- La chiusura del Nord è sui siti per ore senza smentite. Pd e M5s accusano la Lombardia, ma lo spiffero viene dal Palazzo Chigi.
- La fuga (pericolosa) dei fuori sede. E al Sud li mettono in quarantena. Lavoratori e studenti di Milano e dintorni, incuranti dei rischi sanitari, assaltano treni e autobus notturni. Nove presidenti impongono l’isolamento. Il pugliese Michele Emiliano (Pd): «Non portateci l’epidemia lombarda».
Lo speciale contiene due articoli.
Caos nella forma e nella sostanza, più un maldestro tentativo di scaricabarile per tentare di allontanare da Palazzo Chigi la responsabilità della fuga di notizie che ha gettato l’Italia nel panico.
Poco dopo le 20.00 di sabato, numerose testate online sono già in grado di anticipare la bozza di decreto. Ecco corriere.it: «Ultim’ora. La decisione: chiuse Lombardia e 11 province del Centro-Nord». E repubblica.it: «Coronavirus, chiusa la Lombardia e altre 11 province». La verità è che chiunque viva nel circuito politico e mediatico ha già ricevuto per vie traverse su whatsapp la bozza del Dpcm (Decreto del presidente del Consiglio dei ministri) forse più drammatico dell’intera storia repubblicana. Inevitabile l’immediato rilancio televisivo e il lavoro delle redazioni dei quotidiani, che infatti chiuderanno nella notte scegliendo come titolo principale il decreto, pur se bozza.
Com’è facile prevedere, scatta il panico. Cominciano a girare video della stazione centrale di Milano presa d’assalto da viaggiatori pronti a tutto pur di salire sugli ultimi treni verso il Centro-Sud. Sui social network, alla discussione frenetica si accompagna una lucida consapevolezza: può essere questo il veicolo che fa transitare il virus verso la mezza Italia finora meno colpita. Non solo: da subito si percepiscono incongruenze, una totale vaghezza, e la gigantesca incognita legata ai controlli sulle disposizioni in cantiere.
È facile osservare che il governo, volendo, avrebbe potuto in pochi minuti, già verso le 20.30, diramare una nota di smentita della bozza. Stroncandone del tutto l’attendibilità o diffondendone la versione esatta. Nulla di tutto questo è accaduto.
In tarda serata, fonti di Palazzo Chigi si limitano a preannunciare una conferenza di Giuseppe Conte, che continua a slittare. Ma l’attesa si protrarrà fino alle 2.20 di notte, con il premier che si presenta davanti a una sola giornalista. E purtroppo non dissipa alcun dubbio. Conia la formula incomprensibile del «divieto non assoluto»: «Non abbiamo un divieto assoluto di trasferimento dal Nord alla restante parte del territorio, ma la necessità di motivarlo. C’è una ridotta mobilità». Alla domanda sui controlli, Conte chiama in causa le forze di polizia: «Saranno legittimate a fermare i cittadini e a chiedere spiegazioni». Morale: controlli di fatto casuali, essendo impossibile presidiare militarmente mezza Italia.
Poi il consueto surreale autoelogio: «Abbiamo scelto il criterio della verità e della trasparenza, e ci stiamo muovendo con lucidità, coraggio, fermezza e determinazione».
Quanto alla fuga di notizie, Conte prova a dare la colpa ai media: «È successa una cosa inaccettabile. Un decreto che stavamo formando l’abbiamo letto sui giornali. Ne va della correttezza dell’operato del governo e della sicurezza degli italiani. Questo non lo possiamo accettare».
Per la cronaca, la Gazzetta Ufficiale pubblicherà il Dpcm soltanto alle 13.15 di ieri, domenica, ben 17 ore dopo la fuga di notizie, e 11 ore dopo la conferenza di Conte.
Tutto tempo dedicato – invece – al blame game, al gioco di provare a spostare la colpa del leak lontano da Palazzo Chigi. A sinistra, provano a citare una parte di una nota della Cnn, che chiama in causa l’ufficio stampa della Regione Lombardia. Ma quella nota va letta tutta. Prima punta su Palazzo Chigi, attribuendo la responsabilità a uno stretto consigliere di un ministro («according to a close adviser to one of the ministers attending a Cabinet meeting»), e solo poi evoca anche («also») l’ufficio stampa lombardo, che peraltro diramerà una secca smentita. Inutile girarci intorno: anche al di là di questo singolo caso, è la comunicazione di Palazzo Chigi, che fa capo a Rocco Casalino, ad aver fatto naufragio lungo tutta questa crisi.
Veniamo ai contenuti del Dpcm. Di fatto, l’Italia viene divisa in due parti. Da una parte, un’immensa zona con regole più stringenti: tutta la Regione Lombardia e numerose province di Piemonte (Alessandria, Verbano-Cusio-Ossola, Novara, Vercelli e Asti), Veneto (Venezia, Padova, Treviso), Emilia Romagna (Parma, Piacenza, Rimini, Reggio Emilia, Modena), Marche (Pesaro e Urbino).
In questa fascia, c’è il vincolo di evitare ogni spostamento delle persone fisiche (quindi le merci possono transitare) in entrata e in uscita dai territori (e al loro interno). Ci si potrà muovere solo «per comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità, spostamenti per motivi di salute». È consentito tornare presso il proprio domicilio o residenza. Chi abbia più di 37.5 di febbre è fortemente raccomandato (che sia positivo o no) di rimanere presso il proprio domicilio. Sono sospese le competizioni sportive (tranne quelle degli atleti professionisti, ma a porte chiuse), e stop anche a ogni altro evento culturale, fieristico, cinema, teatri, sale bingo, discoteche, scuole, università, cerimonie civili e religiose (funerali inclusi). Quanto a bar e ristoranti, è ammessa l’apertura solo dalle 6 alle 18, ma nel rispetto della distanza di sicurezza di almeno 1 metro, con sospensione dell’attività in caso di violazione.
Per tutto il resto del territorio nazionale, le norme sono meno stringenti. Sono comunque sospesi congressi, riunioni, meeting con coinvolgimento di personale medico e sanitario. Resta la chiusura di scuole e università. Aperti (non solo tra le 6 e le 18, ma anche dopo) bar e ristoranti, ma sempre rispettando la distanza tra i clienti.
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