Ma gli ospedali sono sicuri? La paura uccide più del Covid
  • Per timore di contrarre l’infezione i pazienti sono stati lontani dai nosocomi: la mortalità per infarto è cresciuta del 40%. In Sicilia sono più i decessi per il cuore che per il coronavirus.
  • Nel primo trimestre sono stati circa 50.000 i morti per tumore. Per Elisabetta Iannelli (Aimac): «A causa dell’emergenza, i trattamenti per i malati oncologici sono stati rimandati. Ora di tratta di pensare a una fase 2 specifica per loro, magari con la telemedicina».

Lo speciale contiene due articoli.

L’allarme l’aveva lanciato a metà aprile Giuseppe Tarantini, presidente del Gise, il Gruppo italiano di studi emodinamici e cardiologia interventistica: «Gli accessi per infarto miocardico nei pronto soccorso, diretti o con chiamata al 118, si sono a oggi dimezzati». Preoccupa soprattutto la paura di venire contagiati dal Covid-19, così ai primi sintomi che segnalano «l’attacco di cuore», come dolore al petto persistente e spesso esteso al braccio sinistro, associato a sudorazione fredda e profusa, si rimanda il ricovero perdendo tempo prezioso. Eppure, «per ogni 10 minuti di ritardo nella diagnosi e nel trattamento, la mortalità aumenta del 3%», ricorda Tarantini. Pochi giorni fa, la conferma che rinviare cure innalza il numero delle vittime è arrivata da uno studio del Centro cardiologico Monzino di Milano: la mortalità per infarto acuto è quasi triplicata in questi mesi e sono diminuite del 40% le procedure salvavita di cardiologia interventistica. Non solo, dati allarmanti si riferiscono pure alle condizioni sempre più gravi dei pazienti che arrivano in ospedale, «già con complicanze aritmiche o funzionali», ha sottolineato Giancarlo Marenzi, responsabile della terapia intensiva cardiologica al Monzino. Anche Pier Paolo Parogni, responsabile del 118 di Mantova, a metà aprile dichiarava: «Rileviamo un’incidenza di arresti cardiaci a domicilio più che raddoppiata nella nostra provincia nell’ultimo mese, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente».

percorsi protetti

In tutta Italia, garantisce il presidente del Gise, «sono stati creati percorsi protetti per i pazienti affetti da problemi cardiologici acuti che necessitano di assistenza in urgenza», ma la paura del virus misterioso che uccide rimane più forte delle rassicurazioni ufficiali. Un esempio per tutti: al Corriere della Sera Francesco Fedele, responsabile del dipartimento di prima cardiologia del policlinico Umberto I di Roma, ha detto di essere convinto che il giornalista Franco Lauro sia «morto di infarto. In una situazione diversa magari avrebbe interpretato dei sintomi e dei malori e sarebbe andato in ospedale. Così, per lui non c’è stato né tempo né modo». Nel primo trimestre di quest’anno, gli accessi in ospedale a Bologna sono calati del 20% per gli infarti più gravi e del 40% per quelli più leggeri. Una situazione analoga si è verificata in una quindicina di centri specializzati di Lombardia e Piemonte. I dati saranno pubblicati a breve e a luglio si conosceranno i risultati di uno studio promosso negli ospedali dell’Emilia Romagna, confrontando l’andamento dei ricoveri per infarto nei primi sei mesi del 2020, con quello dei tre anni precedenti.

«Non abbiamo dati specifici, ma il numero di pazienti che si è rivolto al nostro reparto per problemi di infarto è calato da fine febbraio a oggi almeno del 70%, rispetto ai mesi passati», spiega Gian Battista Danzi, direttore di cardiologia a Cremona, ospedale da subito in prima linea nella gestione dell’emergenza per la vicinanza a Codogno, primo focolaio lombardo. «Mi riferisco a pazienti cardiopatici noti, che se stavano male non si sono rivolti alle nostre strutture, e a persone con dolore toracico, che potevano essere colpite da infarto senza particolari situazioni preesistenti», precisa. «Tutti erano molto spaventati, non si sono fatti vedere. Sono scomparsi. Nemmeno chiamavano il 118, in realtà subissato da altre richieste. Solo da pochi giorni cominciamo a rivedere pazienti in pronto soccorso, che non siano per il 98% con problemi di Covid-19».

