legge farmacie
(iStock)

L’industria farmaceutica italiana corre, la legislazione arranca. A disciplinare un settore innovativo concorrono ancora norme che risalgono ai regi decreti del 1934 e del 1938. Marcello Gemmato ha citato in Senato 700 provvedimenti e un centinaio di norme, spesso sovrapposti. È questo il groviglio che il sottosegretario alla Salute vuole sciogliere con il riordino della legislazione farmaceutica.

Il 7 ottobre il Senato ha approvato il disegno di legge delega; ora il testo passa alla Camera. Il Testo unico non è ancora legge, ma il primo passo è compiuto. «Non stiamo mettendo in campo una misura di carattere economico», ha spiegato Gemmato dopo il voto. Il progetto, discusso con operatori e Parlamento, nasce per ricomporre regole frammentate e superare la logica dei «provvedimenti spot». Dietro la semplificazione c’è, però, un problema sostanziale: garantire che l’accesso ai medicinali non sia ostacolato da procedure complicate o distanze territoriali. Per il sottosegretario, farmacista di formazione, al centro restano anziani, malati cronici e persone fragili.

Il primo terreno su cui misurare il cambiamento è la distribuzione dei farmaci. Una terapia efficace, se difficile da reperire, rischia di restare soltanto sulla carta. La delega indica perciò la revisione delle regole di distribuzione, con l’obiettivo di rendere l’accesso più equo, continuativo e personalizzato. C’è anche un risvolto per i conti pubblici: seguire regolarmente le cure può contribuire a prevenire complicazioni e ricoveri.

In questo disegno la farmacia territoriale assume un ruolo più ampio della semplice consegna dei medicinali. Prevenzione, televisite, telemonitoraggio e collaborazione con medici e specialisti possono avvicinare l’assistenza ai cittadini, soprattutto nei comuni più piccoli.

Su questo fronte Gemmato ha ricordato un risultato già acquisito: la legge di Bilancio 2026 ha integrato stabilmente la farmacia dei servizi nel Servizio sanitario nazionale, destinandole 50 milioni di euro annui. Resta la sfida dell’applicazione sul territorio: Marco Cossolo, presidente di Federfarma, ha sottolineato la necessità di rendere l’offerta dei servizi più omogenea tra le Regioni.

C’è poi il fronte della sicurezza degli approvvigionamenti. L’Italia è un grande produttore di farmaci, ma dipende dall’estero per parte dei principi attivi e degli eccipienti, soprattutto asiatici. Crisi diplomatiche e interruzioni delle filiere possono tradursi in carenze di medicinali.

La delega punta quindi a favorire la produzione nazionale, fino ai prodotti finiti: non un’autosufficienza promessa per decreto, ma il riconoscimento di una vulnerabilità industriale che può incidere sulla continuità delle cure.

Più complesso il capitolo della spesa. Il testo prevede la revisione dei tetti e dei meccanismi di payback, con cui le aziende contribuiscono a coprire gli sforamenti. Gemmato ha rivendicato l’eliminazione, dal 2026, della quota destinata alle Regioni del contributo dell’1,83%.

Sul riassetto più ampio restano interrogativi: le opposizioni contestano l’ampiezza della delega e chiedono garanzie sulle risorse e sui costi per i territori. Il confronto proseguirà sui decreti attuativi.

La riforma tocca infine i dati: integrazione delle informazioni su prescrizioni, consumi e scorte, strumenti per individuare prima le carenze e ridurre gli adempimenti. Il Senato ha fissato per i decreti legislativi un termine di dodici mesi dall’entrata in vigore della futura legge, sostituendo la scadenza originaria del 31 dicembre 2026.

Gemmato ha ringraziato parlamentari e operatori e ha auspicato un rapido esame alla Camera. Dopo il primo sì del Senato, il punto non è soltanto quante norme saranno accorpate. È capire se il riordino riuscirà a tradursi in un accesso ai medicinali più semplice e uniforme, soprattutto per chi incontra ogni giorno le maggiori difficoltà nel curarsi.

Da non perdere

Una mancetta per i danneggiati dal vaccino
Salute

Una mancetta per i danneggiati dal vaccino

A Firenze una donna ha subito lesioni neurologiche permanenti e irreversibili a causa delle punture imposte da Draghi e Speranza. Un uomo, dopo una dose di Moderna, è invece diventato cieco e disabile al 100 per cento. Verranno risarciti con 500 euro al mese