- Oscurate le ricerche sul mifepristone su cui si basa una sentenza contro il farmaco. A giorni si esprimerà la Corte suprema Usa.
- L’Ema raccomanda Celldemic e Incellipan. Che seguirà lo stesso iter di autorizzazione rapida dei sieri anti Covid aggiornati.
Lo speciale contiene due articoli.
«Nel periodo 2002-2015, ogni 1.000 interruzioni volontarie di gravidanza l’accesso al Pronto soccorso in seguito a un aborto chirurgico è aumentato del 315%, dopo un aborto farmacologico è cresciuto del 507%». Si trattava di studi rigorosi, pubblicati nel 2021 e nel 2022, che hanno dimostrato le pesanti conseguenze per le donne che scelgono l’aborto autogestito con il mifepristone, eppure sono stati appena ritirati da un editore statunitense.
Una decisione oltremodo sospetta, considerato che la ritrattazione è arrivata 50 giorni prima che la Corte suprema degli Stati Uniti si riunisca per esaminare l’appello dell’amministrazione del presidente Joe Biden contro la sentenza di un giudice, che ha citato proprio due di quegli studi per decretare la sospensione dell’approvazione federale del mifepristone. «Un attacco senza precedenti alla nostra ricerca», protestano gli studiosi.
Lo steroide sintetico, che assieme alla pillola misoprostolo blocca l’azione del progesterone, l’ormone necessario per portare avanti una gravidanza, era stato approvato dalla Food and drug administration nel 2000 e viene utilizzato in oltre la metà degli aborti decisi dalle donne americane. Durante la pandemia, nel 2021 l’agenzia regolatoria aveva deciso di rimuovere l’obbligo di dispensazione di persona del farmaco, consentendo la prescrizione pure per posta.
A novembre 2022, il gruppo legale cristiano Alliance defending freedom (Adf) promosse un’azione legale sostenendo che la Fda non aveva adeguatamente esaminato i rischi, rimuovendo gli standard di sicurezza per approvare il mifepristone, e nell’aprile scorso il giudice distrettuale del Texas, Matthew Kacsmaryk, firmò un’ingiunzione che ordinava all’agenzia regolatoria di sospendere l’approvazione della pillola abortiva.
Kacsmaryk (nominato dall’ex presidente Donald Trump) aveva citato uno studio di coorte del 2021, l’altro del 2022 per dichiarare che il numero di eventi avversi derivanti dai farmaci abortivi è probabilmente sottostimato, perciò i gruppi che hanno intentato la causa contro il mifepristone avevano il diritto legale di agire. Il dipartimento di Giustizia aveva presentato subito ricorso e l’Alta corte stabilì che l’accesso alla pillola sarebbe rimasto invariato per la durata del processo d’appello, ma certo c’è grande aspettativa per la decisione finale del prossimo 26 marzo.
Risulta perciò clamorosa la decisione dell’editore scientifico statunitense Sage publications, che il 5 febbraio ha ritirato tre studi pubblicati sulla rivista Health Services Research and Managerial Epidemiology, due dei quali erano stati utilizzati appunto dal giudice del Texas per limitare l’accesso al mifepristone. L’editore Sage ha detto di essere stato contattato da un lettore che parlava di dati inaffidabili e conflitti di interesse sui legami degli autori con un movimento anti aborto. La casa editrice sostiene inoltre che gli studi era stati rivisti da un ricercatore che, all’epoca, aveva anche un’affiliazione con il Charlotte Lozier institute (Cli), organizzazione in difesa della vita.
«Fino a oggi, Sage non ha avanzato alcuna valida obiezione alle nostre scoperte e non ha mostrato prove di errori importanti, calcoli errati o falsità», obietta il Charlotte Lozier institute che aggiunge: «Non esiste alcuna ragione legittima per le ritrattazioni. Purtroppo, questo incidente evidenzia un fenomeno più ampio e nuovo, ovvero che molte delle nostre istituzioni e pubblicazioni scientifiche non difendono più l’indagine aperta. Piuttosto, stiamo vedendo una fazione d’élite della comunità medica che con tutto il potere di cui dispone tenta di sopprimere qualsiasi ricerca che vada contro la loro narrativa approvata e pro aborto. La ricerca e la pubblicazione scientifica dovrebbero essere fondate sulla scienza e non guidate dall’ideologia».
Gli studi, citati da Kacsmaryk, avevano rivelato che il numero di visite al Pronto soccorso correlate alla gravidanza entro 30 giorni dall’assunzione di farmaci abortivi era aumentato di oltre il 500% durante il periodo di osservazione. «Ciò dovrebbe essere di grande preoccupazione per tutti», avvisavano i ricercatori ricordando che «al momento, l’unico evento avverso correlato all’aborto che la Fda considera è la morte materna, ignorando completamente i casi di sanguinamento prolungato, infezioni e altro che lasciano grandi lacune nel quadro clinico completo post aborto».
Quanto all’accusa di scarsa trasparenza dei legami con associazioni pro life, il Cli fa notare che l’editore utilizza due pesi e due misure: «Sage non ha richiesto ai ricercatori affiliati a istituzioni pro aborto di segnalare il loro impiego come un “conflitto di interessi”», in studi che citano del Guttmacher institute (il braccio di ricerca di Planned parenthood con le sue cliniche abortiste) e di altri enti. In ogni caso, la scelta dei revisori «compete ed è responsabilità della sola rivista».
In Italia, con la determina Aifa del 29 settembre 2022, il mifepristone può essere assunto in un’unica dose fino a nove settimane compiute di età gestazionale. Non è necessario somministrarlo in ospedale, «è stato rimosso il vincolo che imponeva il ricovero “dal momento dell’assunzione del farmaco fino alla verifica dell’espulsione del prodotto del concepimento”», così veniva definita la creatura il cui cuore comincia a battere alla terza settimana.
Nel 2021 (ultimo rapporto del ministero della Salute) la procedura farmacologica è stata la più utilizzata nel nostro Paese: per il 48,3% degli aborti.
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