La scelta di schierarsi sempre e comunque al fianco di Sigfrido Ranucci inizia a costare cara al direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, che ieri è riuscito a farsi criticare perfino da un simbolo di quell’antimafia a cui Travaglio è stato per decenni vicinissimo, la sorella di Giovanni Falcone, Maria.
A scatenare la polemica è stata un’uscita infelice di Travaglio nella rubrica «Ma mi faccia il piacere» del suo quotidiano. Il direttore del Fatto, commentando un articolo del Foglio che riportava le dichiarazioni di Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala secondo cui «Falcone non avrebbe cenato con Lavitola», ha replicato con una battuta riferita all’incarico assunto da Falcone al ministero della Giustizia nel 1991 e mantenuto fino alla sua morte: «Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti».
Maria Falcone ha replicato così a Travaglio: «È una frase che trovo indegna, un esempio di cattivo giornalismo, costruito sulla battuta anziché sulla verità dei fatti». «Mio fratello», ha poi puntualizzato la sorella del magistrato ucciso dalla mafia a Capaci il 23 maggio 1992, «non lavorava per il governo di Giulio Andreotti. Giovanni Falcone lavorava per lo Stato italiano. Quando, nel 1991, Giovanni accettò l’incarico di direttore generale degli Affari penali al ministero della Giustizia, non lasciò Palermo per avvicinarsi alla politica: fu Palermo, in qualche modo, a costringerlo ad andare via. Era stato progressivamente isolato, delegittimato e ostacolato oltreché per timori delle loro più diverse amicizie e connivenze anche per una certa ampia invidia, proprio mentre conduceva la battaglia più difficile contro Cosa nostra». La sorella del magistrato è un fiume in piena: «A delegittimarlo contribuirono una certa politica, un cattivo giornalismo che anche allora come ora preferiva il sospetto alla verità dei fatti e, dolorosamente, anche una parte della stessa magistratura e diversi suoi colleghi. Giovanni non abbandonò la lotta alla mafia: la portò nel cuore dello Stato».
Peraltro in passato Travaglio aveva speso parole positive sull’operato di Falcone a ministero. Ad esempio, il 7 dicembre del 2011, in un articolo sul Fatto, l’attuale direttore scriveva, ricostruendo la decisione della Cassazione sul maxiprocesso: «Grazie alla rotazione dei presidenti alla Suprema Corte – sollecitata dal ministro della Giustizia del governo Andreotti, Claudio Martelli, su input del direttore degli Affari penali Giovanni Falcone – a presiedere il collegio del “maxi” non è Carnevale (Corrado, ndr), ma Arnaldo Valente. II 30 gennaio la Corte conferma le condanne dei boss, molti dei quali non usciranno vivi dal carcere».
Ma la sorella del magistrato martire della lotta alla mafia non è la sola ad aver stigmatizzato la battuta di Travaglio, che è stato oggetto di critiche bipartisan.
Chiara Colosimo, presidente della commissione Antimafia del Parlamento ha commentato con un post su X lo scivolone del direttore del Fatto: «Sono stata in silenzio fino ad oggi, ma adesso basta, si è raggiunto il limite. Ma davvero si può permettere al “più puro tra i direttori di un giornale” di insultare Falcone e la sua memoria in maniera così spudorata, solo per difendere un sodale giornalista utilizzando, tra l’altro, il suo stesso metodo? Non perdo tempo nemmeno ad entrare nel merito. Travaglio chieda scusa immediatamente».
Da sinistra, sempre attraverso i social, la critica è arrivata dall’ex senatore del Pd Stefano Esposito: «Pur di difendere Ranucci e il suo metodo giornalistico, il suo gemello diverso Travaglio arriva a infangare e insultare, senza vergogna, la storia e la memoria di Falcone».
Ma più che le critiche trasversali, a colpire è il silenzio del M5s, che stavolta non ha difeso Travaglio.
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