- Stop ai voli da Inghilterra e Germania mentre Toyota, McDonald’s, Ikea e altre multinazionali sospendono le attività. Previsto per oggi il rimpatrio di 60 italiani da Wuhan, centro dell’epidemia: nessuna quarantena.
- «Si diffonde in fretta: nessun essere umano ha gli anticorpi giusti». Il virologo Fabrizio Pregliasco: «Il tasso di contagi potenzialmente può essere come quello della spagnola Però in Italia siamo prontissimi a gestire la situazione».
Lo speciale comprende due articoli.
Continuano a preoccupare gli effetti del coronavirus. A ieri pomeriggio, il bilancio complessivo era di 132 vittime e oltre 6.000 contagi: un bilancio superiore a quello della Sars, che si fermò a poco più di 5.000 infetti. Casi si stanno verificando in varie parti del mondo: dalla Germania agli Emirati Arabi Uniti. Stando a quanto riportato ieri dal ministero della Salute, risulterebbero invece per ora negativi i casi sospetti registrati in Italia. Intanto il presidente americano, Donald Trump, starebbe valutando l’ipotesi di bloccare i voli da e per la Cina. Stanno inoltre proseguendo le operazioni per rimpatriare gli stranieri presenti nella città di Wuhan, epicentro dell’epidemia: in particolare, è prevista per la giornata di oggi l’evacuazione di 60 cittadini italiani (che non andranno in quarantena automatica). È inoltre in programma per oggi una nuova riunione d’emergenza dell’Oms.
La questione sanitaria sta intanto producendo delle pesanti conseguenze sul sistema economico del Dragone. La compagnia aerea britannica Britsh Airways ha sospeso da 48 ore tutti i voli per e dalla Cina: «In seguito alle raccomandazioni del ministero degli Esteri, abbiamo deciso di sospendere tutti i collegamenti con effetto immediato», ha spiegato la società in una nota. Sulla stessa scia si sono collocate Lion Air (maggior vettore indonesiano) e la tedesca Lufthansa. È inoltre notizia di ieri l’annullamento delle gare di Coppa del Mondo di sci alpino a Yanqing, che avrebbero dovuto tenersi a metà del mese prossimo. È un vero e proprio effetto domino. Ikea ha deciso di chiudere temporaneamente la metà dei propri negozi in Cina (che sono complessivamente 30), una linea seguita anche dalle caffetterie Starbucks (che nel 2019 ha contato oltre 4.200 punti vendita, il 16% in più rispetto all’anno precedente). Disney ha serrato il proprio parco divertimenti nella città di Shangai, la catena di fast food McDonald’s ha invece abbassato le saracinesche in varie città cinesi (a partire dalla stessa Wuhan). Il colosso automobistico nipponico Toyota ha iniziato a sospendere le proprie attività produttive nella Repubblica Popolare Cinese: l’interruzione dovrebbe aver luogo perlomeno fino al prossimo 9 febbraio. Più in generale, come riportava lunedì scorso il media statunitense Cnbc, la maggior parte delle grandi case automobilistiche operanti in territorio cinese (come Nissan, Honda e Psa) stanno richiamando i propri dipendenti dalla Repubblica Popolare. A fronte di tutto questo, la Borsa di Hong Kong ha mostrato ieri segnali non particolarmente positivi.
Insomma, oltre agli aspetti strettamente sanitari, il coronavirus si sta rivelando un problema non di poco conto per l’intero sistema economico cinese, il quale è a sua volta un fattore determinante su scala planetaria. Dal canto suo, la Repubblica Popolare sta cercando di prendere provvedimenti per il contrasto dell’epidemia e il presidente cinese, Xi Jinping, è di recente intervenuto sulla questione, parlando di «situazione grave» ma non rinunciando ad affermare che il Dragone possa comunque «vincere la battaglia». Parole che, almeno al momento, non sembrano aver troppo rassicurato le aziende estere che – come abbiamo visto – stanno temporaneamente tagliando i ponti con la patria del coronavirus. Si tratta di una notizia grave per Pechino, tanto più se si riflette sul fatto che la Cina proveniva già da un periodo economicamente convulso a causa della guerra tariffaria con gli Stati Uniti, che fra l’altro non è alle spalle. Non dobbiamo infatti dimenticare che l’accordo commerciale siglato con Washington due settimane fa risulta essere un’intesa soltanto parziale: lascia ancora in piedi la maggior parte dei dazi americani contro la Cina. Gli effetti delle tensioni tariffarie con gli States, quindi, sono destinati a persistere. Dal 2018 Pechino riscontra non pochi problemi: ha visto calare non soltanto il proprio export ma anche il proprio import, con conseguenze pesanti per il settore manifatturiero. Tutto questo ha avuto impatti non indifferenti sul versante sociale, visto che si temono effetti deleteri sull’occupazione e sul welfare state. Effetti che sono potenzialmente in grado di comportare seri grattacapi per la leadership politica cinese. Quella stessa leadership politica che si trova già al centro dell’attenzione da parte dell’opinione pubblica internazionale per la gestione controversa di svariati dossier (a partire dalle proteste di Hong Kong). Pechino, al cospetto di quest’ultima difficoltà, rischia di piombare in una crisi senza precedenti nella storia recente. I principali competitori della Cina meditano su come avvantaggiarsi, seppure Trump – numero uno di questa lista – sembri propenso ad aprire una fase di relativa distensione. È altrettanto indubbio che ampi settori dell’establishment statunitense, per contro, considerino Pechino un pericolosissimo avversario sul fronte geopolitico, militare ed economico. Un fattore che potrebbe portare Washington a scommettere seriamente contro il Dragone.
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