiva e coinvolgere anche i dipendenti della Pa e delle banche, che invece sono stati esclusi. La partecipazione doveva essere immediatamente applicabile e non aspettare che fossero le aziende a dare il via libera. Sarà anche vero che in alcune parti il provvedimento ha subito degli aggiustamenti, ma è paradossale che l’ex partito degli operai non tenga conto della portata storica della legge, del fatto che sia passato un principio rivoluzionario, principio sul quale nel tempo sarà possibile lavorare. Come si fa a non rendersi conto che comunque cambieranno i rapporti tra datore di lavoro e lavoratore e che il tentativo di responsabilizzare i dipendenti non potrà che avere riflessi positivi su salari e produttività?
Ecco perché vien facile pensare che il voto e i giudizi del Partito democratico siano meramente politici. Questa è una norma sponsorizzata dal governo ed è un cavallo di battaglia della Cisl, quindi anche la Cgil la osteggia, e va contrastata a prescindere. Vanno evidenziati solo gli elementi negativi e messi a tacere quelli positivi. Basta ricordare che, nel corso dell’iter parlamentare, i democratici hanno presentato più di una trentina di emendamenti che evidentemente la modificavano. Insomma, non si trattava di un provvedimento intoccabile. Anzi con 30 emendamenti e passa, il testo originario, oggi tanto caro ai dem, sarebbe stato snaturato. Ma soprattutto, Schlein e compagni volevano approfittare della proposta di legge della Cisl per inserire una norma sulla rappresentanza sindacale e fare un favore alla Cgil.
Da leggere il giudizio di Annamaria Furlan, ex segretario della Cisl e parlamentare del Pd, che è uscita dal Partito democratico (passando a Italia viva) in protesta con la posizione dem sulla legge sulla partecipazione. «La legge sulla partecipazione», spiega, «è un passo in avanti importante per le lavoratrici e i lavoratori del nostro Paese. Nonostante le limitazioni e la riscrittura di ampie parti della proposta originaria della Cisl, il testo che oggi andiamo a votare mantiene i pilastri normativi che lo rendono di fondamentale importanza per lavoratori e imprese, mettendo al centro il ruolo della contrattazione collettiva». Giudizio che va messo in contrapposizione con quello della sua collega, l’ex numero uno della Cgil, che è invece rimasta convintamente nel Pd di Elly Schlein, Susanna Camusso: «C’era una volta una legge d’iniziativa popolare presentata dalla Cisl sul tema della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, ma non c’è il lieto fine poiché la maggioranza, come al solito, non ha resistito alla tentazione di svuotare il provvedimento, stravolgendolo e rendendolo in gran parte inefficace, se non dannoso».
Difficile pensare che stiano parlando della stessa norma. In realtà, non è neanche tanto difficile se si valutano le parole dell’ex numero uno della Cgil sulla base di quello che sta succedendo sui referendum voluti dalla stessa organizzazione sindacale che fa capo adesso a Maurizio Landini. La Schlein ha messo il partito a lavorare pancia a terra a favore dei quesiti sul lavoro che non solo non passeranno mai (perché non otterranno il quorum), ma che puntando a eliminare il Jobs act contribuiranno a irrigidire l’occupazione.
Insomma, siamo davanti al partito erede del Pci che si astiene su una norma che, seppur con tutti i limiti, consente ai lavoratori di partecipare alla gestione dell’azienda, e sposa invece quesiti referendari che a detta della stragrande maggioranza degli esperti del settore complicherà la vita dei dipendenti.
«Questa è una giornata storica», spiega Lorenzo Malagola, relatore della legge sulla partecipazione alla Camera, «perché l’articolo 46 della Costituzione trova applicazione. Ci sono le fondamenta per superare l’antagonismo tra capitale e lavoro. Il Pd si astiene anche al Senato come fatto alla Camera e si conferma con la testa rivolta al secolo scorso e succube della Cgil. Paradossale poi che faccia campagna elettorale contro il suo Jobs act, è il segno di questa sinistra che non difende più i lavoratori ma le rendite di posizione e i sindacati che fanno politica anziché rappresentanza».
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