- La Cassazione ha bocciato l’allontanamento dell’ex portuale, leader delle proteste a Trieste contro il green pass. Dopo due dosi di vaccino, si era rifiutato di fare la terza e lo scalo giuliano l’aveva lasciato a casa. Ora il nuovo Appello a Venezia.
- Il racconto: «Assisto altri dipendenti sospesi pagando le bollette o con i buoni spesa».
Lo speciale contiene due articoli.
Ha dovuto andare fino in Cassazione per sentirsi dire l’ovvio. Stefano Puzzer, 49 anni, ha vinto il ricorso, è stato annullato il suo licenziamento che era stato deciso dall’Agenzia per il lavoro portuale di Trieste (Alpt), in quanto aveva rifiutato di ottenere il green pass. Contro il provvedimento, l’attivista, che ha combattuto la carta verde pur essendo vaccinato e che ha pagato carissimo scelte di libertà, aveva già presentato un primo ricorso al Tribunale del lavoro di Trieste, respinto nell’ottobre 2023. Nel febbraio del 2024 il tribunale aveva confermato in appello la decisione della magistratura di primo grado. Dopo la sentenza della sezione Lavoro della Cassazione, la causa ora è stata rinviata alla Corte d’appello di Venezia che dovrà pronunciarsi attenendosi ai principi interpretativi della Suprema corte.
L’ex portuale non poteva essere licenziato per mancata esibizione della carta verde, come da sempre sostenuto dallo stesso lavoratore e dai suoi avvocati, Mirta Samengo e Alessandra Devetag. Era il 15 aprile del 2022 quando a Puzzer arrivò il benservito benché già da due mesi avesse dato disponibilità al datore di lavoro di rientrare dopo essersi sottoposto alla visita di idoneità fisica. Vaccinato con due dosi, la terza non l’aveva voluta fare e si era autosospeso nell’ottobre del 2021.
Quando l’Agenzia lavoro portuale gli mandò la raccomandata, in una diretta Facebook dichiarò: «Mi hanno cacciato per il dissenso che ho manifestato contro il green pass che mi sono rifiutato di esibire. Non sono tenuto a farlo. Hanno attaccato me perché vogliono distruggere ogni forza che lotta contro il sistema. Una decisione, quella dell’azienda, molto grave perché mina il diritto democratico a dissentire». Non si è scoraggiato, Puzzer, pur sotto fuoco continuo. Quando era portavoce del Coordinamento dei portuali di Trieste nelle giornate concitate della protesta pacifica, eppure soffocata con idranti, cariche e lacrimogeni; quando partecipava a manifestazioni contro il lasciapassare verde; quando ha scelto di non cedere al ricatto per poter tornare al lavoro.
La Suprema corte ha censurato l’interpretazione data in Appello a Trieste sulla normativa emergenziale Covid-19 in merito al lavoro privato, quella che stabiliva che il dipendente che non avesse esibito il certificato verde Covid-19 sarebbe stato sospeso dal lavoro e dalla retribuzione senza conseguenze disciplinari e con diritto alla conservazione del posto di lavoro.
Nel respingere in secondo grado il ricorso di Puzzer, era stato affermato, infatti, che il lavoratore che per scelta non avesse esibito il green pass poteva essere perseguito disciplinarmente perché la normativa emergenziale avrebbe tutelato solo quelli che non fossero nelle condizioni di acquisirlo o esibirlo, ad esempio perché guariti dal Covid.
La Corte di cassazione ha dichiarato, invece, che «l’esame delle disposizioni si concentra esclusivamente sul possesso materiale o meno del certificato verde, non lasciando in alcun modo trapelare una diversa ipotesi di possesso giuridico quale quello invece sottolineato dalla Corte di merito. […] Siffatta distinzione non è evincibile dalla normativa regolatrice, che si occupa di garantire la salubrità del lavoro e di prevedere conseguenze legate alla mancata prestazione solo in termini di retribuzione». Ha definito la «esegesi congetturata» in Appello «estranea al contesto normativo, vuoi perché non prevista, vuoi perché – anzi – in contrasto con la chiara voluntas legis di conservare il posto di lavoro, sia pure con perdita della retribuzione e ogni altra forma di compenso». E ha così cassato la sentenza della Corte territoriale.
«Il principio di diritto affermato dalla Cassazione era incontestabile ed implicito già nel testo della legge», dichiara l’avvocato Devetag. «È una vergogna che un cittadino sia stato costretto ad affrontare tre gradi di giudizio, con ciò che questo comporta in termini di costi e fatica fisica e morale, per sentire confermare ciò che qualunque giudice di merito avrebbe dovuto riconoscere da subito».
«Finalmente è stato affermato ciò che, assieme a Stefano Puzzer, avevamo sempre sostenuto e cioè che un lavoratore sospeso non potesse essere licenziato», commenta l’avvocato Mirta Samengo. E aggiunge: «La cosa peggiore di questo percorso è che Stefano sia stato descritto dal suo datore di lavoro come un dipendente disonesto, inaffidabile e scansafatiche, che aveva approfittato della situazione per non lavorare, mentre tutti abbiamo visto quanto per il nostro assistito la questione di principio, il diritto al lavoro di tutti fosse prioritaria e tale da sacrificare la retribuzione. Puzzer è un marito e padre di famiglia responsabile, che in questi anni ha lavorato a tutte le ore del giorno e della notte per garantire ai suoi una vita decorosa, altro che scansafatiche e approfittatore».
Ed ora che cosa accadrà? «La riassunzione avanti alla Corte d’appello di Venezia dovrebbe essere l’ultima fatica», spiega Samengo. «La Corte è vincolata al pronunciamento della Cassazione, pertanto in quella sede per la prima volta Puzzer non passerà per quello disonesto e approfittatore, ma entrerà a testa alta e chiederà quello che gli è dovuto, la dichiarazione di illegittimità del suo licenziamento, alla luce dei chiarissimi principi di diritto espressi dalla Suprema corte».
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