indietro di 40 anni

Effettivamente il reparto diretto da Danzi, con 22 letti, era stato «requisito» per i malati di coronavirus, lasciando solo 5 posti per i pazienti cardiologici mentre gli 8 letti di unità coronarica erano diventati una sorta rianimazione. «Ma noi eravamo pronti per curare», assicura il professore, che in un video su Cardioinfo.it raccomanda: «Bisogna fare in modo che l’epidemia non ammazzi anche tutto quello che abbiamo fatto in questi anni». In attesa di conoscere i dati sulla mortalità a casa non dovuta a coronavirus, che l’Istat ci potrà fornire solo nei prossimi mesi, il primario fa questa considerazione: «Il numero dei decessi per infarto cardiaco in Italia è di circa 60.000 ogni anno, con una mortalità ospedaliera molto bassa, del 3-4% se il paziente non è troppo anziano o già con altre complicanze. Le persone che non si sono presentate al pronto soccorso in questo periodo, non sono state trattate e possono essere morte. È come se fossimo tornati indietro di quarant’anni».

Ogni giorno nel nostro Paese muoiono di malattie del sistema cardiocircolatorio 638 persone. Basta guardare i decessi al 6 aprile scorso, per capire quanto incidano gli eventi cardiovascolari. Il Sole 24 Ore aveva pubblicato una tabella sulle cause di morte (l’Istat come numeri è ferma al 2017 e per quest’anno ha solo alcuni dati), dalla quale risulta che i deceduti per coronavirus erano 16.523, quelli in seguito a infarto miocardico acuto erano 5.968 che sommati ai morti per altre malattie del cuore (14.511) portavano la triste conta a 20.479. Senza contare il numero di decessi per malattie cerebrovascolari (15.948), in cui rientrano, per esempio, gli ictus causati da embolie di origine cardiaca. Se, come segnalano gli specialisti, i morti per infarto o complicanze cardiache sono aumentati vertiginosamente mentre l’attenzione era concentrata sul virus infernale che ha aggredito il mondo intero, i primi quattro mesi di questo 2020 saranno ricordati anche per il numero altissimo di persone che sono morte di cuore senza farsi curare.

arrivi in ritardo

«Avevamo notevolmente ridotto le complicanze post infarto, oggi siamo tornati indietro di vent’anni. I pazienti che sopravvivono agli infarti tardivi, svilupperanno le note cardiopatie dilatative che hanno un costo sociale molto più alto», conferma Marco Contarini, direttore di cardiologia ed emodinamica dell’ospedale Umberto I di Siracusa. La struttura è un’eccellenza in Sicilia, che è stata raggiunta in ritardo dal Covid-19 «eppure negli ultimi due mesi abbiamo registrato il 50% di accessi in meno al mese nei pronto soccorso, per patologie cardiovascolari gravi. Una percentuale che tradotta in numeri corrisponde a circa 2.000 pazienti che nella nostra Regione non si recano in ospedale per paura del coronavirus». Il medico, delegato regionale del Gise, ricorda che prima della pandemia «il dolore al petto era una delle prime cause di accesso al pronto soccorso. La Rete per il trattamento dell’infarto miocardico acuto, che garantisce tempestività e qualità di soccorso, aveva portato a una sensibile riduzione, 2-5%, della mortalità pre ospedaliera. Oggi, guardando ai dati derivati, i morti per infarto o per conseguenza perché ricoverati in ritardo, sono elevatissimi. Almeno 200 decessi al mese in più in Sicilia, numeri superiori ai morti per coronavirus nella nostra Regione. Ci arrivano casi di “rottura di cuore”, una grave complicanza dell’infarto miocardico acuto che è peggio di una coltellata, come da anni non vedevamo».


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