Uno studio scientifico conferma: Covid usato per imporre il green

Sulla base d’un mega sondaggio europeo, i ricercatori scoprono che «la paura del virus rafforza le convinzioni sul cambiamento climatico e convince anche i più scettici». E alla transizione ecologica va un terzo del Pnrr…

Stai a vedere che hanno ragione i complottisti: usano il Covid per mandarci al verde. Alla transizione ecologica, nel Pnrr, sono dedicati 71 miliardi: un euro su tre, in pratica. Per intenderci: alla sanità, del fondo pensato per superare la crisi Covid, ne andranno «solo» 15,63, più altri 5 circa, tra Piano complementare e React Eu. Ci raccontano che dobbiamo cambiare i nostri stili di vita, altrimenti, entro il 2050, la civiltà collasserà per effetto del cambiamento climatico. Ce lo chiede l’Europa, ce lo chiedono le giovani generazioni, Greta Thunberg, Federica Gasbarro, ce lo chiede persino il Papa. Ma i diffidenti mormorano: non c’è il rischio che, per rifilarci la svolta green, sfruttino la pandemia? Visto che il meccanismo dell’emergenza ha reso così docili e obbedienti le popolazioni, saranno mica tentati di impiegarlo anche per costringerci a ingurgitare il boccone ecologico, indigesto soprattutto alle classi lavoratrici?

Una sorprendente conferma di quanto sia funzionale attingere al repertorio pandemico, per avallare le politiche ambientaliste, arriva da uno studio appena pubblicato su Environmental science & policy. Gli autori, di fatto, mettono nero su bianco la tesi che i sedicenti competenti, sghignazzando, attribuivano ai paranoici teorici della cospirazione: «Il Covid-19 e altre future crisi possono offrire una promettente opportunità ai governi europei per accelerare i loro sforzi nella protezione climatica, in termini di legittimazione sociale». Tesi cristallina, fin dal titolo dell’articolo: «La paura del Covid-19 rafforza le convinzioni sul cambiamento climatico».

I ricercatori ungheresi si sono basati su un sondaggione dell’autunno 2020, condotto nei 27 Paesi dell’Ue e nel Regno Unito. Le risposte dei cittadini, intervistati telefonicamente, mostrano che «profonde preoccupazioni per il Covid-19 sono fortemente associate a serie inquietudini riguardo il cambiamento climatico». In parole povere: più temi la catastrofe sanitaria, più temi la catastrofe ecologica. E a questo proposito, due dettagli paiono molto significativi.

lo diceva cacciari…

Primo: queste ansie per le sorti del pianeta sono risultate superiori «nei Paesi in cui la pandemia ha condizionato più severamente la vita delle persone». Si tratta degli Stati con un elevato «stringency index», l’indicatore che misura la durezza delle restrizioni antivirus. Vuol dire che più divieti sono stati introdotti, più la gente sembra essersi convinta che la Terra è in pericolo. Addirittura, lockdown e altri provvedimenti influenzano le idee sull’ambiente maggiormente «dei dati sulle infezioni o la mortalità». L’avevamo intuito: conta di più l’allarme percepito dell’allarme reale. La differenza la fa la narrazione. Toccherà forse riabilitare i Massimo Cacciari e i Giorgio Agamben? Il governo per emergenze è davvero la cifra del potere postmoderno?

Tutto ciò, in effetti, rappresenta un chiaro incentivo ad adottare soluzioni draconiane e una retorica terrorizzante: per piegare la resistenza degli individui ai mutamenti epocali, va creato un clima apocalittico. E vanno attuate riforme radicali, in tempi brevissimi. Così, l’Europa sopprimerà i motori a combustione già dal 2035, mentre, in Olanda, gli allevatori vengono costretti ad abbattere migliaia di capi di bestiame, perché inquinano. In Nuova Zelanda erano stati fin troppo cauti: si erano limitati a multare rutti e peti delle vacche. La moderazione e la gradualità, però, non premiano: la mente collettiva si controlla meglio con «choc e sgomento», come scriveva Naomi Klein.

Secondo particolare rilevante: «Le preoccupazioni sul Covid-19», si legge nel paper, «hanno un impatto più considerevole su quelle per il cambiamento climatico tra gli individui con più elevato “scetticismo d’attribuzione” […], minor convinzione nell’impatto negativo del cambiamento climatico […] e un più basso livello d’istruzione». Ora, nel gergo degli estensori dello studio, lo «scetticismo d’attribuzione» è semplicemente l’incredulità nei confronti del ruolo umano nelle alterazioni del clima. Dunque, se aumenta la paura del virus, è probabile che pure quei dubbi sulla dottrina ambientalista vengano erosi. Ed è più facile far breccia tra chi sottovaluta la minaccia ecologica, specialmente i meno istruiti, di solito poco propensi a trangugiare la narrazione green.

emergenze accumulate

In definitiva, abbiamo la prova scientifica di quello che, per pura malizia politica, già sospettavamo: l’idea di approfittare del coronavirus per velocizzare grandi trasformazioni – le cosiddette transizioni, appunto – programmate da anni, ma democraticamente invendibili, non solo non è peregrina, ma ormai costituisce un vero e proprio consiglio strategico, rivolto dagli esperti ai governi. Con un’aggravante.

La ricerca ungherese dimostra che le emergenze non seguono la logica del chiodo scaccia chiodo: quando ne affiora una, la precedente non viene soppiantata. Il «bacino di preoccupazione», come lo chiamano quelli bravi, è potenzialmente infinito: «Un aumento nella preoccupazione per una minaccia può accrescere le paure di altri pericoli». Il potere ansiogeno agisce per accumulazione capitalistica. È un Leviatano pantagruelico, affamato di psicosi e fifa. Prima quella di morire soffocati; poi quella di finire sommersi dai mari che s’innalzano. Il piede di porco cambia: ieri il virus, domani Fridays for future. Il forziere da scassinare, però, è sempre lo stesso: le nostre tasche.

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