Beppe Sala si accoda ai partigiani e trasforma la Scala in un teatrino
Beppe Sala (Ansa)
Dopo l’assist iniziale ai compagnucci di Anpi e Cgil, il sindaco fa dietrofront: alla Prima siederà vicino al «fascista» Ignazio La Russa.

Lo strappo di don Beppe. Oscurato dall’alto magistero di Giuseppe Verdi e preoccupato di essere ricordato solo per avere pagato la risottata finale, quest’anno il sindaco Beppe Sala aveva deciso di inaugurare la stagione della Scala con un colpo di scena: Don Carlo stravolto, un capriccio come ouverture.

Sentendosi orfano per l’assenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e per nulla intenzionato a condividere la prima con i barbari di destra, il borgomastro del Pd non voleva sedere nel palco reale e neppure in quello a fianco, ma scendere in platea con le braccia conserte e le guance paonazze, trattenendo il respiro. Così il presidente del Senato Ignazio La Russa e i ministri Matteo Salvini, Gennaro Sangiuliano, Maria Elisabetta Alberti Casellati imparano ad avere vinto le elezioni. Lo stile innanzitutto. Poi verso sera ha cambiato idea e, se non ci saranno nuovi psicodrammi, occuperà il posto che gli spetta.

Lo sgarbo di don Beppe sarebbe stato un inedito, mai un sindaco di Milano – di conseguenza presidente del teatro – aveva negato gli onori di casa agli ospiti delle istituzioni, a cominciare dalla seconda carica della Repubblica. Ma nella stagione della sinistra gruppettara in pieno revival, Sala aveva deciso che è più cool contestare il governo da una poltrona di prima fila. A questo punto sarebbe stato più logico salire nel loggione e lanciare da lì samizdat da assemblea liceale, ma si sa che l’idea di incontrare i milanesi normali, storicamente, lo atterrisce. La mossa del primo cittadino ha avuto un singolare effetto domino: anche la senatrice a vita Liliana Segre si è autoderubricata in platea, al suo fianco. Da ambienti comunali era trapelato il motivo: «Per mantenere le distanze e non prestarsi a inquadrature che potrebbero essere strumentalizzate».

La situazione è precipitata quando La Russa ha ufficialmente chiesto a Sala di invitare Liliana Segre sul palco reale con una motivazione plausibile: «Dove non sarà presente il capo dello Stato sia presente lei, anche per ribadire la nostra solidarietà e la speranza di pace in merito alle vicende mediorientali. Ne sarei felice e orgoglioso allo stesso tempo». Una volta saputo della possibile defezione, anche il presidente del Senato ha annunciato che sarebbe sceso fra i privilegiati semplici pur di stare vicino a Segre. Una mossa del cavallo che ha spiazzato Sala, a questo punto costretto a rispettare la tradizione. Alla fine, come in un melodramma, tutti di nuovo sul palco nella formazione tipo: Segre e la figlia in mezzo, il sindaco e il presidente del Senato ai lati. I ministri dietro. E Giuseppe Verdi a ridere di gusto sotto la tuba.

Il cortocircuito ha monopolizzato la vigilia, ha fatto passare in secondo piano il fascino di un’opera a sfondo liberale (dove il marchese di Posa è propenso a un liberalismo fondato sulle autonomie e Filippo II è incarnazione della monarchia assoluta), ha fatto impazzire i cerimonieri e ha nascosto un dettaglio abbastanza imbarazzante per il primo cittadino milanese: il ritorno della soprano Anna Netrebko dopo l’epurazione di due anni fa in quanto presunta putiniana.

L’atteggiamento di Sala non stupisce più di tanto. Invece di ringraziare l’esecutivo (soprattutto il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Salvini) per avergli salvato i conti della M4 stanziando 75 milioni extra budget, è salito per qualche ora sull’Aventino in smoking per non irritare gli ultrà della Cgil e dell’Anpi, da giorni sul piede di guerra contro «i fascisti alla Scala». Ferme al 1945, le due sigle che hanno rappresentanza in teatro hanno ribadito con un comunicato che «come ogni anno avremmo volentieri portato i saluti di tutti i lavoratori e le lavoratrici alla più alta carica dello Stato». Poiché fra i presenti c’è La Russa, seguendo un mood democratico tutto loro, non lo faranno. «Invece non parteciperemo ad alcun cerimoniale di saluto istituzionale rivolto a chi non ha mai condannato il fascismo, le guerre coloniali, la sudditanza al nazismo».

La polemica di retroguardia alla fine concilia lo sbadiglio e fa rimpiangere la stagione delle vere contestazioni, con le uova fuori e Francesco Saverio Borrelli nel foyer, impegnato a trovare improbabili similitudini fra Richard Wagner e gli ammanettati di Tangentopoli. Niente a che vedere con Riccardo Muti che minacciò di non suonare l’inno di Mameli davanti al presidente Carlo Azeglio Ciampi perché «è una musichetta che rovina l’atmosfera». Tuoni e fulmini epocali in confronto allo sgarbo mancato. Il regista del Don Carlo, Lluis Pasqual, ieri ha spiegato: «L’opera ci dice che non ci sono sovrani onnipotenti». Si era dimenticato di quel burlone di don Beppe.

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