- In altri Paesi si proteggono gli over 65 evitando che escano di casa. Ma lì la sanità conta su una efficace rete sanitaria di base che in Italia è venuta a mancare.
- Francesco De Lorenzo, presidente della Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia (Favo): «Le biopsie sono diminuite del 52%, le visite del 57% e si sono registrati ritardi per il 64% degli interventi. Questo ha causato una netta riduzione delle nuove diagnosi e la scoperta della patologia in fase avanzata, meno curabile».
Lo speciale contiene due articoli.
«Si muore, una volta o l’altra si muore. In un certo anno, come le città, come i popoli e i continenti. Si crepa». Adesso ci stupiamo ma era già tutto scritto, nessuno come Friedrich Dürrenmatt conosceva la Svizzera; la decisione dura, calvinista, di scegliere chi mandare in terapia intensiva e chi no fa capolino nel suo capolavoro Il sospetto. Non avviare più gli anziani in rianimazione per il Covid: a Nord delle Alpi l’avevano pensata in tanti ma nessuno aveva il coraggio di cominciare. Ora è ufficiale. Titolo del protocollo dell’Accademia delle Scienze mediche e della Società Svizzera di medicina intensiva: «Triage dei trattamenti di medicina intensiva in caso di scarsità di risorse». Paragrafo decisivo: «Al livello B, indisponibilità di letti in terapia intensiva, non andrebbe fatta nessuna rianimazione cardiopolmonare».
Il livello B ha due parametri, l’età superiore agli 85 anni e quella superiore ai 75 anni se in presenza di una di queste patologie: cirrosi epatica, insufficienza renale cronica, insufficienza cardiaca grave con sopravvivenza stimata a meno di due anni. La decisione dipenderà dai medici. Il presidente dell’ordine del Canton Ticino, Franco Denti, ha detto alla Stampa: «Quando è uscita la direttiva siamo saltati sulla sedia, decidere chi rianimare e chi no è pesante per un medico. Ma le regole sono chiare, a garanzia dei medici e degli stessi pazienti che potrebbero non aver voglia di essere sottoposti a ulteriori cure».
Il caso Svizzera è ai margini del pollaio italiano dei talk show ma sta avendo effetti micidiali: quasi 7.000 casi, 10 morti in un giorno, 500 casi ogni 100.000 abitanti, il doppio che in Italia e in Austria, cinque volte più che in Germania. Se in Lombardia (eccetto Milano) le province più colpite sono quelle di Varese e Como, basta guardare una cartina per capire il motivo: porosità totale, frontalieri e scambi commerciali in quella macroregione di fatto che è l’Insubria. L’estate scorsa hanno ballato sul Titanic anche loro. Hanno pensato a ritirare il Moretto politicamente scorretto, non a mettersi le mascherine. Adesso è allarme rosso e l’oggettiva disumanità di una decisione viene giustificata con lo stato di necessità. Parola d’ordine: non intasare gli ospedali, non mandare in tilt le terapie intensive.
Detto questo, rilanciare che «la Svizzera non cura gli anziani» è la consueta banalizzazione mediatica italiana. Perché se a Berna hanno deciso di mettere in atto un protocollo in sonno da marzo, il motivo non sta solo nel centenario e rude pragmatismo della confederazione ma nella certezza del funzionamento di un sistema sanitario che si basa sulla cura dei più anziani a casa. Qualcosa che da noi è impensabile, da loro è prassi consolidata. Il tracing funziona, l’attenzione è palpabile.
E il rischio d’una lenta e irreversibile agonia dentro la bolla della solitudine che sa di abbandono – destino spietato, disumano per i nostri vecchi se una simile pratica fosse adottata in Italia – non è neppure ipotizzabile. Questo perché oltre Ponte Chiasso i medici di base hanno un ruolo fondamentale, attivo. Non si limitano a dettare diagnosi per telefono o a consigliare: vada al pronto soccorso.
La deresponsabilizzazione di una figura chiave è un problema che ci tiene lontani paradossalmente da scelte inaccettabili sotto il profilo morale ma che impedisce al sistema sanitario e alla politica di imporre agli over 65 di rimanere in casa. Poiché la media dei contagiati si sta alzando e il pericolo mortale ancora una volta investe gli anziani, questa sarebbe una soluzione. Se tamponi, Immuni e coprifuoco non dovessero funzionare, servirebbe un lockdown non territoriale (devastante per la sopravvivenza economica e psicologica di una comunità), ma per fasce d’età. Lo consiglia anche Matteo Bassetti, direttore della clinica malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova, che a Un giorno da pecora (RadioRai) ha detto: «Per evitare la chiusura totale, la soluzione sarebbe il divieto di uscita degli over 65. Avrebbe senso, visto che la malattia colpisce particolarmente le persone anziane e fragili. Oggi c’è già una campagna vaccinale per loro, per le persone immunodepresse e con malattie respiratorie: queste sono le categorie alle quali indirizzarsi».
Per farlo bisognerebbe poter contare su una struttura sanitaria domiciliare. Un sistema che da noi non funziona come dovrebbe e lascia buchi pericolosi che si chiamano abbandono e solitudine. Finora chi ha vinto il virus cinese ha adottato la strategia at home. Ma con il supporto. La Svizzera può permettersi protocolli da brivido in rianimazione perché lo sta facendo, come la Corea, come il Giappone. E come l’America trumpiana, spesso additata a esempio negativo a vanvera da chi in questi mesi ha supportato la campagna di marketing di palazzo Chigi. Quella del «sistema antivirus migliore del mondo». La seconda ondata ci sta chiedendo conto anche di questo.
La narrazione di comodo è smentita da un radical con la patente come Federico Rampini, corrispondente da New York de la Repubblica risultato positivo, capace di zittire i corifei di Giuseppe Conte compresi i virologi che hanno messo le tende negli studi televisivi. «Prima gli sms e le telefonate a casa, poi si è presentata in carne ed ossa la mia tracer», spiega il giornalista. Una delle 10.000 assunte nella task force locale. Gli ha chiesto se poteva ospitarlo in albergo a spese dello stato di New York, se avesse bisogno di medicine o di sostegno psicologico. Gli ha indicato l’ambulatorio più vicino, gli ha spiegato la sintomatologia oltre la quale ci sarebbe stato il ricovero, gli ha fissato un successivo appuntamento. «Colpisce il reclutamento e la formazione di 10.000 tracer con la missione di individuare e sorvegliare i focolai, un condominio alla volta. New York ha imparato ad essere più simile a Tokio e Seul. Abbiamo subito un disastro ma non è stato inutile». Da noi purtroppo sì.
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